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Uso intercettazioni su Marti e politici, arriva il “no” della Giunta delle immunità

Negato il consenso all’utilizzo dei dialoghi avuti dal parlamentare salentino con gli ex consiglieri Monosi e Pasqualini nell’ambito dello stralcio dell’inchiesta sulle case popolari assegnate in cambio di voti

LECCE - La Procura di Lecce non dovrebbe utilizzare le conversazioni che il senatore Roberto Marti (Lega) ebbe con i consiglieri ed ex assessori comunali Attilio Monosi e Luca Pasqualini nell’ambito dello stralcio dell’inchiesta sulle case popolari ottenute in cambio di voti, quella relativa all’assegnazione nel 2014 di un immobile confiscato alla criminalità organizzata ad Antonio Briganti, fratello del boss della Scu Maurizio.

Lo ha stabilito oggi la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, esprimendo il consenso solo per l’utilizzo di sette messaggi scambiati dal politico salentino con il “collettore di voti” Rosario Greco.

Adesso la questione finirà al vaglio dell’Assemblea del Senato per il voto finale.

E’ stata dunque accolta la proposta avanzata nella seduta dello scorso 31 marzo dall’avvocato Meinhard Durnwalder, secondo il quale le intercettazioni dei dialoghi con i politici, non furono casuali né fortuite come sostenuto nella richiesta avanzata dal gip del tribunale di Lecce Giovanni Gallo e che quindi avrebbero dovuto essere autorizzate preventivamente.

Sul punto la difesa, rappresentata dagli avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto, aveva depositato una memoria sottolineando quanto già sostenuto in camera di consiglio davanti allo stesso giudice, e cioè che l’iscrizione di Marti nel registro degli indagati fosse avvenuta nel 2017, ma che le conversazioni risalissero al 2014.

I reati ipotizzati nell’inchiesta condotta dai pubblici ministeri Massimiliano Carducci e Roberta Licci sono tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato in concorso con Damiano D’Autilia (consigliere comunale ed am-ministratore dell’Alba Servi-ce), Monosi e Pasqualini, Rosario Greco, Antonio Briganti e la moglie Luisa Martina.

In particolare, secondo l’ipotesi accusatoria, la richiesta di assegnare l’immobile al fratello del boss, che faceva parte del bacino elettorale dell’ex assessore Pasqualini (indicato nelle carte come “delfino” di Marti), sarebbe partita dal parlamentare (all'epoca dei fatti deputato) e da D’Autilia.

Il M5S: "E ora si esprima Salvini" 

"La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato dà oggi un pessimo segnale a tutto il Paese, esprimendo il “no” all'utilizzo delle intercettazioni sul senatore leghista Marti. In questo modo la procura di Lecce non potrà utilizzare le conversazioni che il senatore salentino ebbe con alcuni consiglieri ed ex assessori comunali nell’ambito dell’inchiesta sulle case popolari ottenute in cambio di voti". Così i senatori Iunio Valerio Romano e Daniela Donno e i parlamentari salentini del Movimento 5 Stelle Leonardo Donno, Diego De Lorenzis e Soave Alemanno sulla vicenda.

"Parliamo di un caso gravissimo, in cui emerse l’assegnazione di un immobile confiscato alla criminalità organizzata al fratello di un boss della Sacra Corona Unita. Al di là degli aspetti tecnici della vicenda, è evidente che i cittadini leccesi e in generale tutti gli italiani, soprattutto in un momento come questo, meritino una classe politica senza ombre, mentre purtroppo dalle parti della Lega emergono ombre nerissime, su cui sarebbe opportuno fare luce al più presto. Chiediamo al leader della Lega Salvini, sempre prolisso su tutto - concludono -, di esprimersi anche su questa vicenda".

 

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