Taranta senza lo sprint di Castrignanò: "Scelta coerente per me e per voi"

In un post l'artista salentino si rivolge ai tanti appassionati che lo seguono e che si aspettavano di vederlo ancora sul palco del Concertone

Antonio Castrignanò.

LECCE - “È stata la scelta più rispettosa e coerente per me e per voi in questo momento”. Così Antonio Castrignanò, uno dei punti fermi della riproposta della musica popolare salentina, ha spiegato la sua assenza dal Concertone di Melpignano che ha chiuso al 22esima edizione della Notte della Taranta.

Dopo aver collezionato 16 presenze di fila e modellato un talento innato in una cornice di consapevolezza e padronanza della scena, Castrignanò, tamburellista e cantante, si è tenuto fuori dalla kermesse. Se ne sono accorti i tanti appassionati che ha incontrato negli anni e che ha saputo trascinare con sempre maggiore potenza musicale, ma la sua assenza è sembrata avere anche un riverbero sulla potenza della diretta televisiva.

Insieme all’Orchestra Popolare, oramai consolidato ingranaggio cardine attorno al quale si muove tutto il resto, l'artista di Calimera ha scandito ritmi infuocati che dal palco hanno attraversato il grande piazzale con scariche di corrente elettrica. In un percorso parallelo, ha consolidato la sua figura di musicista e cantante a tutto tondo, riscuotendo consensi e applausi tanto nel territorio salentino quanto in giro per l’Italia e anche all’estero (a Buenos Aires gli italiani d’Argentina stanno ancora ballando dopo il suo concerto del 28 ottobre).

Castrignanò non è il primo a defilarsi (si è esibito in una della tappe del festival itinerante che ha preceduto il Concertone, a Galatina). Prima di lui, per esempio, lo ha fatto Mauro Durante, la cui ultima apparizione risale al 2013. Ludovico Einaudi lo volle, molto giovane ma già di assoluto livello, al suo fianco nella direzione del Concertone. Durante ha preso in mano le redini (dal padre) del Canzoniere Grecanico Salentino, rinnovandolo e rilanciandolo verso tour mondiali da tutto esaurito. Poi c’è Alessia Tondo, un altro dei prodigi musicali di questa terra: la sua voce manca. E ancora Ninfa Giannuzzi, Anna Cinzia Villani ed Emanuele Licci.

Ci sono due modi di leggere questi fatti: come mere coincidenze e continuare a dire che tutto va bene - citando a memoria dati sull’indotto economico e sullo share in televisione - oppure chiedersi se il sottile equilibrio tra un patrimonio delicato come quello dei canti di lavoro, di amore, delle pizziche e della tarantelle e lo slancio verso le variegate dimensioni della contemporaneità (compresa quella dell’egemonia della logica televisiva) non si stia spezzando a favore di uno sbilanciamento eccessivo e forse irreversibile verso il secondo fattore.

Si tratta di un pensiero laico e certamente soggettivo, ma non dettato, come piace pensare a qualcuno, da pregiudizi “puristi”: basti  pensare alle edizioni che qui sono state raccontate con entusiasmo.  Al netto del risentimento di chi mal sopporta le voci fuori dal coro - per cui discutere dell’evento con parole differenti da quelle del vocabolario celebrativo sarebbe come una sorta di attentato alla nazione –, il tema dell’identità della Notte della Taranta resta tutto sul tappeto. Se sperimentazione è infatti la parolina magica che per definizione rompe le sbarre di tutte le gabbie e consente di aprirsi verso mille esiti inediti, è chiaro anche che non può essere un alibi per qualsiasi esito. Salvo dover iniziare a parlare di un’altra cosa: scelta legittima, ma forse sarebbe un peccato.

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