Guerra in Bosnia: anche dei salentini tra i “fuochi” di Natale a Sarajevo

Il conflitto serbo-bosniaco a pochi passi da qui: l'abbiamo “spiato” dalla finestra di fronte, ma in tanti l’hanno vissuto da protagonisti. Come nel Natale di 25 anni fa, quando un docente salentino scrisse persino al Papa per fermare gli orrori

Tracce dei bombardamenti sul Monte Trebevic.

SARAJEVO – (Una premessa. Superato il letto del fiume Drina - il confine naturale che separa la Serbia dalla Bosnia Erzegovina - i 250 chilometri restanti non sono che un vorticare tra i tornanti a tratti sprovvisti di recinzione. Un percorso, lento e snervante, fra i boschi bui di fine novembre, circondati da campi non ancora del tutto sminati. L’ultima delle serie infinite di gallerie scavate tra le Alpi Dinariche risputa fuori l’auto e la “cosa” improvvisamente cambia. Non è un fatto di paesaggio. È l’intera dimensione a mutare. Uno dei primi edifici che ti si piazza davanti una volta fuori dal tunnel è infatti quello: a fasce giallo e rosso, di periodo austroungarico e dai richiami ottomani. È la Biblioteca di Sarajevo. Nessuna periferia cuscinetto. Nessun ingresso "urbano" della città. Si finisce di fronte alla biblioteca. Ci si sbatte contro. Non la si dimentica più).

C’è un posto a un pbiblio esterna-2asso da qui, in Bosnia, ma lontano psicologicamente. Distante perché, in generale, viene ritenuto tale quel luogo che non è servito da una compagnia aerea a basso costo. Per i cinquantenni di oggi è ancora un ricordo che si chiama Jugoslavia, il Paese comunista vicino di casa e tenuto assieme, nelle sue spinte alla frammentazione, dalla figura del maresciallo Tito. È una sorta di doppia vicinanza geografica e temporale di una guerra, quella serbo-bosniaca, che ha visto la partecipazione di centinaia di salentini, se si pensa ai soli militari del'Esercito partiti dal Tacco. Non secoli addietro, ma praticamente ieri. Esattamente 25 anni fa, nel 1994, uno dei momenti più truci delle pagine della storia con i massacri di Markale, nella capitale bosniaca e l'anno successivo col genocidicio di Srebrenica e relative, gravi colpe nella gestione da parte dell'Onu, la quale aveva dichiarato quella zona come un'area sotto protezione internzionale e sotto il controllo del contingente olandese.

Biblioteca (Foto Sergio De Riccardis)-3La guerra nei Balcani, dicevamo, ha visto l’ingaggio a più riprese di centinaia di ragazzi partiti dal Salento, negli anni Novanta, che all’epoca avevano una ventina di anni o poco più. Ne abbiamo incontrati alcuni grazie alla collaborazione degli amici del circolo Arci di Maglie, intitolato, non a caso, alla Biblioteca di Sarajevo, “un luogo di incontro e di associazione che riparte proprio dal potente simbolo culturale della capitale bosniaca”, ha spiegato il presidente, Giancarlo Costa Cesari. Un monumento che fu però bersagliato dalle granate serbe (Viječnica il suo nome originale) e distrutto alla fine dell’agosto del 1992.

Migliaia di libri, testimonianze cartacee di secoli e secoli, inceneriti tra le fiamme che la comunità di Sarajevo ancora ricordano sotto shock. Il tutto nonostante l’articolo 4 della Convenzione di Ginevra ribadisca la necessità di tutela dei beni culturali che non possono essere distrutti o deteriorati in casi di conflitto armato. L’odore acre del fumo brucia ancora. Un’immagine “rovente” che i Csi hanno riprodotto in musica nei versi della canzone Cupe vampe. La ricostruzione della Biblioteca dalla facciata giallorossa, ultimata di recente, ha restituito i colori al monumento (la foto accanto, che ritrae gli interni ci è stata concessa dal fotoreporter leccese, Sergio De Riccardis, realizzata in un suo recente servizio in Bosnia). Quei costosi interventi di recupero non sono stati però sufficienti per ridarle un’anima.

