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L'opinione

Borsino del turismo, i nodi al pettine: il cerchio si stringe sul “caffè leccese”

A luglio si azzardano i dibattiti, in autunno si traggono le conclusioni con i numeri reali. Nell'attesa sembra rinforzarsi una tendenza: la dinamica dei prezzi, alti oltre il lecito, incide sui flussi domestici, erosi dall'inflazione. Il Salento non è un must a tutti i costi

LECCE - Allarmi e dibattiti, accuse e ricette. Sta diventando un’abitudine di luglio la discussione sui flussi turistici: spesso basta una voce singola, un dato parziale e incompleto per alzare il polverone, accendere i fari, scaldare gli animi.

Pazienza se poi in autunno arrivano i dati ufficiali – quelli cioè che più e meglio fotografano la realtà – che di solito smentiscono i preludi di sciagure: va ricordato, infatti, che anche l’anno scorso si paventava un bilancio al ribasso per luglio, ma poi giunse la sentenza: +16,6 % di arrivi e + 5,5 di presenze in Puglia rispetto allo stesso mese del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. A Lecce città il dato, sempre di luglio, fu di 104.776 arrivi (singole persone registrate), contro i 90.748 del 2021 e i 99.289 del 2019. Numeri, quindi, decisamente migliori sia rispetto all’ultima vera estate con flussi stranieri (2019), sia a quella con un mercato essenzialmente domestico (2021): il report sintetico di Pugliapromozione, illustrato a ottobre al TTG di Rimini, premiò il capoluogo come traino per tutto il territorio (qui l'articolo).

L’esperienza suggerirebbe, allora, di attendere anche questa volta i numeri complessivi, ma la tentazione di piangersi addosso, e puntare l'indice altrove è sempre forte: intanto se ne parla e il criceto gira nella ruota dell’eterno presente. Ma nulla, in un sistema complesso come lo è l’ecosistema del turismo, avviene per caso e niente è improvviso. A dirla tutta, invece, c’è più di qualcosa che è improvvisato.

Può essere utile ragionare sulle dinamiche in corso, senza avere la pretesa di “vendere” una verità: l’idea di fondo del ragionamento è che ci si trovi davanti a un adattamento, una trasformazione e che alcuni nodi stiano – finalmente - venendo al pettine. Ma che non si dica come un fulmine a ciel sereno perché c’è almeno un decennio di navigazione in direzione ostinata e contraria e quasi solitaria seguendo la bussola dei quattro punti cardinali: formazione, competenza, sostenibilità economica, tutela ambientale.

Parole, ci si rende conto, effettivamente fuori moda nel contesto dell’approssimazione, della furbizia, dell’iniziativa economica “prenditoriale” finalizzata alla spremitura del cliente e all’accantonamento di bottino che ha imperversato (e imperversa ancora) in un certo segmento del mercato, quello medio, tipicamente rivolto alle legioni di turisti italiani del periodo estivo. Ma fuori moda anche rispetto ai luoghi del dibattito, quasi sempre autoreferenziale (il Salento è la terra dei premi che gli amici si scambiano per arricchire il curriculum), urlato, sensazionalistico. 

Le preoccupazioni della fase pandemica hanno reso il Salento il “buen refugio” di mezza Italia e l’eccesso di domanda ha spinto a un’impennata dei prezzi ulteriore rispetto a quella che già si stava consolidando prima del 2020, quando la Puglia tutta stava guadagnando terreno nella classifica delle destinazioni più ambite. Alcuni settori, come quello della balneazione, avevano già perso il controllo ben prima delle riaperture post lockdown (altro che rincaro delle materie prime), ma l’emergenza sanitaria ha prolungato l’illusione che tutto fosse lecito: c’erano del resto misure di sostegno al reddito e anche agevolazioni per le vacanze, mentre oggi è rimasta l’inflazione che prosciuga il portafoglio delle famiglie alla stregua dell’erosione che consuma di anno in anno una parte del litorale sebbene qualcuno sia impegnato nella crociata di dimostrare che la costa è una risorsa illimitata (e dunque sarebbero inutili i bandi di gara per le concessioni).

Il Salento, probabilmente, inizia a sentire i primi veri colpi della concorrenza di altri mercati che si stanno facendo apprezzare per una maggiore competitività: il risparmio è assicurato nel soggiorno, nel rapporto qualità/prezzo. Non è una questione di autostrade a tre corsie per arrivare prima in un posto, ma di semplici conti in tasca: le persone normali scelgono così. Bisognerebbe ricordarlo a coloro che dirottano la riflessione verso falsi dei, come l’interventismo delle costruzioni e delle infrastrutture, inteso come quantità e non qualità.

C’è probabilmente un riposizionamento della domanda in atto, un rientro in una sorta di peso forma dopo la grande abbuffata. Lo indicavano già alcuni parametri, solo a volerli vedere: l’aumento significativo della quota di stranieri sul totale degli arrivi (rispetto al periodo precedente la pandemia, ovviamente) a fronte di una prima contrazione di arrivi e presenze dal mercato italiano. Questa forbice emergeva nei report sul 2022.

Il primo aspetto ha a che fare, essenzialmente, con due fattori: ci sono collegamenti aerei diretti con mezza Europa, che prima non c’erano, e il potere di spesa del turista internazionale è mediamente superiore a quello del turista italiano. Ecco perché, banalmente, le strutture di livello alto, qualificate e professionali, lavorano bene, anche in primavera ad autunno e soprattutto nelle località, come Lecce, dove l’aspetto culturale motiva parecchio il visitatore. E, a ben vedere, il movimento che si vede sin dalla primavera nel capoluogo lascia percepire un consolidamento dei flussi di visitatori dall'estero.

Il secondo aspetto, invece, si spiega crudamente così: nella fascia media si vendono pacchetti vacanza a prezzi esagerati, con atteggiamento predatorio. Una settimana al mare in una casa senza infamia né lode e con arredamento datato costa quanto una vacanza quasi di lusso in un resort in Calabria; ombrellone e lettini valgono per una famiglia un occhio della testa. In alcune zone, poi, i concessionari balneari vendono i posti alle strutture ricettive con la formula vuoto per pieno. È il caso di Torre dell’Orso, per esempio, dove i villeggianti storici sono sempre più espulsi dalla fruizione del litorale: molti hanno venduto le loro case, altri si spostano in auto verso gli Alimini o San Foca, i più fortunati, ma sono pochi hanno i “cuppi”.

Nell’attesa di riparlarne tra qualche mese con qualche certezza in più e libertà in meno, godiamoci dunque un bel “caffè leccese” (a dire “caffè in ghiaccio con latte di mandorla”, d’altra parte, adesso si fa fatica) o un “aperitivo salentino” (friselle con pomodorini, olive e pizzette riscaldate), denominazioni che solo a pronunciarle dovrebbero scattare multe salate. Operazioni di marketing spicciolo che ben tradiscono l'orizzonte speculativo: vendiamo il brand con la velocità dello slogan commerciale, svuotiamo di senso il concetto di autenticità che pure per anni è stata la vera calamita del Salento. Fa quasi piacere che qualcuno se ne stia rendendo conto, meglio tardi che mai.

Ma che non sarebbero state rose e fiori avremmo forse dovuto già capirlo quando Biagio Antonacci cantava “vacanza in Salento”. Ancora oggi non ce ne facciamo una ragione.

Ps. Chi scrive vi esorta a non frequentare posti dove servono il caffè alla leccese 😊

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