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Canale d'Otranto, da un relitto sommerso nuova luce sulla Magna Grecia

Le fasi più antiche del commercio mediterraneo attestate grazie a preziosi ritrovamenti nel mare salentino di anfore e altri oggetti a circa 800 metri di profondità

OTRANTO – Nuova luce sulla storia della Magna Grecia. E questo grazie agli studi compiuti su ritrovamenti avvenuti nei mari salentini. L’annuncia arriva dalla Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo e riguarda analisi compiute su di un relitto individuato nel 2019 a 780 metri di profondità nel Canale d’Otranto.

Spiegano, infatti, dall’ente, la cui sede è a Taranto, che grazie a un mezzo sottomarino filoguidato (remotely operated vehicle) e dotato di strumentazioni di alta tecnologia, è stato possibile riportare alla luce una parte del carico. Si tratta di ventidue reperti di ceramiche fini e contenitori da trasporto provenienti dalla regione di Corinto che, grazie al recente studio condotto dagli archeologi del ministero della Cultura, sono stati datati intorno alla prima metà del VII secolo a.C.. I reperti, conservati nei laboratori di restauro della Soprintendenza istituita dal ministro Dario Franceschini nel dicembre del 2019, nell’ambito della riorganizzazione del ministero, costituiscono per gli esperti un ritrovamento eccezionale e che riveste una particolare valenza scientifica.

“L’archeologia subacquea - ha dichiarato il ministro Franceschini - è uno dei settori di ricerca più importanti del nostro Paese su cui è necessario tornare a investire. Siamo un paese circondato dal mare e abbiamo un ricco patrimonio culturale sommerso che va ancora studiato, salvaguardato e valorizzato. Le recenti indagini nel Canale d’Otranto confermano che si tratta di un patrimonio ricchissimo in grado di restituirci non solo i tesori nascosti nei nostri mari, ma anche la nostra storia”.

“Le tecnologie solitamente utilizzate nell’ambito dei lavori della pratica subacquea industriale del comparto ‘oil & gas’, utilizzate sotto il controllo attento degli archeologi della Soprintendenza, hanno permesso di portare in superficie parte del carico del primo relitto databile all’inizio del VII secolo a.C. ritrovato nel mar Adriatico – ha spiegato la Soprintendente, l’archeologa subacquea Barbara Davidde, la quale ha aggiunto –: si tratta di un evento di eccezionale importanza, anche per le tecnologie utilizzate per il recupero, realizzato nei mari italiani a quasi 800 metri di profondità”.


“La scoperta ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo”, ha spiegato il direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in occasione del 60° Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia.  “È un  carico intatto che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche”.

I ritrovamenti a 800 metri di profondità

“Si tratta in particolare di tre anfore della tipologia corinzia A, dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano, di forma molto comune a Corinto. Molto interessante il pithos, recuperato frammentario - ha aggiunto Davidde - con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno venticinque integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino”.

In considerazione dell’importanza del relitto, illustra una nota, il ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

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