La frammentazione della ex Jugoslavia e il conflitto in Bosnia

Già dopo la morte di Josip Broz Tito, negli anni Ottanta, e il declino dei regimi comunisti in Europa, prevalsero le spinte nazionaliste e indipendentiste, iniziò una guerra di tutti contro tutti tra le varie etnie e fedi religiose. Il conflitto fu ispirato al principio della “pulizia etnica”, allo sterminio delle comunità avversarie. Una guerra sanguinosa che ha lasciato sul campo milioni di vittime, tanti bambini mutilati dalle mine, donne stuprate, deportati e sfollati, costretti ad abbandonare le proprie case. Anche in Bosnia Erzegovina si verificarono le spinte verso l’indipendenza e dopo un referendum, al quale non prese parte la popolazione serba a mo’ di protesta,

IMG_1534-3si scatenò un conflitto interno. Fu la genesi di una repressione ai danni di musulmani e croati. In questo contesto, Sarajevo fu pesantemente bombardata e rimase sotto assedio per mille e 425 giorni. I cecchini privarono la città persino dell’importante cabinovia che collega il centro al Monte Trebevic, dove nel 1984 si svolsero i giochi olimpici invernali (in foto, la vecchia pista di bob) e che concessero un (breve) momento di gloria alla Bosnia. Il conflitto, cominciato nel 1991, si protrasse fino al 1995 con l’intervento della Nato. Questa bombardò a sua volta gli apparati militari e le vie di comunicazione principali della Repubblica serba.

Un docente salentino a Skopje

Augusto Fonseca è originario di Taviano. Negli anni dell’assedio si trovava a Skopje, capitale della Repubblica della Macedonia del Nord, una delle ex repubbliche socialiste che componevano la federazione jugoslava. Specializzato in studi di Slavistica e abilitato all’insegnamento di materie letterarie all’estero, dal 1973 fino al 1992 ha lavorato dapprima a San Pietroburgo, poi presso l’Università macedone, nella Facoltà di Lingue.

IMG_1729-2-4“Sono stato l’ultimo lettore universitario”, ricorda commosso. “Nel ‘91, sono arrivate a Skopje fiumane di migranti bosniaci. Con la collaborazione degli altri studenti locali, noi docenti abbiamo cercato di aiutarli. Si partiva dalla raccolta di medicinali, la prima richiesta, ma era tutto assurdo, inconcepibile quella logica del mors tua vita mea. Si è trattato di una lotta fratricida. Chi abbandonava la propria casa, sapendo che sarebbe stata occupata da un’altra etnia, lasciava quasi sempre il gas aperto o qualcosa di simile. Non c’era una vittima e un carnefice. Non c’era più questo confine”.

Fonseca, che poi è rientrato nel Salento dove ha insegnato presso l’Istituto d’arte di Parabita, si è reso protagonista di una serie di iniziative contro quel conflitto nei Balcani. Erano anni in cui i periodici, come il settimanale "L’Espresso", avevano lanciato una raccolta di firme per fermare gli orrori. Augusto Fonseca, però, non si è limitato soltanto a quello. Ha infatti scritto alle testate salentine per sollecitare raccolte di aiuti in favore della popolazione bosniaca, ha contattato le trasmissioni nazionali, l’agenzia di stampa Ansa. Ha inviato una missiva al segretario dell’Onu e diverse lettere a Papa Giovanni Paolo II, come quella del Natale di esattamente 25 anni fa. Ha sollecitato il pontefice, apprendendo mesi prima che questi si sarebbe recato in visita a Sarajevo, affinché incidesse in quel disastroso scenario di guerra. “Caro Papa, tutti hanno fallito, fa’ qualcosa almeno tu”.

A una di quelle lettere, peraltro, è anche giunta risposta. Sua, del resto, è anche la poesia “Requiem per la Jugoslavia”, scritta nel giugno del 1992 e contenuta nella sua pubblicazione “Jugoslavia, Jugoslavia”, che raccoglie le testimonianze dell’impegno contro la guerra. Per la sua attività professionale e culturale, Fonseca ha anche ricevuto a sua volta una lettera d’encomio da parte dell’allora presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini.

Il ricordo di due militari dell'Esercito in missione

In quella guerra, poi, c’è chi è stato costretto a prendervi proprio parte. Mario (nome di fantasia, ndr), ora è un ex ufficiale dell’Esercito italiano, ormai fuori servizio. Aveva da poco compiuto 21 anni quando è partito, da una cittadina del Salento, in direzione Bosnia. “Oggi, prima delle missioni, viene spiegato ogni singolo dettaglio ai militari. All'epoca, invece, si era decisamente meno indottrinati, eravamo il primo contingente di “volontari” professionisti italiani in un posto di guerra. Prima dei Balcani, un’esperienza simile era stata fatta soltanto in Somalia. Ero un giovanissimo sottufficiale, con la responsabilità di dover coordinare una decina di altri ragazzi come me. Non sono stato destinato a Sarajevo, ma a sorvegliare il ponte di un’altra città, sul fiume Drina. Nessuno ci forniva delle spiegazioni su quei compiti: sorveglia il ponte, non far passare nessuno e basta. Ci siamo ritrovati improvvisamente dalle nostre case al di là dell’Adriatico a dormire in scuole diroccate dalle bombe. Le finestre ce le siamo sigillate noi stessi, servendoci del cellophane. In quelle aule c’era del sangue sui muri e sul pavimento. Nonostante fosse una scuola, qualcosa di terribile doveva essere accaduto”. 

