Moria di pesci rossi nel canale Asso, si cercano cause. Appello Wwf per i “superstiti”

Da alcuni giorni il preoccupante fenomeno della morte di “carassi” nelle secche fangose del torrente tra Nardò e Copertino. Recuperati alcuni esemplari ancora vivi, ma non vanno liberati in altri corsi d’acqua naturali

NARDO’ - Da alcuni giorni il tratto in parte prosciugato del canale Asso che insiste tra le campagne di Nardò e Copertino è interessato da una copiosa e preoccupante moria di pesci rossi che negli anni si sono riprodotti dopo che le prime specie sono state immesse impropriamente nel corso del torrente. Si tratta infatti per lo più di specie di carassi, comunissimi pesci di acqua dolce, che magari in origine qualcuno ha gettato dalla bocce o acquari di casa pensando di liberarli in un habitat a loro congeniale. Ma senza tener conto dei cosiddetti effetti collaterali. Tra questi proprio la moria di molti esemplari adagiati nella parte centrale del canale, in totale assenza di acqua, che sono stati avvistati in questi giorni. Solo in altre zone del canale rimaste umide alcuni pesci continuano al  momento a sopravvivere.

Da qui l’appello partito da diverse associazioni territoriali e anche dal Wwf Salento e indirizzato alle amministrazioni locali e ai volontari affinché si possa intervenire per salvare i pesci ancora in vita, prima del totale disseccamento della zona, provvedendo a trasferirli in fontane pubbliche e private o in vasche e acquari. Con l’accortezza a non compiere il medesimo errore a monte: ovvero a non liberare questi animali nell’ambiente naturale. Secondo i referenti del sodalizio ambientalista infatti la causa della moria dei pesci del canale Asso è molto probabilmente imputabile all’attuale mancanza d’acqua drenata dal torrente.  In questi giorni alcuni pesci sono stati tratti in salvo da alcuni attivisti del Wwf e da altri volontari ambientalisti e si è potuto confermare che le specie sono tutte riconducibili al “carassius auratus”, ovvero ai pesci rossi domestici comunemente tenuti negli acquari e della stessa famiglia delle carpe, originari dell’Asia orientale.

I pesci ormai morti giacciono in un letto fangoso quasi totalmente secco, anche se, in passato, lo stesso canale è stato al centro di diversi dubbi e perplessità per la qualità delle sue acque. In tale corpo idrico, infatti, s’immettono non solo le acque piovane, ma anche i reflui provenienti da depuratori urbani e industriali, e questo potrebbe aver potuto inficiare sullo stato di salute ambientale del canale e delle sue acque sotterrane che si immettono nella vora del Parlatano in agro di Nardò.

“Il nostro appello si rivolge innanzitutto alle autorità competenti, al consorzio di Bonifica dell’Arneo e all’ente Provincia” spiegano Vittorio De Vitis e Angela Martina di Wwf Salento, “affinchè s’indaghi sulle cause di questi disastri ambientali, e si cerchi di prevenire che la situazione si ripeta, attraverso una gestione e monitoraggio attento del canale, luogo di grande impatto ambientale e paesaggistico da riqualificare, valorizzare e tutelare. Ricordiamo, ancora una volta di non liberare assolutamente i pesci salvati nell’ambiente naturale, che possono e devono essere ospitati in vasche e fontane pubbliche o private e acquari. Invitiamo inoltre i cittadini, al fine di tutelate in futuro la zona interessata, a segnale alle autorità competenti la presenza di attività illecite”. Negli anni passati nel canale Asso è stata rilevata anche la presenza di Gambusie, pesci con caratteristiche simili ai carassi anch’essi notoriamente introdotti dall’uomo in acque stagnanti e bacini artificiali e utilizzati per la lotta alle zanzare.

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Con il tempo sono emersi gli effetti collaterali di questa strategia. Entrambi i tipi di pesci sono altamente invasivi e non trovando predatori ad arginarli si riproducono in maniera incontrollata, e inoltre, in spazi aperti e con abbondanza di cibo, crescono fino a diverse decine di centimetri. Questi pesci entrano in competizione per le risorse con le specie locali e inoltre mangiano le loro uova e possono introdurre nuove malattie, alterando notevolmente l’ecosistema locale e la sopravvivenza delle specie endemiche acquatiche. Per questo motivo non vanno assolutamente liberati in corsi d’acqua fluviali, bacini e nei torrenti o canali idrici.

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