Contro lo spopolamento del Sud, nel Salento nasce Daìmon: la scuola per “restare”

Non un luogo fisico, ma itinerante e gratuito. L’iniziativa permanente, nata dall‘esperienza de La scatola di latta, promuove la “restanza attiva” in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Molise per contrastare un disastro demografico

Foto di repertorio.

LECCE – Dal 2009 al 2018, la popolazione salentina conta 31mila e 103 cittadini in meno. Un decremento demografico evidenziato dai dati dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica, in uno studio effettuato al 31 dicembre per ognuno degli anni monitorati. Un crollo che si inserisce in un più preoccupante quadro nazionale e nel quale la Puglia si attesta al settimo posto per numero di residenti che hanno lasciato il Sud. Il fenomeno dell’emigrazione "forzata" delle fasce più giovani non è un fatto solo culturale, ma genera ripercussioni sull’economia, sul welfare e una implosione del mercato del lavoro e del sistema pensionistico futuro. Non c’è un ricambio generazionale, nè "mobilità". Gli stessi immigrati da Paesi extraeuropei, così come i giovani italiani, non generano più figli per via delle difficoltà lavorative e dell'assenza di servizi e forme di assistenza fondamentali. Come se il Sud, Tacco compreso, procedesse ormai fino a un “esaurimento scorte”.

È tra le pieghe di queste concatenazioni di fenomeni che si inserisce anche il dibattito attuale di sociologi e antropologi, come il calabrese Vito Teti, che ha coniato il termine “restanza”, per indicare una forma di resistenza del cittadino meridionale che non se ne va, ma resta. E rimanere, come ha dichiarato lo stesso docente dell’Università della Calabria, è ancora più faticoso del partire, “perché chi resta sperimenta la condizione della solitudine, dell’incomprensione, dello straniero in patria, perché intanto il Paese è cambiato. Una volta c'era il sacrificio dell'emigrante e adesso c'è il sacrificio di chi resta”. Ma c'è chi, proprio ri-partendo dal Salento, ha deciso di gettare le condizioni per una rete della "restanza".

In questo contesto socio-economico, il Salento riparte dalla “restanza”

Non ha porte né finestre. Non ci saranno pagelle o attestati. Né compiti. Né calendari. E, soprattutto, non terminerà mai. Via i banchi: le aule coincideranno con i luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesaggi d’Italia. Si intitola, appunto, Daìmon: la scuola per “restare”, nata da pochi giorni nel Salento e alla quale hanno già aderito in tanti. Partorita dall’idea dell’associazione culturale La scatola di latta, sarà una scuola adatta “a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare”, come l’ha definita lo stesso portavoce del progetto, Gianluca Palma. Dopo circa sei ann5164774d-2cd4-4891-90ee-3946bbe83cc8-2i di passeggiate tematiche, iniziative aggreganti e incontri formativi “dal basso”, questa volta si punta a una vera e propria scuola, per coinvolgere ulteriori organizzazioni, docenti, cittadini e, ovviamente, istituzioni.  

Che cosa si intende per "Scuola del restare"? Da dove nasce questa idea?

“Da decenni l’Italia è vittima del calo demografico e dello spopolamento per abbandono volontario o forzato da parte dei suoi abitanti. Ma è in atto anche una migrazione interna che, come una bussola, è pressoché unidirezionale e riguarda uno spostamento massivo di cittadini dalle regioni del Sud a quelle del Nord Italia. Interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma, mentre le città medio-grandi si apprestano a diventare metropoli prive di spazio vitale. È fondamentale preservare il patrimonio culturale e naturale dei piccoli centri, per tutelarne la produzione agricola, culturale ed enogastronomica: per tutelarne le connotazioni identitarie. Noi dell’associazione Scatola di latta, dal 2014, promuoviamo iniziative civiche culturali nel Mezzogiorno – e in particolare nel Salento – praticando la restanza, intrecciando relazioni e custodendo storie di luoghi e persone..

Che forma può assumere il concetto di restanza declinato in chiave salentina e quali benefici sociali può apportare una scuola del genere al territorio?

L’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato il concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo e propositivo, da praticare nella quotidianità: lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando e rigenerando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo, in piena armonia. I paesi rappresentano una grande risorsa e una grande opportunità. Non sono un residuato del passato o un’eredità di un “piccolo mondo antico” avulso dal presente. Anzi, i piccoli comuni possono essere un luogo dove si possono sperimentare politiche innovative dal punto di vista civico, sociale ed economico, dove si possono costruire nuove relazioni con i luoghi e le comunità, dove si può (e si deve) parlare di futuro. Di sicuro il futuro dell’umanità sarà ancora costituito da cammini e spostamenti. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma indica la strada per costruire avamposti contro l’impoverimento culturale e per erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro – da offrire ai viandanti: indica la strada per creare rete, scambio di saperi, corrispondenze e quindi arricchimento”.

Come coniugare un progetto che vuole essere permanente e itinerante in un luogo tanto periferico dal punto di vista geografico?

“Praticheremo l’arte socratica della maieutica, ovvero impareremo a ‘partorire’, grazie agli stimoli – dote in senso lato- degli incontri, risposte, strumenti e soluzioni che ci appartengono ma che abbiamo disarmato. Impareremo dunque a ri-scoprire i nostri luoghi madre, a stimolare e supportare gli enti pubblici e privati locali e internazionali; ci sensibilizzeremo alla cittadinanza attiva glocale; ci dis-educheremo all’abbandono e impareremo l’arte della cura: delle radici e dei fiori”.

Quali gli obiettivi?

“Abbiamo scelto di dare alla nostra scuola il nome Daìmon, dal lessico del sentire greco. Era lo spirito guida che accompagnava gli eroi greci a compiere il loro destino, a realizzare pienamente la loro individualità, il loro essere eccezione; nel caso di Antigone era Filía: Amore. Daìmon era ed è il nostro demone: lo sguardo interiore che porta al riconoscimento; viatico e volano per la realizzazione della nostra pienezza. I segni di daìmon poi sono gli stessi che definiscono (con l’aggiunta di una congiunzione) la parola diaméno, che in greco classico significa “restare”. Per cui (il nostro è anche un augurio): restiamo seguendo il demone, nella piena realizzazione –anche civica- della nostra singolarità”.

Ci sono personalità locali o competenze specifiche del territorio alle quali intendete ispirarvi o dalle quali trarne lezioni?

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“La scuola chiede in luogo di una quota di partecipazione: un baratto in sapere, manufatti, tempo, ospitalità, prodotti o edificanti segreti per una restanza felice. Nella prima settimana di “lancio” della scuola abbiamo ricevuto numerose adesioni sia del sud che dal centro e nord Italia da persone singole o enti. E si prevedono “lezioni” di persone e realtà che “restano” e “abitano in maniera attiva” i propri luoghi in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise. L'invito è a iscrivervi alla scuola e proporre idee e "lezioni" per re-stare ed abitare poeticamente e civicamente i propri paesi e territori”.

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