Test sierologici, è boom di richieste nei laboratori privati

In tanti bussano ai centri d’analisi per conoscere la propria situazione sierologica. Ma questi esami servono davvero in una fase di emergenza? Quali sono i loro vantaggi e quali i limiti? Le risposte di una biologa

LECCE - Anche i centri di analisi di Lecce e provincia, così come quelli di altre parti d’Italia, si stanno attrezzando per rispondere alle numerose richieste di test sierologici da parte dei cittadini che vogliono sapere se sono positivi al virus e se sono contagiosi. Alcuni laboratori offrono già la possibilità di svolgere l’esame a un costo variabile, dai 30 ai 50 euro.  

Ma il test è davvero così utile in questa fase? Il professore Pier Luigi Lopalco, responsabile coordinamento emergenze epidemiologiche della Regione Puglia, ha affrontato la questione nella diretta facebook di due giorni fa, con il sindaco di Lecce Carlo Salvemini, mostrando perplessità e affermando che “voler conoscere la propria situazione sierologica è una spinta giustificata psicologicamente, ma non dal punto di vista della sanità pubblica”.

In cosa consistono questi esami? Quali sono i loro vantaggi? Quali i limiti? Lo abbiamo chiesto ad una biologa, Simona Latronico: “Sono inutili in uno stato di emergenza”.

Cosa consentono di rilevare i test sierologici?

"Servono a stabilire se c'è stata ed è stata superata l’infezione e a individuare gli anticorpi prodotti in risposta a un’infezione o una vaccinazione. Nel caso specifico, si ricercano gli anticorpi diretti verso le principali proteine esterne del virus Sars–Cov–2, che è responsabile del Covid–19.

Le proteine esterne (quelle disegnate come delle protuberanze sul virus nelle immagini rappresentative) sono utilizzate dal virus per attaccarsi alle nostre cellule. Vengono chiamate “neutralizzanti” proprio perché neutralizzano il virus e impediscono la prima fase di attacco e sono spesso identificate come anticorpi “protettivi”.

Che differenza c’è tra i test sierologici rapidi e quelli quantitativi?

“I primi vengono effettuati utilizzando una goccia di sangue e stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi; i secondi, attraverso un prelievo, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti e per questo, sono più affidabili. Quelli rapidi in diversi casi producono falsi positivi e falsi negativi.

In ogni caso, nessun test, neppure quelli quantitativi come quelli della casa farmaceutica statunitense Abbott scelti dal Governo, sono in grado di dirci se abbiamo conquistato una patente di immunità”. 

Perché?

“Perché così come accade per altri virus, per esempio quelli responsabili di morbillo e rosolia al citomegalovirus, è necessario prima che vengano stabiliti dei livelli di soglia che permettano di individuare un soggetto immune da uno non immune. Si dovrà cioè valutare, prima, quali siano i livelli di protezione.

Al momento questa questione non è chiara: non è certo, in letteratura, che i test verifichino la presenza di anticorpi neutralizzanti il Covid. D'altra parte, durante la prima settimana dal contagio o dall’esordio dei sintomi non ci sono ancora gli anticorpi. Quindi, un soggetto potrebbe essere stato contagiato, ma risultare negativo al test. Oltretutto, la presenza delle immunoglobuline G (IgG) indica che c'è stato un contagio almeno 14 giorni prima, ma questo non vuol dire che il soggetto non possa essere ancora contagioso.

I test dovrebbero essere usati solo per confermarci se siamo venuti o meno in contatto con il Covid-19 attraverso appunto l’individuazione degli anticorpi. Per esempio, potrebbero essere usati da chi ha il sospetto fondato di essere stato vicino a un contagiato o ha avuto sintomi.

Quindi, ad oggi, dovrebbero essere usati come un test "orientativo" nulla di più.

È molto più auspicabile che sui soggetti risultati positivi ai test seriologici fosse eseguito anche un tampone per confermare l’avvenuta infezione e l’eventuale contagiosità, come avviene in Veneto. Ma purtroppo questa strada viene seguita ancora poco."Simona Latronico-13

E, invece, le analisi sul tampone? 

