La Puglia, il Salento, l'Albania: 30 anni per incontrarsi e volersi bene

Nelle tragedie ci si può separare o unire: il terremoto di novembre e l'epidemia di Covid-19 sono solo gli ultimi passaggi di un percorso lungo, a tratti doloroso. In Italia medici e infermieri da Tirana

LECCE - Ricordo ancora abbastanza nitidamente la sensazione di sorpresa e straniamento che provai quel giorno tornando a casa. Era l’autunno del 1991, non ricordo precisamente la data, e io avevo iniziato da poco a frequentare il liceo classico.

Aperto il cancello, attraversai il vialetto del giardino intravedendo dietro la grande vetrata della veranda una tavola piena di commensali. Insolitamente piena, dal momento che non ricorreva alcun compleanno e non c’era nulla di particolare da festeggiare. Varcata la soglia di casa incontrai lo sguardo di almeno cinque, sei persone che non avevo mai visto prima in vita mia: gli uomini avevano lineamenti abbastanza marcati, le donne avevano il volto appesantito da velo di sofferenza, tutti dimostravano più anni di quelli che effettivamente avevano.

In pochi minuti venni a capo della situazione: si trattava di un gruppo di profughi albanesi che mia madre, volontaria per l’accoglienza, aveva portato a casa a bordo della nostra Seat Ibiza bianca (ricordo ancora la targa, 555800) per offrire il pranzo e qualche ora di ristoro su letti e divani che non fossero umidicce brande. Non fu possibile farmi il riposino al quale ero parecchio affezionato e ci volle qualche supplemento di ragionamento per accettare la cosa: ricordo, con qualche imbarazzo, anche questo.

Erano i tempi in cui Bari, Brindisi, il Salento diedero prova di un grande spirito di solidarietà, insieme a una classe dirigente che in buona parte seppe gettare il cuore oltre le direttive che da Roma arrivavano, intrise di diffidenza e protezionismo all’amatriciana. Quasi tutte quelle persone sbarcate come anime alla deriva trovarono poi, nel tempo, il modo di sopravvivere dignitosamente e di integrarsi con le comunità locali: chi come muratore, chi come badante, chi come cameriere. I loro figli, alcuni dei quali nati dopo la fuga del Paese delle Aquile, furono iscritti nelle nostre scuole: oggi sono medici, imprenditori, commercianti e danno lavoro, non è insolito riscontrarlo, anche agli italiani. Negli ultimi anni la crisi economica internazionale e l’effetto domino in termini di opportunità e occupazione hanno indotto una parte degli esponenti di quell’esercito in rotta a far ritorno oltre Adriatico: con i soldi messi da parte sono diventati, così, il ceto medio di una repubblica dinamica, certo piena delle contraddizioni insite nella logica del libero mercato e del capitalismo, ma ancora fondata su un tangibile spirito identitario.

Mi piace pensare, oggi, che tra i 30 sanitari - medici e infermieri - giunti dall’Albania per fronteggiare l’emergenza della diffusione del coronavirus ci siano anche i figli di quella generazione disperata che si stipò come sardine su navi derelitte per inseguire un futuro diverso dalla certezza della miseria. Le parole che il primo ministro Edi Rama ha detto prima che l’aereo spiccasse il volo, in un italiano molto migliore di quello stentato di tanti piccoli personaggi nostrani in cerca d’autore, sono direttamente legate a quel sentimento di gratitudine e di riconoscenza che il popolo albanese nutre nei confronti dell’Italia, il paese che molto più degli altri, anche in occasione del recente e drammatico evento sismico, ha dimostrato uno slancio di generosità importante e incondizionato.

In poco meno di 30 anni il mare da elemento divisivo è diventato un ponte liquido tra un paese, l’Albania, e una regione, la Puglia, strettamente legati da un genuino sentimento di fratellanza, che è cosa viva, concreta. Non dimentichiamo certo lo scempio del Regina Pacis, che venne dopo e che aprì uno squarcio doloroso sulle devianze nel sistema dell'accoglienza, e, soprattutto, della Kater Y Rades (lo speronamento avvenne proprio il 28 marzo del 1997), non ci sentiamo assolti per quelle tragedie che si è pure provato a nascondere e manipolare (senza risalire fino all'occupazione militare della 1939). Ma sappiamo, oggi più che mai, che nell’operosità e nella solidarietà della gente onesta che abita le due sponde del Canale d’Otranto risiede il più profondo messaggio che in questi giorni tristi e bui sta maturando, a dispetto di tutto: quello di un futuro dove le carte si rimescolano e la priorità si ridiscutono, dal punto di vista economico e da quello sociale.

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Un insegnamento che spetta alle persone di buona volontà difendere dai conati di xenofobia e paura che la crisi economica che sta dietro l’angolo innescherà, con l’interpretazione di magistrali burattini privi di memoria e di decenza. Ed ecco dunque che risuona allegramente quel coro che i tifosi del Lecce intonano da un po' di tempo in giro per l'Italia - "Albania alè, Albania alè, torneramo da te, col gommone alè. Albania alè" - incontrando lo stupore, il sarcasmo e il dileggio di parti del Paese troppo imbevute di retorica dell'odio e della paura.

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