L’esperienza di Mario è simile a quella di centinaia di altri militari che, dal Tacco, partirono arruolati nei vari reparti dell’Esercito o dell’Aeronautica. “Negli anni Novanta - prosegue l’attuale ufficiale - bisogna pensare che noi militari ci ritrovavamo con un livello di inglese scolastico e nessuno aveva mai utilizzato un Gps. Per cui a vent'anni venivi catapultato in quei posti con una raccomandazione: attenzione, i campi sono zeppi di mine antiuomo. La popolazione, nella cittadina in cui ero stato inviato, così come per le strade di Sarajevo, era composta da sole donne e anziani. E quando quelle donne avevano i denti spaccati, era quasi sempre la spia di uno  o più stupri che erano state costrette a subire. Non c’era traccia di uomini più giovani in quei paesi e poi ho capito perché: le rive del fiume Drina, dove ci trovavamo noi, era un cimitero a cielo aperto, distese infinite di lapidi”.

Continua il suo racconto: “A vent'anni, seppure in una zona di guerra, prevale comunque il senso dell’avventura. Per esempio: la raccomandazione che ci veniva costantemente fornita era quella del divieto di accendere sigarette all’aperto, di notte. Sarebbe stato un modo palese per attirare l’attenzione dei cecchini. Un nostro collega salentino, infatti, è stato raggiunto da un colpo, fortunatamente di striscio. Miracolato, se si pensa che nonostante il freddo di quei luoghi e il pericolo, non eravamo dotati neppure di giubbotti fatti di materiale tecnico".

Quando sono rincasato, credo di aver vissuto per alcuni mesi una forma di disadattamento. Innanzitutto, camminavo sempre guardando in alto, verso le finestre dei palazzi, temendo che potessero esserci cecchini. In Bosnia eravamo costretti a farlo, dai carrarmati cosiddetti “scarafoni”: sempre col naso all’insù. Contemporaneamente, ho camminato per diverso tempo soltanto sull’asfalto, evitando gli sterrati. Nei Balcani avevamo il terrore delle mine Cluster della stessa Nato: si aprivano a grappolo, frammentandosi in tante munizioni. Insomma, non ho messo piede in un prato per mesi. Però ho anche dei ricordi molto belli: il concerto degli U2 nel settembre del ‘97 fu reso possibile da tanti militari salentini che erano lì, a garantire la sicurezza in servizio anti-cecchino. Ma oggi, quando passeggio nei boschi in montagna assieme alla famiglia, il ricordo corre sempre a ritroso, agli alberi sulla Drina. E solo ora prendo coscienza del compito che eravamo stati chiamati a svolgere allora”, conclude.

La missione Ifor, divenuta Sfor dopo gli accordi di Dayton del 1995, ha poi nel tempo cambiato volto: da “implementazione”, che rimanda al concetto di imposizione, si è passati alla fase “stabilizzazione”. Alla fine degli anni Novanta, i militari dal Salento partirono nuovamente in Bosnia Erzegovina per garantire un sicuro svolgimento delle elezioni politiche. Ma fino ai primi Duemila, è stato tutto un susseguirsi di scontri molto accesi. Ce lo conferma anche Jacopo (anche questo nome di fantasia, ndr), partito dal Tacco nel 2001 all’età dei 24 anni. Era caporale in ferma annuale negli Alpini e nel mese di giugno è approdato a Sarajevo fino al dicembre di quello stesso anno, vivendo dunque dalla Bosnia l’attacco alle Torri Gemelle.

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“L’11 settembre ero lì, i livelli di sicurezza saltarono alle stelle. Ma notammo che a cambiare immediatamente furono anche i canti dei muezzin della moschea. Come fossero dei canti di vicinanza all’ala combattente. Ma uno degli aspetti più evidenti al momento dell’arrivo, furono i fori dei proiettili sui muri degli edifici. I cecchini erano a conoscenza del fatto che alcune case potevano avere una composizione fatta di impasti di paglia, non solo muratura. Loro puntavano dunque a quelle, ma nel dubbio colpivano anche le altre. Il primo briefing a noi militari, una volta sul posto, è stato quello relativo alle mine antiuomo. Ma queste potevano essere nascoste ovunque. Per strada vi erano anche lattine di Coca-cola, pupazzi e bamboline riempite con esplosivo. E nelle mani di chi speravano finissero quei giocattoli? Dei bambini”.

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