Processo per diffamazione: dopo “assoluzione” Lezzi, ricorso in Cassazione

Nuovo capitolo nello scontro giudiziario tra la senatrice del M5S e l’ex attivista gallipolino Potenza. Procura generale e parte civile impugnano la sentenza di non luogo a procedere. Per il giudice di pace “nessun reato”

La senatrice Barbara Lezzi.

BARI - Ci sarà un nuovo capitolo al cospetto dei giudici alla Suprema Corte di Cassazione per la vicenda processuale che ha visto opposti nei mesi scorsi la senatrice ed ex ministro Barbara Lezzi e un ex attivista gallipolino del Movimento Cinque Stelle, Massimo Potenza. Vicenda sulla quale il giudice di pace della sezione penale di Bari, Matilde Tanzi, nell’udienza del 25 giugno scorso aveva disposto il “non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato”, in applicazione dell’articolo 68 della Costituzione nei confronti della senatrice pentastellata, accusata di diffamazione per gli episodi risalenti al 2016, e quindi di fatto accogliendo la richiesta formulata dai suoi legali che avevano rilevato l’insindacabilità parlamentare e quindi l’impossibilità dell’esponente politico di essere chiamata a rispondere giuridicamente “delle opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni”.

Una volta depositate e acquisite le motivazioni delle sentenza i legali di Massimo Potenza, gli avvocati Pompeo Demitri, Gabriele Potenza e Giuseppe Tempesta, hanno deciso di impugnare il provvedimento del giudice di pace presentando un ricorso d’appello in Cassazione e motivando la richiesta di annullamento. Un’istanza che ha trovato concorde anche la procura generale della Corte d’appello di Bari che con il sostituto Lorenzo Lerario ha presentato, nel mese di settembre, l’analoga richiesta di ricorso in Cassazione per annullare la sentenza di non luogo a procedere nei confronti della senatrice salentina e chiedendo il rinviando degli atti ad un nuovo giudice di pace per un nuovo esame della vicenda processuale.

La vicenda risale al 2016 quando l’attivista gallipolino Massimo Potenza presentò, preso la stazione dei carabinieri, una querela nei confronti della senatrice del M5S che in diversi dibattiti pubblici si era espressa con frasi ritenute alquanto pesanti e offensive da parte dell’esponente di uno dei meetup di Gallipoli. L’esponente salentina del M5S era stata quindi chiamata in giudizio, imputata per il reato di diffamazione, a seguito della querela presentata il 3 gennaio del 2016 presso i carabinieri di Gallipoli e finita sul tavolo della procura barese e del pubblico ministero Domenico Russo che dopo la fase di indagine aveva deciso di procedere in giudizio contro l’ex ministro. Nell’esposto-denuncia, l’attivista gallipolino, contestava a Barbara Lezzi di averlo pubblicamente offeso e diffamato tre anni addietro in almeno un paio di occasioni nell’ambito di incontri pubblici degli attivisti del movimento politico. I legali della senatrice avevano chiesto al giudice di accogliere la richiesta sull’immunità parlamentare o in subordine di rimandare gli atti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Richiesta sulla quale tanto il pubblico ministero quanto gli avvocati di Massimo Potenza, per la parte civile e offesa, avevano presentato la loro richiesta di rigetto anche in considerazione della tardività della presentazione dell’eccezione sollevata. Il giudice di pace si era quindi riservato di decidere e nell’udienza del giugno scorso, richiamando l’articolo 68 della Costituzione, aveva disposto l’improcedibilità nei confronti dell’ex ministro sollevandola da ogni accusa a suo carico perché il fatto non costituisce reato.

“Quello che non si può accettare è la violazione del principio della legge uguale per tutti” commentano i legali di Massimo Potenza alla luce della nuova impugnazione, “qui aggravato dalla mistificazione di una verità surrettiziamente taciuta nei comunicati della senatrice: se è vero che la Lezzi ha proposto querela contro il signor Potenza per un post lesivo e sessista contro di lei, fatto che Potenza nega decisamente, dovrebbe pure soggiungere, che la sua querela è stata ritenuta dai magistrati così priva di fondamento da sfociare subito nell’archiviazione. Ad ogni modo abbiamo chiesto ed ottenuto dalla procura generale della Repubblica di Bari di presentare ricorso per la cassazione di una sentenza che riteniamo semplicemente aberrante nell’applicazione di una prerogativa che può essere spesa con altri presupposti e con ben altra dignità giuridica e politica”.

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