Rsa e Usca, i punti critici della prima fase dell'emergenza Covid

Prima parte dell'intervista al direttore generale di Asl Lecce, Rodolfo Rollo: i rischi connessi alle strutture per anziani e il ritardo nel varo delle unità speciali di continuità assistenziale

Il direttore generale, Rodolfo Rollo.

LECCE – Un solo caso positivo, riferito alla provincia di Bari, nessun decesso. Il bollettino regionale odierno sull’epidemia da Covid conferma, ancora una volta, che l’emergenza sanitaria è in procinto di essere assorbita all’interno di una gestione ordinaria.

Nel Centro Sud la diffusione del nuovo coronavirus è stata, del resto, sostanzialmente sporadica e comunque circoscritta laddove si è manifestata. Ora è il tempo della riflessione, su ciò che è stato, e della preparazione, per ciò che potrebbe essere: lo studio degli scenari, a partire dal peggiore, è, infatti, un atto dovuto per le istituzioni e per le autorità sanitarie.

L’esperienza di questi mesi, per il Salento, è stata soprattutto associata allo sviluppo di due focolai di infezione: uno nell’ospedale di Copertino e l’altro in una residenza socio-assistenziale di Soleto. Operatori sanitari e anziani hanno pagato un prezzo salato all’epidemia e, da ultimo, un nuovo segnale d’allarme sembrava essersi alzato da un’altra residenza, sempre nello stesso comune. È da qui che prende le mosse l’intervista al direttore generale di Asl Lecce, Rodolfo Rollo.

Nei giorni scorsi andavano profilandosi nuovi fantasmi, proprio quando si riteneva di essersi messi alle spalle il dramma vissuto dentro e attorno alla Rsa “La Fontanella”. Per fortuna l’esito dei tamponi ha scongiurato il rischio che la Rssa “Giovanni Paolo II” di Soleto potesse essere un nuovo focolaio.

“Vi invito a rileggere i fatti non alla luce delle dichiarazioni della prima ora, ma delle risultanze dell’ispezione ministeriale perché una volta che alcune dinamiche sono state accertate, allora anche alcune affermazioni a caldo possono essere modificate: se io trovo una persona con demenza seduta all’interno di una stanza dove è stata appena trasferita perché caso Covid, se manca l’operatore socio sanitario allora ritornerà sempre in quella che è stata sempre la sua stanza e, se trova il letto occupato da altra persona, si siederà per terra. Se entra personale nuovo a distribuire il vitto e c’è un ospite che non deglutisce da cinque anni, ovviamente il vassoio rimane lì. Per giustizia, lo dico in termini generali, è necessario vedere cosa c’è dentro una struttura, fare tutti gli approfondimenti del caso ed è quello che sta facendo la magistratura”.

Come si sta preparando Asl Lecce in vista di una ipotetica seconda ondata epidemica?

“Il punto di forza delle strutture per anziani era il non essere un ghetto, un posto dove il paziente deve avviarsi alla morte, ma essere una residenza collettiva protetta: un ambiente dove possiamo vivere le ultime fasi della nostra vita, ciascuno nella sua stanza, ma aperto al territorio, cioè ai familiari, alle attività di socializzazione. Questo era e deve rimanere un punto di forza. Nel momento in cui è scattata l’emergenza è diventato un punto di debolezza perché qualcuno può portare all’interno il virus e conseguentemente è come se Troia fosse chiusa con dentro il cavallo. Da un lato dobbiamo definire bene le regole di relazioni con l’esterno, in modo che questa fase avanzata della vita non sia vissuta come una reclusione, come se le persone venissero dichiarate civilmente morte. Stiamo cercando da una parte di dettare delle indicazioni sulla gestione e sulla localizzazione dei pazienti, sui turni, sulle prescrizioni da rispettare per rinforzare la sicurezza, un poco come facciamo per gli ospedali; dall’altra di vedere come progressivamente garantire un’apertura, in modo che a nessun ospite sia preclusa la possibilità di vedere i propri cari. Naturalmente, non essendoci esperienza consolidata su questo fronte del Covid, abbiamo avuto anche delle difficoltà interpretative, per esempio davanti al caso dell’anziana risultata nuovamente positiva. Allora abbiamo fatto un intervento di tipo militare, con tamponi a tutti gli operatori e a tutti i pazienti per avere un quadro di insieme da quale è emerso un esito favorevole non solo dal punto di vista clinico, cosa che già sapevamo data la mancanza di sintomi, ma anche da quello epidemiologico. Questa sarà la metodologia d’approccio in tutte le strutture: ciascuna deve cambiare la sua carta dei servizi in modo da garantire sicurezza e apertura, allo scopo di non arrecare un danno maggiore di quello che si vuole scongiurare. Regole rigorose per chi ci lavora e per chi ci deve entrare, con norme di comportamento e anche, se necessario, con esami preliminari. Tenga presente che sono migliaia i cittadini ospiti e che la nostra provincia è quella con l’indice di vecchiaia più alto di tutta la Puglia: non abbiamo intorno al 25 percento della popolazione fatto di ultrasessantacinquenni”.

