Dalla trincea di Bergamo: "Così abbiamo capito di trovarci in una guerra"

I primi casi sporadici di Covid-19, poi il boom di accessi e nulla è stato come prima. La generosità nella lotta quotidiana, la solidarietà e il dolore. Intervista a un medico del Papa Giovanni XXXIII

Foto del reparto al Papa Giovanni XXIII.

LECCE – Le cattive notizie, di solito, non si lasciano annunciare. Si presentano, mettono alla prova umori, affetti, vite, assetti sociali, fino a sconvolgerli. E ci si ritrova al centro di un girone dantesco senza quasi avere il tempo di chiedersi cosa stia accadendo, perché quel tempo è vitale. Federica Damini, medico dell’Unità Operativa Complessa di Emergenza e Alta Specializzazione del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è da circa un mese coinvolta in prima linea nell’enorme sforzo sanitario in atto per affrontare l’emergenza Covid-19.  Madre di due figli, è sposata con un cardiochirurgo nato e cresciuto a Lecce, anche lui operativo presso la stessa struttura ospedaliera. Con questa intervista – le siamo grati di aver trovato il tempo di rispondere alle nostre domande – apriamo uno spaccato direttamente sul fronte più caldo della battaglia contro il nuovo coronavirus.

L’ospedale in cui lavori è la frontiera avanzata dove si resiste, stoicamente e generosamente, all’assalto dell’epidemia. Uno dei centri sanitari dell’eccellenza lombarda e italiana è come assediato da settimane. Qual è stato il giorno in cui hai preso contezza della reale portata di questa epidemia?

“I primi casi, sporadici, a Bergamo si sono registrati nel week end 22-23 febbraio. Nella settimana successiva abbiamo vissuto una situazione surreale: pochissimi accessi in pronto soccorso rispetto alla frequenza abituale: i pazienti con sintomi influenzali rispettavano le indicazioni di non presentarsi in pronto soccorso ma di contattare il medico di medicina generale o il 118; quelli con altre problematiche. compatibilmente con il grado di urgenza, non si presentavano per paura di contagio. Il boom di accessi è cominciato nel fine settimana successivo. I servizi territoriali sono entrati in crisi; il pronto soccorso si è trasformato in un ‘girone infernale’ con pz che si presentavano, numerosissimi, ad ondate. Le nostre forze in campo, seppur potenziate, sono state messe a dura prova. In quel momento ci siamo resi conto della guerra che stavamo per affrontare”.

I medici di pronto soccorso sono abituati all’impatto forte con ogni evenienza, senza mediazioni: dopo un incidente, dopo un incendio, in una delle tante situazioni che siete chiamati a fronteggiare. Cosa c’è di diverso, anche dal punto di vista emotivo, in questa drammatica contingenza?

“Nel nostro lavoro siamo abituati a fronteggiare periodi critici di sovraffollamento, per esempio durante i picchi di influenza stagionale che ogni anno ci impegnano tra novembre e febbraio ed eventi eccezionali di maxi emergenza come i grandi incendi. Nella nostra azienda è previsto un protocollo PEMAF - Piano di Emergenza per Massiccio Afflusso di Feriti - che descrive le modalità di reclutamento di risorse extra dal punto di vista strutturale, tecnologico e umano. Il Covid 19 rappresenta per noi l'unione di queste due situazioni: un PEMAF molto prolungato nel tempo e con una necessità di risorse che supera enormemente quelle a disposizione. Tutta l'Azienda, ad ogni livello, fin dall'inizio e in modo continuo anche ora, risponde all'emergenza con un totale stravolgimento del proprio assetto organizzativo per offrire la migliore cura al maggior numero di persone possibile”.

Dove si trova la forza, fisica e psicologica, per andare avanti?

La forza? I nostri pazienti: hanno bisogno di noi. Cerchiamo di fare di tutto per aiutarli a respirare, a sopportare il dolore fisico e ad affrontare la paura e la lontananza dei loro cari. Da sopra le mascherine e da sotto gli occhiali protettivi si incrociano sguardi e parole di supporto e di affetto da parte dei nostri colleghi, degli infermieri, di tutti gli operatori sanitari. In questa situazione abbiamo scoperto collaborazione e supporto totale, da parte di tutti i collaboratori e a tutti i livelli. I nostri familiari e amici accettano di buon grado la nostra assenza, non facendoci mai mancare il loro incitamento".