“Le analisi sul tampone mettono in evidenza il virus. Il test è molto sensibile e risulta positivo nella prima parte della malattia, quando il sistema immunitario non è ancora capace di produrre una risposta efficiente. Poi, sempre ipotizzando che il Covid19 sia una infezione acuta autolimitante, il sistema immunitario incomincia a elaborare le prime armi di difesa. A questo punto compaiono i primi anticorpi prodotti dall’organismo: quelli di tipo IgM, che si possono rilevare con un esame sierologico già dopo cinque, sei giorni dall’infezione, generalmente, raggiungono il picco verso la seconda settimana, poi scompaiono, e dicono che l’infezione è recente. Più robusta è, invece, la produzione di anticorpi di classe IgG, che compaiono dopo e durano nel tempo; in presenza di IgG specifici, il virus scompare e il tampone di conseguenza risulta negativo. Questo vuol dire che il sistema immunitario ha reagito bene e ha vinto la sua battaglia”.

Quindi, il test sierologico può dirci solo se la malattia è stata superata?

“Sì, e per questo non può sostituire il tampone, perché classificherebbe gli infetti solo quando è ormai tardi per isolare il paziente. Quindi non è utile in uno stato di emergenza”.

Come vengono analizzati i tamponi?

“I test di analisi molecolare possono essere effettuati su due tipologie di materiale biologico: l’escreato (il muco/catarro espulso dalle vie aeree inferiori) oppure sulle secrezioni prelevate con il tampone naso-faringeo: si va a toccare la gola e le cavità nasali in profondità con una sorta di cotton fioc. La stragrande maggioranza dei test viene effettuato sui tamponi, in quanto è molto difficile disporre dell’escreato del paziente, perché, come è noto, uno dei sintomi del Covid-19 è la tosse secca.

Sul campione si esegue la reazione a catena della polimerasi (Pcr), messa a punto in base alla sequenza genetica del virus Sars-cov-2, isolata dai ricercatori cinesi.

Quindi si individua la presenza dell’acido ribonucleico (Rna) virale. Una volta ottenuto l’Rna dal campione biologico, si procede con la fase definita di screening, cioè l’individuazione della presenza di un virus della famiglia dei Coronavirus, di cui il Sars-Cov-2, responsabile dell’infezione Covid-19, fa parte. Se questa fase è positiva, si procede alla ricerca dei marcatori genetici specifici del Sars-Cov-2, cioè di quella parte dell’Rna virale stabile, non sottoposta a mutazioni che caratterizza la specie.”

Oltre al tampone, ci sono altri tipi di esami per individuare il virus?

“Lo screening ecografico ai polmoni può rivelarsi un efficace di strumento di diagnosi, veloce e attendibile per individuare i falsi negativi dei tamponi. L’ecografia polmonare è un esame rapido, non invasivo, poco costoso, ripetibile più volte ed eseguibile anche a domicilio e permette di riconoscere le alterazioni polmonari tipiche dell’infezione anche nei pazienti con sintomi iniziali e che potrebbero risultare negativi al tampone”.

Spesso si tende a fare confusione nel confronto e nella lettura dei dati sull’andamento della pandemia. Come andrebbero interpretati?

“È necessario fare chiarezza su come interpretare le informazioni che vengono fornite ogni giorno dalla protezione civile. Il numero relativo alla crescita degli attualmente positivi al virus e quello dell’aumento dei casi totali possono creare equivoci: il primo si riferisce alle nuove persone che in quel dato giorno sono risultate positive, escludendo però quelle che non lo sono più, ovvero i deceduti e le persone guarite; il secondo, invece, comprende anche le altre due categorie. Il dato degli attualmente positivi, quindi, non è il numero dei nuovi contagi del giorno.

Quindi, se in un dato giorno, come è già accaduto, aumentano per esempio di molto sia i guariti che i deceduti, la loro somma pesa di più dell’aumento delle persone “attualmente positive” e l’incremento di queste ultime magari sarà minore rispetto al giorno precedente ma non per questo si potrà parlare di calo dei contagi. Calano gli attualmente positivi, ma non vuol dire che ci siano meno contagi rispetto al giorno precedente. Ecco perché il dato che ci parla dell’aumento dei contagi è quello sull’aumento dei casi totali e non quello sulle persone attualmente positive.

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È importante sapere anche che quando viene fornito il numero totale dei tamponi questo non corrisponde alle persone che sono state sottoposte effettivamente al controllo. Ci sono persone che vengono sottoposte a più tamponi. Per esempio, ci sono pazienti che per essere definiti guariti devono essere sottoposti a due tamponi consecutivi negativi, a distanza di 24 ore, l’uno dall’altro”.

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