menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
Foto da Ansa.

Foto da Ansa.

Dalla parte di Arturito. Che mondo sarebbe senza i cattivi codardi?

Tra le serie tv che ci hanno fatto compagnia in questo duro 2020 "La casa di carta" ha un posto tutto speciale. Forse perché, nella banalità della trama, ci sono tratti che, in fondo, ci appartengono

LECCE  - Ognuno di noi, spesso senza rendersene conto, alleva e nutre un microcosmo interiore fatto di personaggi, modi di dire e atteggiamenti presi in prestito da film e serie tv. Il nostro modo di parlare - e scrivere sui social - subisce continui adattamenti, e certe battute diventano poi elemento di riconoscibilità, appartenenza e inclusione, viatico necessario all’apertura (e chiusura) di conversazioni su questo o quell’altro argomento.

“La casa di carta” (Netflix) prodotto ispanico dalla sorprendente riuscita e consenso internazionali, proprio quest’anno - causa pandemica in primis- ha rappresentato, forse più di ogni altra, la serie tv “per eccellenza”. Facendosi portavoce di tutti quei simboli caratterizzanti l’esilio, la cattività domestica, il disperato bisogno di soldi, la compattezza indivisa (e in divisa rosso fuoco e mascherata) ha messo davanti ai nostri occhi una realtà parimenti idonea a sventolare l’ormai famoso vessillo del “Ce la faremo”.

Ma più di tutto, ciò che in sostanza rende “La casa di carta” un’opera di “neorealismo da balcone”, è la cruda derubricazione alla secondarietà di ogni singolo personaggio, il cui protagonismo, man mano che la storia si sviluppa, cede il passo all’efficacia di un altro carattere, come una staffetta di inevitabili evidenze sulla fallibilità del super-ego. Anche gli Eroi hanno difetti.

Il Professore, mente brillante e regista della più grande rapina delle rapine, cadrà. La bella Tokio, le cui natiche recitano meglio di tutta la task force riunita in tenda, cadrà. Nairobi, compianta pasionaria, e poi Rio, Denver, senza nominarli tutti, toccheranno il fondo del loro abisso umano, traditi dalla forza del Diritto di essere criminali che, anziché liberi, li renderà schiavi di avere avuto ragione “a tutti i costi”.Nel nome del Coraggio.

Eppure, c’è chi, fino all’ultimo, resterà fin troppo coerente al suo ruolo, andando incontro a un destino quanto mai moralmente beffardo. Arturo Romàn (interpretato da Enrique Arce) conosciuto meglio come “Arturito”, Direttore della reale zecca di Spagna e ostaggio del gruppo, ci accompagna nel susseguirsi delle stagioni come qualsiasi nostro difetto fa nel corso della nostra vita. È il Virgilio dantesco nel tour del girone infernale della nostra più intima pandemia, quella etica e morale. Con quell’espressione del viso sempre a metà tra il “che ho fatto di male?” e “la pagherete tutti!” incarna alla perfezione il dualismo psicofisico che alberga nella nostra zona d’ombra. Codardo, fedifrago, insolente, scaltro, immorale, manipolatore, affetto da molesto priapismo notturno, non lo si vorrebbe nemmeno come vicino di casa.

Eppure, a un certo punto, ispira un po’di lucida tenerezza, quando ti accorgi che senza di lui “La casa di carta” sarebbe andata in fiamme prima del tempo, poiché tutti i nobili istinti che fanno di un uomo un Uomo, devono pur sempre avere un contraltare su cui sacrificare la propria parte morale. Arturito, scevro di tutte quelle esagerazioni e brutture è, in minima parte, un pezzettino del nostro animo. Nel riscatto delle ingiustizie, nella rivendicazione delle scalate sociali, nei tentativi maldestri di guadagnare spazio laddove ci è negato, nel recupero di certi errori con la totale fermezza di non dover chiedere scusa (o di farlo nel più becero dei modi).

Che fine farà Arturito? Mentre gli altri vincono l’autocondanna di essere ricchi - e fuggiaschi- in un eterno girone, lui diventa un esperto comunicatore. Protagonista sui canali tv nazionali, sarà l’unico a detenere legalmente l’arma più potente che un uomo possa maneggiare: la Comunicazione e la Libertà di parola. Quasi una beffa, se poi continuiamo il nostro parallelismo con l’attuale realtà televisiva “d’ursiana” cui siamo abituati.

Il codardo, specie se cattivo, alla fine vince. E ci piaccia o no, il mondo, senza i codardi, non sarebbe lo stesso. Finanche ritenendoci di stare dall’altra parte, noi siamo il pane e loro la nutella, i cui evidenti limiti sono spalmabili su quei margini di comprensione che siamo disposti ad accordare loro. Ma se la cosa ci disturba, possiamo sempre attingere a quel piccolo microcosmo di atteggiamenti e modi di dire conosciuti attraverso le serie tv che ci piacciono tanto.E allora Arturito, vieni…“vien’t a piglià u perdono”... ma questa è tutta un’altra fiction.

*Ludovica Polito, filmmaker indipendente, ha lavorato nel Cinema, scrive e si occupa di Storytelling e Comunicazione pubblicitaria. Esperta in “Diritto all’Imperfezione” crede negli avverbi di tempo, nelle domande dirette ed è convinta che prima o poi torneranno le mezze stagioni. Non guarda i film, ma li legge fino all’ultimo titolo di coda. Orientamento religioso politeista: Elvis Presley, Pizza, Netflix.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

LeccePrima è in caricamento