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Non tutti gli ulivi malati di Xylella sono uguali: il caso di 13 alberi a Lecce

Per il disseccamento rapido indotto dal batterio non vi è soluzione definitiva, ma strade di possibile convivenza sembrano tracciate, seppur tra lo scetticismo del mondo istituzionale e di gran parte di quello scientifico. Ma quanto vale la vita di una pianta? Meno del già basso prezzo dell'olio

LECCE – Il disseccamento rapido dell’ulivo ha colpito milioni di alberi e, risalendo dal basso Salento verso nord sulle zampe dell’insetto vettore, la sputacchina, minaccia la tenuta di un comparto fondamentale nell’economia pugliese e nella produzione nazionale di olio d’oliva.

Come accertato, la patologia è dovuta al batterio della Xylella fastidiosa che occlude i vasi xilematici, impedendo l’apporto della linfa grezza, e pregiudica progressivamente il rifornimento di acqua nella chioma fino a compromettere l’intero albero. Interi pezzi del paesaggio agricolo salentino appaiono oggi come distese spettrali di rami secchi che sembrano implorare la grazia del cielo.

Ci vorrebbe un saggio di almeno qualche centinaio di pagine per raccontare le fasi di questa vicenda che, arrivata a toccare anche la ricca campagna del Barese, ha ridotto in maniera sensibile la capacità di produzione di olio di una regione storicamente assai generosa. Il colpo è stato molto pesante per tutto il comparto, anche dal punto di vista occupazionale, ma ne ha fatto le spese un po’ tutta la filiera, già provata da anni di concorrenza al ribasso di mercati esteri. Molti frantoi hanno chiuso i battenti.

Per arginare la piaga sono state varate, con scarso successo soprattutto nella prima fase, operazioni di eradicazione mentre venivano avviate le più varie sperimentazioni. Lo sforzo iniziale è stato quello di mettere a disposizione ingenti risorse finanziarie prima per alleviare le perdite e poi per incentivare la piantumazione di nuovi alberi o gli innesti, una volta verificata la tolleranza verso il batterio di alcune varietà di olivo. La burocrazia, tuttavia, non ha certo assecondato la celerità delle procedure e le associazioni di categoria quasi quotidianamente sollecitano maggiore efficienza nella gestione delle pratiche.

A oggi non c’è una cura per eliminare il batterio delle piante, va ricordato, a scanso di equivoci. Nell’attesa di una soluzione definitiva, se mai dovesse arrivare, sono stati fatti alcuni tentativi per cercare un punto di equilibrio, una convivenza che consenta alla pianta di sopravvivere e continuare a fruttificare. Tra questi figura il cosiddetto protocollo NuovOlivo, detergente naturale per piante a base di oli vegetali e infusi acquosi di specie botaniche esterificati in presenza di idrossido di sodio, la cui vendita è regolarmente autorizzata.

Quali siano i risultati del suo impiego lo si può constatare anche presso alcune rotatorie nel perimetro urbano di Lecce: in vari snodi viari della città 13 ulivi, colpiti come milioni di altre piante nella provincia da disseccamento rapido, dimostrano uno stato vegetativo decisamente apprezzabile. Si tratta degli alberi presi in carico, con autorizzazione dell’amministrazione comunale, dall’imprenditore Luigi Botrugno che si avvale della consulenza tecnica di Giovanni Luigi Bruno, ricercatore del Dipartimento di Scienza del suolo, delle piante e degli alimenti dell'Università di Bari.

Quest’ultimo, qualche settimana addietro, ha firmato una relazione, dal titolo “Osservazioni riguardo i trattamenti effettuati su alcuni degli olivi ornamentali presenti nel Comune di Lecce”, che è stata consegnata agli uffici competenti e anche al sindaco del capoluogo. Il report consente di fare il punto della situazione sull’utilizzo del detergente che non è nemmeno classificato come fitofarmaco. Il primo passo è stato fatto con una sperimentazione in territorio di Montesano Salentino su ulivi della varietà Cellina di Nardò e a Sternatia su piante di Ogliarola Salentina: i risultati sono stati poi oggetto di una presentazione nell’ambito del XXVI Convegno della Società Italiana di Patologia Vegetale (Lecce, settembre 2021) e di un articolo sulla rivista Crop Protection (pubblicato in edizione cartacea nel gennaio del 2021).

