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Lunedì, 27 Giugno 2022
Attualità

Il pericolo di una stampa imbavagliata all’epoca delle fake news

Cosa accade all'informazione? Perché notizie di cronaca escono con il contagocce? Norme sempre più restrittive pongono seri ostacoli ai giornalisti. Il risultato: un'opinione pubblica intorpidita

Lo scippatore ammette tutto e, colto dal rimorso, si trasforma in un fiume in piena di parole, fino a fare mea culpa persino davanti a un episodio non contestato. Magari i poliziotti lo sospettavano pure, per quel caso. Ma non avevano la prova provata. E si sa, carta canta.

Fa nulla. Carta non canta, stavolta, ma lo fa l’indagato stesso: se l’è attribuito, quello scippo, in preda a un rimorso che, diciamocelo, forse è davvero sincero. Il demone della droga si era reimpossessato di lui. E non c’è esorcista che tenga, in questi casi. Semmai ci sono le istituzioni che dovrebbero provare a ripulire l’anima dalle scorie luciferine in formato polvere bianca. O magari marrone. Dipende da quanto si sia innamorati di una sostanza o di un’altra.

Potete leggere qui, se volete, la storia del giovane ripiombato nel tunnel della droga. E il problema è proprio questo. Che quello sul tunnel della droga non è un articolo scritto nel 1982, ma nel 2022. Un dramma esteso e attuale, e che pure si consuma sotto un silenzio oggi ancor più amplificato dalle gabbie che quelle stesse istituzioni, sì, quelle che dovrebbero ripulire l’anima dalle scorie luciferine, stanno costruendo intorno alla professione del giornalista.

Norme sulla privacy prive di chiarezza, diritto all’oblio del quale provano ad avvalersi persino indagati eccellenti appena finiti sotto inchiesta (potrei produrre materiale in abbondanza, ci sarebbe da ridere), avvertimenti sulla deontologia dell’Ordine che finiscono per portare fuori strada, ora pure la norma Cartabia sulla presunzione d’innocenza che ha provocato un tilt istituzionale di livelli epocali.

E si arriva persino all'autocensura

Succede, così, che il giornalista arrivi a volte all’autocensura. Vigliaccamente. Io la chiamerei autocastrazione, richiamando un dolore sordo e pungente, che deve essere tremendo. Solo il pensiero mi fa star male. Come mi fa star male il pensiero di avere notizie e a volte sentirmi scoraggiato, in mezzo a quelle gabbie. Ieri, per esempio, non abbiamo scritto che un uomo di Lecce di 55 anni è spirato in casa di notte. I poliziotti delle volanti non riuscivano ad aprire, hanno dovuto chiamare i vigili del fuoco. Quando è stata forzata una porta sul retro, hanno trovato un poveretto ancora vicino a un tavolo. Sopra, un piatto con residui di qualcosa. “Verosimile sostanza stupefacente”.

Avevo io la notizia e non l’ho nemmeno riferita ai colleghi. A volte non scrivi di certe situazioni, perché esiste una forma di pietas che si fa largo anche nella scorza più dura di un cronista di lungo corso. E se la famiglia si sente offesa? È giusto piombare così nell’intimità, anche nelle scelte errate, delle persone? Sono fra le prime domande che ci si pone. Ma quando ho letto il pezzo della collega Veronica Valente sullo scippatore reo confesso, quando ho letto che dietro c’era una storia di droga, mi sono morso le mani.

E no. Qualcosa devo scrivere, perché siamo davvero nel 2022 e, al netto di guerre sul campo nel cuore dell’Europa che appaiono surreali e anacronistiche, di una pandemia che ci ha logorato i nervi e ha provocato fior di lutti, occorre anche ricordarci che, per quanto dura possa essere a volte una notizia, può avere uno scopo sociale. E lo scopo è avvertire tutti che esiste un problema, che è più esteso di quanto si creda e che questo problema si chiama droga. Continua, oggi come ieri, a trasformare umani in zombie e a provocare morte. Ometterlo, e quindi non aiutare a comprendere la portata del fenomeno, è un errore imperdonabile.

L'informazione manipolata

Ma cosa sta accadendo, all’informazione? Ve lo spiego subito: sta diventando vittima di qualcosa che, se non è proprio una censura di Stato, è una vera e propria manipolazione. Nulla di più, nulla di meno. Magari non alla Putin maniera. Ma è inutile girarci attorno, per cercare perifrasi edulcoranti. Si chiama manipolazione, e con tutti i paradossi all’italiana, in questo caso. Che non mancano mai. La sottigliezza da applausi, peraltro, consiste in questo: non potendo agire sul giornalista, salvo voler davvero instaurare una dittatura, si agisce direttamente sulla fonte. Per cui, se tu, giornalista, riesci a scoprire il fatto, bene. Nessuno può dirti nulla. Certo è che la maggior parte dei rubinetti restano chiusi, di conseguenza si colpisce comunque, in forma indiretta, il giornalista, che ha smepre più spesso estrema difficoltà nel potere di verifica. Fino ad arrivare in qualche caso ad arrendersi, estenuato. 

Che dire. Ogni mattina si sveglia un politico e cerca di capire come comprimere il diritto di cronaca, ridurlo, controllarlo, imbavagliare un cronista, spezzargli – metaforicamente – le dita sulla tastiera. Se ogni mattina se ne svegliasse un altro con le stesse intenzioni sulle fake news che circolano indisturbate, specie grazie all’incontrollata grancassa dei social, non dico che saremmo in pareggio, ma comunque ringrazierei.