Direttore, un aspetto di oggettiva criticità nella gestione in Puglia è stato quello legato alle Unità Speciali di continuità assistenziali, annunciate a metà aprile ed entrate in funzione molto dopo. Perché questa dilazione dei tempi?

“Il mio orientamento è quello che deriva dall’esperienza: dobbiamo ripensare la rete territoriale, i ruoli e le funzioni della guardia medica, della medicina generale perché sono le leve che garantiscono la continuità della sicurezza. È appropriato avere un nuovo servizio con operatori laureati da solo pochi anni? Ti ritrovi nel momento del massimo stress sul servizio, con un ragazzo da buttare nel campo di battaglia: ma io devo dargli il tempo di orientarsi. Se invece lo faccio con un collega che fa la guardia medica o la medicina generale da dieci anni e che magari è anche organizzato in gruppo all’interno del proprio comune, allora è molto diverso. Mentre io organizzo i giovani colleghi, intanto l’emergenza passa. Io devo invece organizzare i miei anziani, chiamandoli a un ruolo diverso e rimpiazzandoli con i meno esperti: è un poco quello che abbiamo fatto negli ospedali dove in prima linea abbiamo messo le persone più formate perché nel giro di 24 ore i pazienti finivano in rianimazione e morivano. Nei reparti No Covid abbiamo messo i giovani, sotto il coordinamento di un medico più navigato”.

“Le Usca vanno inquadrate come effettive Aggregazioni Funzionali Territoriali (Aft), così come previste dalla legge Balduzzi, che offriva un modello diverso di assistenza: garantiscono una conoscenza capilare del territorio, della storia dei pazienti e questo consente di discriminare in maniera anche veloce un sintomo d’allarme da un sintomo ordinario. Le Usca hanno funzionato laddove erano la netta continuazione delle Aft, rafforzate in caso di pandemia e coordinate da personale esperto. Per quanto riguarda noi, le abbiamo fatte? Sì, ma l’operatività è bassa: intanto perché le persone ancora positive sono una ventina e prevalentemente senza sintomi, ma anche perché l’obiettivo strategico per l’autunno è quello di avere medici in aggregazione per ogni comune, discutere con loro come condurre una sorveglianza attiva sul territorio. Mentre nella prima fase il controllo veniva fatto per via telefonica, nella seconda ci si deve organizzare per turni garantendo l’assistenza nelle case: chiaramente questo tipo di lavoro va retribuito”.

I medici di base, e non solo loro, hanno lamentato la mancanza di dispositivi di protezione individuale. È un problema anche questo.

“Se tu vuoi dare i dispositivi a 800 medici di medicina generale più quasi 200 pediatri, allora non ce la fai. Se devi armare invece tante persone quante sono i comuni, allora è possibile. Nella prima fase siamo stati presi in contropiede perché la richiesta di mascherine dalla Cina è stata enorme rispetto all’offerta, quindi il tema dell’autosufficienza in funzione dei bisogni va affrontato in maniera strutturata”.

“I dispositivi vanno anche calibrati sulle esigenze del medico e sul tempo di utilizzo: se io devo tenere una mascherine per otto ore al giorno, allora devo metterci un poco di tecnologia per avere dispositivi evoluti: un marinaio non veste come un pilota di caccia, perché l’abbigliamento è legato al tipo di funzione”.

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La seconda parte dell'intervista, sull'organizzazione dei servizi sanitari per l'epidemia durante la stagione turistica, sarà pubblicata domani. 

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