In seconda battuta Botrugno ha iniziato a occuparsi anche di alberi di proprietà pubblica, desideroso di mostrare l’efficacia del suo metodo. Efficacia che viene ribadita nella relazione. Gli ulivi “adottati” sul territorio del capoluogo – dieci nel 2018, altri tre nel 2021 - sono stati trattati attraverso tre passaggi: potatura della pianta per rimuovere le parti secche, irrorazione del tronco e della chioma con il detergente naturale, eliminazione sulla chioma delle parti secche e deperenti. Le piante sono state concimate con un concime minerale complesso a base di azoto nitrico, anidride fosforica, ossido di potassi, anidride solforica e le erbacce infestanti rimosse meccanicamente. In un caso, quello della pianta presente nella rotatoria tra viale della Libertà, via Verona e via Frosinone sono stati utilizzati i polloni basali per ripristinare l’aspetto caratteristico.

La relazione, nella parte conclusiva, traccia un bilancio positivo: “Si può constatare che la chioma delle piante trattate con le due strategie di recupero descritte in precedenza si avvicina sempre più a quella che eravamo soliti osservare negli olivi che adornano le aiuole di Lecce. Sembra poter affermare che queste 13 piante di olivo sono tra le poche, se non addirittura le sole, che presentano chiome ancora vegetanti e produttive, e che troneggiano nell'ambiente urbano del Comune di Lecce”.

Il successo dell’iniziatival almeno per il momento, appare confermato anche dalla comparazione con le piante non trattate utilizzate come tesi di controllo: due si trovano nell’aiuola all’intersezione tra Piazza Palio e viale della Libertà e una in quella tra viale Otranto, viale Marche, viale Lo Re. Il processo di decadimento di quest’ultime rispetto agli alberi trattati è evidente all’osservazione. Di fondamentale importanza è l'intervento tempestivo, prima cioè che la batteriosi prenda definitivamente il sopravvento. Dai due ulivi che si trovano a ridosso della rotatoria all'ingresso nord della città sono stati raccolti a ottobre 230 chilogrammi di olive (e 29 di olio extravergine di ottima qualità).

Una storia a parte merita l'ulivo secolare di Piazza Sant’Oronzo, tra il Sedile e la colonna (nella foto, sotto). Nel marzo del 2019, nell’ambito di un intervento di Coldiretti, è stato capitozzato e sono stati eseguiti 62 innesti (varietà Leccino) sul tronco. Non è andata bene e nell’estate del 2020 l’ulivo aveva un pessimo aspetto. Passato un altro anno, ma questa volta dopo due trattamenti con NuovOlivo, c'è stato un cambio di rotta: nuovi germogli sui rami e anche due olive.

La maggiore contestazione che viene fatta a questo “protocollo”, oltre quella di non avere consolidati presupposti scientifici, è di essere una sorta di accanimento terapeutico, posto che senza il detergente naturale (e senza le buone pratiche agronomiche, va sottolineato) la pianta sarebbe destinata a perire definitivamente. Vi è anche un altro elemento che è oggettivamente vissuto come una “controindicazione”, quello del costo del prodotto (circa 5 euro a pianta per un ciclo annuale) che, sulle dimensioni di una grande produzione (quella già stressata dalla concorrenza) diventa antieconomico rispetto al prezzo medio di vendita dell’olio. A conti fatti, insomma, la domanda non sembra essere tanto se una pianta malata possa produrre, ma quanto siamo disposti a investire perché abbia delle possibilità di continuare a farlo.

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