Nuovo allarme di Greenpeace per le trivelle: “Gli air gun minacciano il mare di Leuca”

Un nuovo rapporto dell’associazione ambientalista denuncia la prossima attività di ricerca di giacimenti di fonti fossili nei fondali al largo di Santa Maria di Leuca

LEUCA – La minaccia delle trivelle e della ricerca invasiva delle compagnie petrolifere e dell’energia anche nei mari prospicienti il basso Salento è sempre costante. E l’ennesimo allarme parte dal nuovo rapporto di Greenpeace che denuncia:  “I petrolieri sono pronti a bombardare anche lo Ionio, gli air gun minacciano un’area marina di grande valore”. Secondo quanto esposto dall’associazione ambientalista infatti la nuova minaccia si estende ora alle acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca, dove la società multinazionale della Edison spa ha ottenuto di recente il permesso dal ministero dell'Ambiente per effettuare le ricerche di petrolio e gas nei fondali marini di quella zona. È quanto Greenpeace Italia denuncia  anche con un nuovo rapporto dal titolo “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”.

La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili nei fondali è il fattore che muove, in questo caso la società Edison (regolarmente autorizzata con il permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi “d 84F.R-EL”), e il tutto avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun. Secondo Greenpeace nello studio di impatto ambientale (Sia) presentato dalla società al ministro dell’Ambiente per ottenere il nulla osta a procedere “si considerano trascurabili gli effetti di questa attività sull’ambiente costiero”. Per questo l’associazione presenterà le sue osservazioni nel merito al ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, per chiedere la revoca delle autorizzazioni alla ricerca e alle prospezioni. “Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e in questo caso colpirebbero molto specie” denunciano con forza da Greenpeace che ricorda anche, nelle pieghe del suo rapporto, che la scoperta dei banchi di coralli di acque fredde o di profondità, o “coralli bianchi”, al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico.

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“Ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca, e quindi l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili nei loro mari. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda, che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali, pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio” puntualizza Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, “cosa aspetta quindi l’Italia a darsi un indirizzo conseguente con gli impegni presi in sedi internazionali come l’accordo di Parigi?”. Greenpeace auspica che le istituzioni locali si attivino per contrastare una prospettiva che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere e auspica inoltre che sulle attività di ricerca di nuovi giacimenti, che interessano l’intero Adriatico e alcune aree dello Ionio, si ascolti anche la voce della società civile di quei territori, da tempo e in larga misura contraria a questa prospettiva. A corredo della propria denuncia gli ambientalisti di Greenpeace rammentano le “caratteristiche” del dispositivo degli air gun che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. “Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun” stigmatizzano dal sodalizio, “disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet”.

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