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Martedì, 24 Maggio 2022
Gabriele De Giorgi

Opinioni

Gabriele De Giorgi

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Il rischio nell’era dei social: l’accoglienza degli sfollati trasformata in evento

Anche il rapporto con la guerra, con le sue drammatiche conseguenze, è una questione di post istantanei. Immagini immesse senza sosta in un flusso dove tutti sono artefici del proprio “Truman show”. E lo spazio per il ragionamento?

LECCE - Il conflitto armato in Ucraina è il primo sul territorio europeo che si consuma nell’era dei social, cioè della comunicazione non necessariamente mediata dagli attori dell’informazione più o meno professionale.

Personaggi pubblici con una certa popolarità, ma anche cittadini comuni, organizzazioni di vario tipo e attivisti informatici stanno riversando nel ventre molle della rete una quantità di narrazioni per immagini impressionante. Inevitabile quindi che al racconto della guerra si associ la spettacolarizzazione del dolore. Video di forte impatto irrompono dai nostri smartphone con una frequenza inedita. Giornali e tv se ne servono a piene mani.

Uno degli effetti collaterali di questo processo di mediatizzazione della violenza armata è il rischio di trasformare l’accoglienza in un evento. Di recente sono incappato, scorrendo la mia bacheca, in un video che mi ha provocato un senso di fastidio: in una non precisata scuola italiana – non ho voluto approfondire -, due piccoli sfollati ucraini vengono accolti dagli insegnanti e dalle classi schierate a mo’ di parata, con bandiere gialle e azzurre e slogan di benvenuto. Il ballatoio interno del primo piano sembra il loggione di un teatro. Una fotocamera li riprende da dietro mentre varcano l’ingresso dell’istituto: un applauso scrosciante li accoglie e li lascia impietriti.

Di tutta la scena, (un poco anche sceneggiata), avrei voluto salvare solo un dettaglio: quello della maestra e degli alunni che prendono per mano i nuovi arrivati introducendoli a una prima giornata che, con ogni probabilità, non dimenticheranno mai. Ho provato a ragionare su quel senso di disagio che ho provato: ho concluso che, semplicemente, insieme all’ atto fisico dell’accoglienza, emozionante nella mano che intreccia un’altra mano, mi sarebbe piaciuto vedere la scuola immersa nella sua attività giornaliera. Un gesto di fratellanza in contesto di vita ordinaria. 

La domanda che mi sono posto, senza volermi sostituire agli specialisti dell’educazione e della psicologia infantile, è se amplificare fino ai contorni di una cerimonia un momento di benvenuto, giovi davvero ai bimbi strappati ai loro affetti, in fuga dallo stravolgimento violento della loro quotidianità, in cerca di una nuova normalità, o perlomeno di una relativa serenità dopo uno stress emotivo crescente e concentrato nel tempo. Perché, in fondo, dobbiamo correre il rischio di trasformare l'aiuto, la pietas, il dovere umanitario della fratellanza tra i popoli in un atto di propaganda? Si potrebbero fare molti altri esempi: non si contano le foto di esponenti politici, amministratori pubblici che non rinunciano a un ulteriore momento di visibilità mentre praticano la solidarietà.

Si respira, del resto, un clima di informazione di guerra: allo sforzo necessario per comprendere le ragioni di fondo che hanno portato alla degenerazione di una situazione già instabile, viene spesso anteposta la necessità del giudizio, la pubblicità della condanna. Sembra quasi che qualsiasi approfondimento, giornalistico o specialistico, del complesso scenario che si è determinato sia guardato con sospetto, come la prova di un tentativo di legittimazione dell’aggressione ordinata da Putin.

Davanti al muro di drastiche certezze che trasudano dal palinsesto quotidiano io mi limito a dire che di questa guerra, ogni giorno che passa, mi è sempre più chiaro solo il punto di vista di chi ne patisce le conseguenze fino a pagare il prezzo il più alto, i civili. Non mi vergogno di riconoscere di non avere un'idea netta sul resto: sia chiaro, so bene chi ha lanciato l'attacco e so chi si sta difendendo, ma quando mi sforzo di ricostruire contesto e motivazioni non c'è mai un pensiero che arrivi fino al traguardo di essere evidenza. La mia difesa davanti a questa mia stessa esitazione è il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, il dovere dell'assistenza alla popolazione civile, sempre e ovunque.

Ma c’è anche un altro pensiero nato dalla visione di quel video, legato alla ricerca di un nesso tra la spettacolarizzazione del dramma e una grande vicenda epocale e collettiva che stiamo attraversando, con diversi gradi di consapevolezza: l’uso sempre più ossessivo delle immagini come prova stessa della nostra esistenza. Postiamo, dando in pasto a un mondo molto più vasto e insidioso della nostra cerchia di amici, ogni aspetto della nostra vita: l’ecografia di un figlio in arrivo, la pagella del primo anno di scuola, le torte di tutti i compleanni, momenti di vita familiare, ricordi intimi.

A differenza del protagonista del film, siamo noi stessi gli artefici, i creatori del nostro personale “Truman show” e dentro il flusso incessante ci buttiamo dentro anche i bambini, sorvolando troppo spesso su molte precauzioni che andrebbero prese, sull’opportunità della riservatezza che loro non possono rivendicare. Sui social cerchiamo comprensione, riconoscibilità e consenso, quasi senza soluzione di continuità. Ci stiamo educando all’uso dell’immagine come atto di legittimazione sociale: posto, ergo sum.

I confini tra reale e virtuale sono sempre più labili e noi stiamo perdendo la profondità dei pensieri, il tempo della comprensione, il senso del pudore per la dignità umana e per il dolore. E anche il buio pesto di una guerra finisce per essere un filtro delle nostre foto.

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