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Sabato, 24 Febbraio 2024
Recensione

“La grande opera”: i calci di rigore si possono anche sbagliare

Il documentario di Corrado Punzi racconta, dalla prospettiva femminile, gli ultimi anni della complicata vicenda del gasdotto Tap. La poetica annulla quasi totalmente il contesto, i nessi, le complessità

LECCE – Criticare il documentario “La grande opera” per non aver reso giustizia alla storia del Movimento No Tap equivale a prendere il toro non per le corna, ma per il verso sbagliato.

La libertà di approccio dell’autore – Corrado Punzi, che nel 2018 aveva firmato il notevole “Vento di Soave” sulla centrale Federico II di Brindisi – è una condizione fondamentale per aprire un dibattito serio, lontano dai pur legittimi sentimenti di parte. 

Del resto, già nella vivace discussione che era seguita alla prima proiezione, quella di giugno a Bologna, il regista aveva incardinato la prospettiva della sua macchina da presa in un orizzonte di senso molto lontano da quello dell’inchiesta, men che meno militante, e il 21 giugno, a poche ore da una data leccese che si preannunciava turbolenta, aveva ribadito con un post la sua messa a fuoco sull’aspetto antropologico e simbolico: “In questa lotta tra la mascolinità della macchina industriale e la femminilità della natura, ciò che a me è restato impresso – e verso cui credo abbiamo una grande responsabilità - è lo sguardo dei bambini, il loro desiderio di non essere né eroi né cattivi, di non essere niente”.  

Non sarebbe quindi corretto criticare il documentario per non essere stato ciò che qualcuno, ma non l’autore, avrebbe voluto che fosse. Alcune cose in più, tuttavia si possono dire sul perché, alla fine, questo lavoro, costruito su un’eccellente fotografia ma probabilmente penalizzato da dialoghi che talvolta sembrano perdere in autenticità (insomma, i protagonisti sanno bene di essere ripresi), non convince.

Difficile la comprensione del contesto

Per prima cosa va detto che il documentario non è inclusivo, nel senso che non facilita nemmeno un poco la comprensione di quello che è stato uno dei temi principali dell’agenda locale (e non solo) nell’ultimo decennio. Presuppone per lo spettatore la consapevolezza di tutta una serie di informazioni, anche specialistiche, date per scontate o, comunque, giudicate inutili orpelli ai fini della narrazione. La descrizione di contesto non è avvertita come un’esigenza nella costruzione narrativa: non si legge nemmeno un’indicazione che faciliti la collocazione nel tempo e nello spazio.

Sulla complessità delle grandi questioni sottese alla costruzione e alla localizzazione del gasdotto si vola alto, così alto che quei nodi nemmeno si vedono. Eppure le dinamiche geopolitiche, l’iter autorizzativo, le derive giudiziarie, il dibattito pubblico sono fattori che incidono sulla carne viva dei protagonisti, sono aspetti che determinano la stessa evoluzione della vicenda. Alla fine l'impronta visiva ha il retrogusto di una battaglia impari, molto cinica: la percezione di una presenza invasiva, prevaricatrice senza dubbio c'è e si vede chiaramente in alcune sequenze (il richiamo anche simbolico degli ulivi sradicati è forte), ma nessuno si è preso la briga di spiegarci bene il perché si è favorevoli oppure contrari alla costruzione del gasdotto. 

Esclusioni che dicono molto

“La grande opera”è un documentario che può essere decodificato anche da una serie di deliberate scelte omissive o riduttive, che sottendono giudizi abbastanza categorici: l'allora sindaco di Melendugno, Marco Potì, non appare in nessuna inquadratura, ma se ne ascolta la voce fuori campo per alcuni secondi, registrata durante una manifestazione, e poi nulla più. Non si può però disconoscere che si tratti di una figura centrale, sicuramente controversa, che è stata la sponda istituzionale della protesta, la guida di una comunità, stressata e lacerata, che nella fase più accesa dello scontro lo ha rivotato con ampia maggioranza. 

Dell’aspetto politico amministrativo, in generale, non ci sono grandi tracce e quando la politica emerge sulla superficie della politica, allora lo sdegno si tocca con mano: l’attacco al M5S, espresso tramite il legittimo risentimento degli attivisti che si erano lasciati persuadere che fermare l’opera fosse possibile, è frontale. Al contempo, però, altri livelli istituzionali e altri attori politici ne restano completamente fuori: dagli altri sindaci del territorio ai rappresentanti della Regione, dai parlamentari agli esponenti del governo. Eppure in tanti hanno avuto una parte importante in questa storia: nei presidi al cantiere di San Basilio, nei tanti incontri in prefettura, nelle aule della giustizia amministrativa, nei passaggi parlamentari. 

Anche l’informazione, pur restando molto sfocata agli estremi della cornice, ne esce malissimo: i cronisti locali appaiono come comparse, portate a spasso un po’ di qua e un po’ di là da Tap nelle sue molteplici iniziative di “apertura”. Punzi non fa sconti: sempre nella premessa alla proiezione leccese aveva parlato esplicitamente di “abbandono della politica” di “compiacenza dei media”. 

Probabilmente la questione è stata più complicata di così, come sa chi ha seguito per anni quella ingarbugliata vicenda: sul piano della comunicazione la battaglia è stata senza quartiere e se c'è un merito che al movimento No Tap deve essere riconosciuto è quello di aver dettato i tempi dell'agenda anche grazie a uno studio approfondito e ossessivo di migliaia e migliaia di pagine di progetti, autorizzazioni e carte di ogni tipo. Questo, indipendentemente, dal giudizio di merito sul gasdotto che ciascuno spettatore potrà avere.

Fragile equilibrio tra vicenda e storie individuali

A visione conclusa, la sensazione è di un’occasione mancata: non certo per sventolare bandiere, nemmeno per arrivare a una esaustiva ricostruzione dei passaggi e dei nessi principali, ma per accompagnare lo sguardo del pubblico verso uno sguardo d’insieme. Che poi è un po’ quello che a Punzi era riuscito molto bene, e con la giusta delicatezza, in “Vento di Soave”: creare un efficace equilibrio tra le storie dei personaggi e la storia, più grande della somma delle singole vicende, che si trovano a vivere. 

“La grande opera”, secondo i canoni estetici, è un’operazione poetica figlia di un approccio interessante e suggestivo (e sperimentato), ma la presa di contatto con la realtà è troppo fragile. Quando, appena prima dei titoli di coda, una didascalia ricorda la doppia velocità della giustizia (efficiente e chirurgica contro il movimento, pachidermica e macchinosa contro Tap) la sensazione è ancora quella di disorientamento e di un vuoto che meriterebbe di essere riempito. Come insegna il calcio, che è metafora della vita, i calci di rigore si possono anche sbagliare. 

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