Oggi sono tutti d’accordo sul fatto che le misure di contenimento possono essere importanti solo se attuate per tempo. Meno consapevolezza c’è, invece, intorno alla necessità di pensare l’emergenza in maniera complessiva. In alcune parti del Paese si vive questa fase con la sensazione molto superficiale che la tempesta, in fin dei conti, riguardi solo qualcuno, qualcuno che è distante. Vorremmo far comprendere ai nostri lettori perché un comportamento rispettoso delle regole, qui a Lecce, può aiutare voi del Giovanni XXIII. Ci aiuti a farlo?

“Le misure di contenimento sono fondamentali. Ma, come recentemente affermato da un collega, ciò significa non solamente ‘io resto a casa’, ma anche ‘nessuno incontra nessuno’. L'evidenza di questi giorni dimostra che il problema coronavirus è di tutti. Solo un comportamento collettivo responsabile ci permetterà di vincere questa guerra. Al momento attuale il controllo della possibilità di contagio, rimane l'unica arma efficace per sconfiggere il virus”.

Un’altra percezione distorta è quella per cui il pronto soccorso abbia in questo momento un compito unico, quello di prendere in carico i pazienti con Covid-19. Come state facendo a portare avanti il lavoro ordinario, quello di accettazione delle altre emergenze, con questi numeri così impressionanti che avete?

“Il nostro ospedale, in tempi ordinari, è centro di riferimento per le principali patologie tempo-dipendenti come ictus, infarti, traumi maggiori. In corso di emergenza Covid 19, la Regione ha riorganizzato la rete assistenziale per queste patologie (organizzazione Hub&Spoke), individuando centri alternativi per la risposta immediata a tali emergenze: ciò significa che il 118 invia i pazienti con patologie tempo-dipendenti ad altri centri regionali, che si sono attrezzati di conseguenza per rispondere a tale necessità.  Il nostro ospedale rimane centro per l'infarto miocardico acuto, con servizio di Emodinamica attivo incessantemente e per il trauma maggiore pediatrico. Per le altre patologie e per i pazienti in autopresentazione, è previsto in pronto soccorso un percorso cosiddetto pulito e diverso rispetto ai pz con sospetto Covid. Abbiamo dovuto potenziare il nostro organico: alcune unità medico-infermiere per fronteggiare i pazienti Covid e una unità medico-infermiere per la valutazione dei non Covid. In questi ultimi giorni sono arrivati a nostro supporto anche un gruppo di medici e infermieri delle forze armate, coinvolti nel nostro pronto soccorso e in altri reparti dell'azienda”.

Il settore della terapia intensiva, secondo te, ha bisogno di un ripensamento dopo questa batosta del Covid? Mi spiego meglio: servono più posti in dotazione fissa o sarebbe più utile una risposta flessibile di tutto il sistema a emergenza come o simili a questi?

“In situazioni ‘normali’, le terapie intensive generalmente riescono a fronteggiare le necessità. Credo che buona parte delle terapie intensive create in queste settimane verranno smantellate una volta terminata la pandemia. L'emergenza sta lasciando sicuramente un prezioso insegnamento: adattabilità e flessibilità del sistema sanitario sono caratteristiche che potrebbero essere preziose anche in periodi di non crisi sanitaria”.

Che insegnamenti stai ricevendo da questa emergenza? Te lo chiedo sia dal punto di vista umano che professionale.

"Dal punto di vista professionale, ho potuto apprezzare il grande sforzo organizzativo esplicato a tutti i livelli: nazionale, regionale, provinciale e aziendale. All'interno del nostro reparto, ho avuto l'ennesima conferma della disponibilità incondizionata e della dedizione di tutti i colleghi. Degli infermieri, degli operatori, spinti dalla volontà di combattere e sconfiggere un nemico comune per il bene dei nostri pazienti e della collettività. Si tratta di una battaglia molto dura e lunga, che lascerà cicatrici indelebili in ognuno di noi: la sofferenza, il dolore e il rispetto per i numerosi morti. Si tratta di persone care e pazienti che non siamo stati in grado di aiutare. l'affetto e il ringraziamento per i nostri familiari, amici e conoscenti che ci sono stati vicini con il cuore e le parole di incoraggiamento. L'augurio per tutti è che possa finire presto: per questo motivo non dobbiamo abbassare la guardia e ricordare l'importanza del ‘iorestoacasa’ e ‘nessunoincontranessuno’.”

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