Invece, no. Le castronerie hanno piena libertà di cittadinanza (e alcune arrivano, curiosamente, proprio dalla classe politica), mentre i giornalisti devono sottostare a mille occhi osservatori. Con tutto che già esistono, da sempre, leggi che garantiscono giusti risarcimenti per eventuali diffamati, giuste condanne per chi scrive fesserie, altri sistemi riparatori intermedi, come la rettifica o il diritto di replica. Tutto sancito per legge. Ci voleva, allora, un’ulteriore norma Cartabia, su questo substrato già bello che consolidato?

Per capire di cosa stiamo parlando, vi invito a leggere un recente articolo del collega Emmanuele Lentini su Brindisireport. È di una tale chiarezza espositiva, sull’argomento, che meriterebbe un premio. Mi limito qui a “rubargli” un passaggio centrale (me lo posso permettere, sono il suo direttore): “Che dice la norma? In un riassunto preso dal sito ufficiale della Camera si legge: ‘Introduce il divieto, per le autorità pubbliche, di presentare all’opinione pubblica l’indagato o l’imputato in un procedimento penale come ‘colpevole’, prima che sia intervenuto un provvedimento definitivo di condanna’. Bene. Ancora: limita le conferenze stampa della Procura, solo quando strettamente necessarie. Ottimo. Fin qui, nulla di male. Ma, come detto, il problema è l'interpretazione, molto restrittiva qui nel Brindisino”. E anche nel Leccese, aggiungo. E sicuramente in molte altre parti d’Italia.

Il ritorno a un medioevo dell'informazione

Provo a spiegarlo con esempi concreti. Prima che venisse introdotta questa norma, le forze dell’ordine comunicavano abitualmente le loro attività ordinarie. Semplicemente, un comunicato su un fatto di cronaca era l’aggancio per un eventuale approfondimento, da parte del giornalista più sveglio e desideroso di ampliare, conoscere e descrivere meglio i fatti. O, al limite, restava garanzia di conoscenza di un fatto, seppur con scarni dettagli, ma tale da poterne rendere conto ai propri lettori. Tutto questo ha una parola: democrazia. 

L’introduzione della norma ha versato nelle mani dei procuratori un potere indicibile: quello di stabilire cosa sia di pubblico interesse e cosa non lo sia. Ma non dovrebbe essere, questa, prerogativa del giornalista? Gli si sottrae il mestiere dalle dita con un filtro a monte. E il risultato è presto detto: le forze dell’ordine non sanno più come adeguarsi, perché mancano direttive precise, e non esce quasi più nulla. Roba da ritorno a un medioevo dell'informazione.

E torniamo alla droga. Solo per citare un problema, quello dal quale è partita la presente riflessione. Fino a pochi mesi addietro, avevamo una summa degli arresti eseguiti per spaccio. Un tot di arresti, anche quelli minori, faceva comprendere l’estrema diffusione del problema. Oggi, arriva tutto con il contagocce. A volte, non arriva nulla nemmeno per casi, oggettivamente, di enorme portata. Ve lo diciamo in tutta franchezza, la maggior parte delle notizie che voi, cari lettori, avete appreso su indagini e arresti negli ultimi tempi, nascono dalla forza di volontà dei giornalisti di LeccePrima e BrindisiReport di andare a fondo su alcuni episodi appresi a volte in maniera persino casuale.

Un caso di particolare risonanza riguarda tre arrestati, soggetti di Racale fermati nella zona di Brindisi. Sono spuntati 28 chili di marijuana e oltre 3 di cocaina. Non dico nulla (non potrei) sulla genesi e gli sviluppi della notizia, con alcuni aspetti grotteschi. Dico solo che è stato frutto del nostro lavoro, senza alcuna imbeccata, che in altri tempi sarebbe arrivata in maniera trionfale e con voci ufficiali.

Un'opinione pubblica intorpidita

Allora, chiediamocelo. Non vogliamo più parlare di traffici di droga? O magari non vogliamo più farlo di violenza sulle donne? Altro argomento diventato tabù. Noi sappiamo, ne siamo certi, che ogni giorno le forze dell’ordine, su tanti fronti, continuano a eseguire arresti e denunce. Ma tutto ciò non viene più comunicato e non certo per colpa loro.

Il risultato è evidente: una distorsione della realtà che annovera un rischio implicito, quello dell’assopimento dell’opinione pubblica, ammorbata dai gas soporiferi di norme strampalate, che rischiano di incentivare comportamenti delinquenziali. Se si trovano escamotage per provare a togliere alla stampa la sua funzione di cane da guardia del sistema, se non usciranno più notizie su arresti per rapina, spaccio, codici rossi, qualcuno potrà pensare persino a un allentamento dei controlli. Lo Stato vuole accollarsi questo rischio?

Se si preferisce una società addomesticata, fatecelo sapere chiaramente. Noi, comunque, non ci arrenderemo. Andremo avanti, fino all’ultima fonte libera, fino all’ultima verifica. Per la nostra integrità professionale, per la missione che abbiamo scelto: quella di essere cittadini che informano i cittadini. Altrimenti, piantatela con le manifestazioni istituzionali contro mafie, illegalità, criminalità. Finiranno per essere solo vuota retorica.

Se vogliamo davvero cittadini consapevoli e collaborativi, se vogliamo combattere il virus delle notizie false, che i cittadini sappiano che si muore ancora di droga, che le donne vengono picchiate e molestate ogni giorno, che esistono le rapine, spesso violente. L’informazione aiuta a conoscere, a difendersi, a fare scudo e sistema. La disinformazione è solo un lasciapassare per il malaffare.

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