Martedì, 3 Agosto 2021
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A dispetto di alcuni commenti, il Covid non è sparito: parlarne è un dovere

Sia sul piano nazionale, sia su quello locale ci sono segnali della ripresa della circolazione virale. Un fatto atteso, anticipato dall'andamento in altre nazioni, eppure per qualcuno continua ancora a essere una invenzione

LECCE - A margine della pubblicazione, ieri, del consueto articolo di aggiornamento sulla questione Covid, siamo rimasti impressionati da un commento in particolare, uno dei tanti che ogni giorno ci vengono inviati oppure direttamente inseriti sulla nostra pagina facebook.

Per farla breve: siamo stati rimproverati di dare enfasi al dato cumulativo dei casi emersi in una settimana perché oramai il dato quotidiano sarebbe così basso che non avrebbe senso scriverci un articolo. Il tipico espediente, insomma, dei “giornalai” per alimentare il numero dei contatti e delle letture.

Non è stato tanto il contenuto del commento – ché di simili ne abbiamo letti a centinaia – a farci sobbalzare, quanto la tempistica dello stesso: detto in altre parole, è mai possibile che dopo quindici mesi di vita pandemica ci sia ancora un rifiuto così istintivo dell’analisi dei dati? La risposta è, purtroppo, affermativa e una parte delle responsabilità risiede anche nella narrazione che un certo tipo di giornalismo ha fatto di questa epoca inattesa e intensa, con un approccio spesso sensazionalistico e talvolta anche contraddittorio. È comprensibile che dopo mesi di bombardamento mediatico a colpi di “picco”, “indice di positività”, “boom” e via dicendo una parte dei lettori abbia sviluppato una reazione quasi allergica, un senso di ripulsa.

Non puntiamo, dunque, il dito contro nessuno ma ci incarichiamo, a beneficio di coloro che avessero la pazienza di leggere senza essere travolti dalla smania del giudizio, di spiegare, ancora una volta, perché il dato settimanale è importante e utile. E perché, nonostante la sacrosanta voglia di buttarci tutto alle spalle, parlare di Covid e monitorare i dati è ancora un dovere, oggi come ieri. Naturalmente, la premessa è l’accettazione pacifica dell’idea che il virus esiste e che può fare danni molto seri: la precisazione non è scontata considerata la diffusione del negazionismo.

Detto questo, il calcolo su base settimanale del numero dei contagi è basato sulla stima del tempo medio di incubazione: dai primi studi in poi si è accertato che il periodo in cui è più probabile sviluppare i sintomi dell’infezione da Covid è compreso tra i 4 e i 7 giorni dal momento in cui si è verificata la trasmissione del virus da una persona infetta a un’altra che non lo era. Col passare dei mesi, le mutazioni del virus – fatto assolutamente naturale – hanno implicato qualche modifica nei tempi di incubazione, ma sostanzialmente i sette giorni sono rimasti l’unità di misura di riferimento, insieme a quella dei 14 giorni, come ad esempio fa l’European Center for Disease Prevention and Control. Confrontare i dati di una settimana con quelli delle settimane precedenti serve dunque a capire come si sta muovendo l’epidemia. Se c’è una differenza netta è molto probabile che non sia un caso.

Allora non si scandalizzi nessuno se rimarchiamo, anche oggi, che il dato su sette giorni della provincia di Lecce conferma una certa ripresa della circolazione, per fortuna partendo da un livello molto basso grazie alla continua discesa della curva che si è prolungata per almeno due mesi.

I casi confermati di Covid sono stati 105 contro i 36 della settimana precedente. Si può dire anche così: l’incidenza di nuovi casi è di 13,5 ogni 100mila abitanti. Va ricordato che la soglia considerata di allarme per il sistema di sorveglianza è di 50 (oltre la quale si ritiene che non sia possibile fare efficacemente il tracciamento dei contatti). Il dato regionale è invece di 279 nuovi casi contro i 304 della settimana precedente: il saldo è ancora negativo, ma il gap si va assottigliando, giorno dopo giorno. Significa che nel Salento la circolazione virale è ripartita prima e questo si spiega anche con il fatto di essere una destinazione turistica. Per quanto riguarda i numeri giornalieri sono 15 i casi confermati in provincia di Lecce su 49 in tutta la Puglia. Allargando il campo di osservazione alla dimensione nazionale, si nota che segnali dello stesso tipo sono sparsi in tutto il Paese, mentre in altre nazioni europee l'aumento dei casi è un fatto già assodato. Non deve meravigliare: viviamo in un mondo interconnesso dove viaggiano le idee, le merci, le persone e anche i virus. Con molta più facilità di quanto si creda.

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Un’altra "lezione" che si è imposta chiaramente è che il Covid-19, essendo un virus che si trasmette per via respiratoria, ha un andamento ciclico: corre quando le persone tendono ad aggregarsi in spazi chiusi, cioè nel periodo dell’anno con temperature più basse, e invece rallenta fin quasi a sparire quando prevale la vita all’aperto e fa molto caldo. La ventilazione e il caldo sono infatti ottimi alleati per frenare la trasmissione. Poi ci sono le misure di prevenzione che giocano un ruolo: l’uso delle mascherine e il distanziamento fisico certamente sono un ulteriore ostacolo, tanto più negli ambienti chiusi. Ultimo ma non per importanza il ruolo della vaccinazione il cui scopo è prevenire le forme gravi della malattia, non certo impedire l’infezione di per sé. Anche qui vale il discorso di prima: non è intellettualmente onesto prendersela con gli autori di certi commenti quando ogni giorno leggiamo titoli come “Trovato positivo al Covid, ma era vaccinato”.

Se il Covid in un prossimo futuro si potrà gestire come una normale influenza allora avrà pochissimo senso mantenere delle misure di emergenza. Ma prima di arrivare a questo punto è indispensabile che la vaccinazione, completa, copra la gran parte della popolazione e questo spiega lo sforzo in atto per mantenere alto lo standard quotidiano di somministrazioni. Secondo gli ultimi dati, in Italia ha completato la vaccinazione il 41 percento circa della popolazione al di sopra dei 12 anni (limità di età imposto per la somministrazione). Per quanto riguarda sempre la provincia di Lecce, ieri sono state somministrate circa 6.500 dosi. La Puglia, intanto, si conferma la regione con il rapporto più alto tra vaccini ricevuti e dosi somministrate (il 93 percento del totale).

Non bisogna mollare di un centimetro, è questo il momento decisivo della partita: il rischio è, infatti, che il virus trovi, di mutazione in mutazione, un assetto tale da sfuggire alle difese innescate dal vaccino, vanificando tutto il lavoro fatto fino a oggi in una vera e propria rincorsa contro il tempo. E questo scenario è tanto più probabile quanto più ampia è la fascia di popolazione non protetta. Ecco perché vaccinarsi è un atto di responsabilità individuale e collettiva: serve a mettere più in sicurezza – anche se quella assoluta non esiste, al momento – se stessi e i propri cari. E se è vero che esiste statisticamente una minima probabilità di complicazioni e anche di decesso dopo essersi vaccinati – ma questo è scientificamente provato per tutti i vaccini, nella storia -, è altrettanto vero che molti No Vax e No Mask ci hanno rimesso la vita, rifiutando la somministrazione o l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Senza calcolare il potenziale danno indotto a chi sta loro intorno.

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