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Giovedì, 25 Aprile 2024
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“Atto di dolore”: un romanzo sul cortocircuito dell’io

Antonio Gurrado scrive un libro implodente che disintegra l’ego ipertrofico dello scrittore levriero

Nella visione egotistica dello scrittore narcisista non c’è conflitto tra l’opera e chi la scrive: è lui a vincere a priori. Il libro è solo fonte di approvvigionamento dell’io. Gurrado ne moltiplica l’effetto, rende quell’io uno e trino, e in un gioco di specchi loopa la propagazione prospettica di sé per un fine rimirarsi mai. Salvo poi ritrovarsi in un labirinto di specchi normali e deformanti in cui l’io è a volte fonte e a volte frutto di lucidità e distorsioni.

Atto di dolore (Wojtek – Collana Orso Bruno) di Antonio Gurrado è una narrazione che si compone di tre parti: la prima intitolata “Cosa esiste al di fuori del testo”, la centrale “Atto di dolore” già La carne debole a cui segue Letture facoltative.

“Cosa esiste al di fuori del testo”

Premessa (filosofica): non fosse per quel lieve impedimento del Giudizio Universale, la strategia che mi converrebbe di più è morire. Giace infatti fra le mie carte che non mi azzardo più a toccare un romanzo che si chiama Atto di dolore e che nemmeno io sarei in grado di dire se è compiuto o incompiuto, tante sono le versioni che si sono avvicendate. In prima o in terza persona, col protagonista ora anonimo ora chiamato Antonio come me, ma fra parentesi quadre negli appunti quasi a metterlo in dubbio; ora dotato del mio stesso cognome però sostantivato, il Gurrado, onde porre formale distanza fra me e me; oppure Sebastiano Gravinese come il protagonista di un’epopea pluripremiata quando, esordientissimo adolescente, ero fin troppo convinto che sarei stato narratore da Premio Strega; ora trasfigurato nel nome immaginifico di Giustino Sperandìo, che a quanto vedo sfogliando quaderni e scrollando file è l’opzione più frequente e che ho tratto da fonti disparate. Il cognome Sperandìo, di probabile ma non chiarita matrice ispanica come parrebbe suggerire anche la mia desinenza in -ado, m’è piovuto addosso ascoltando il tg5 mentre apparecchiavo il pranzo un giorno che ero di passaggio in casa dei miei a Gravina, e mi è ronzato in testa del tutto sconnesso dal fatto di cronaca all’epoca scandito dal concitato speaker ma oggidì perso per sempre; il nome Giustino, com’è ovvio, germina sia da Sade sia dai Padri della Chiesa. (pag. 6)

Il romanzo al centro, il meta romanzo, ha lo stesso titolo e lo stesso autore del romanzo globale e a sua volta si divide in tre parti:

Atto di dolore è un romanzo sul peso del corpo, sui suoi limiti e sulle sue pulsioni. Il protagonista, Giustino Sperandìo, è al centro della duplice forza di gravità esercitata dalla carne sotto forma di sesso e di malattia. Masturbazione parossistica, pornografia, adulterio, scambismo, prostituzione e innumerevoli rapporti occasionali sono alcune delle sfaccettature che progressivamente sperimenta per tentare di sottrarsi all’impulso corporale negativo che lo ossessiona, mediante il quale si sente vincolato tanto all’ingombrante presenza del padre quanto all’ipotetica possibilità di un figlio. Il cattolicesimo, apparentemente religione vessatoria volta a precludergli il breve sollievo del piacere fisico, finisce così per diventare via di fuga e di salvezza offrendo a Giustino la possibilità di un amore completamente asessuato per una giovane che, dopo essere stata nel corso degli anni il massimo idolo irraggiungibile nelle sue variegate e surreali fantasie onanistiche, viene ritrovata disincarnata. Proprio in quanto storia di una redenzione, Atto di dolore si divide in tre parti ben distinte che corrispondono ai diversi livelli di preparazione al sacramento della confessione. La prima, Piena avvertenza e deliberato consenso, espone secondo criteri oggettivi la contritio cordis, ossia l’abiezione nel sapersi schiavi dei propri istinti e al contempo impossibilitati a liberarsene. La seconda, Calendario delle Bestialità, corrisponde alla soggettività della confessio oris, ossia il nudo elenco delle tappe che hanno progressivamente portato all’impossibilità di convivere con se stessi. La terza parte infine, Specchio di Vera Penitenza, riporta la satisfactio operis, ossia il procedimento di riparazione e purificazione che consente di intraprendere il percorso di risalita. Con la storia di Giustino Sperandìo, romanziere di bassa lega, nevrotico, sessuomane ma sempre indefettibilmente fedele alla Chiesa di Roma, Atto di dolore intende rifarsi alla tradizione della pornografia cattolica, che pur praticando il peccato lo riconosce come tale, senza sterilizzarlo né annullarlo in un culto del corpo del tutto immanente e vacuo.(pp. 54/55)

Protagonista del meta romanzo è Giustino Sperandìo; anch’egli scrittore che per campare scrive su commissione bassa pornografia e trae ispirazione avventurandosi in esperimenti sessuali. Frequenta molte donne e racconta delle relazioni che intrattiene con ognuna di esse.

Giustino è un binge fucker e si riconosce come tale, pecca e vuole peccare in santa pace per poter sprofondare nella vergogna e nel rimorso e potersi sentire in colpa:

La sessuomania era tutt’al più un effetto di un conflitto irrisolto fra due me: come ero e come dovevo essere, come potevo e come volevo comportarmi, quanto volevo concedere all’amore e quanto volevo preservarmi nell’egoismo. Tutti questi opposti erano diramazioni della biforcazione fondamentale, quella fra il piccolo Giustino e il grande Dio, e anziché rappacificarsi tiravano ciascuno per conto proprio. Prova ne era, sempre secondo lui, la mia scarsa resistenza quando cedevo alla tentazione: non si trattava di mancanza di tenacia ma, a voler essere ottimisti, del tentativo forse nevrotico di tenermi puro appaltando il piacere a un altro me stesso. Era come se il sesso non mi riguardasse e andasse praticato da una bad company, una proiezione negativa della mia identità che s’impossessava del mio corpo e lo faceva agire ma serbando un distacco dell’animo, ponendomi sempre davanti a me stesso, sottoposto a un continuo esame impietoso, intento a soppesarmi e trovarmi mancante. Questo da un lato innalzava sempre più l’asticella del piacere, rendendomi incontentabile, dall’altro allontanava sempre più il desiderio dalla felicità, rendendomi a priori immune alla delusione. Chiacchiere vacanti, insomma, balle standard prese di peso dalla manualistica divulgativa per far colpo sui semplici, beati loro. (pag. 263)

Giustino Sperandìo è un personaggio che dipinge un tao, mescola il bianco e il nero, il bene e il male, cose giuste e sbagliate, egoismo e altruismo fino a costruire un grigiore in cui collocarsi e vivere da perfetto impiegato della diatriba interiore. Cerca redenzione nella confessione, per lui un  atto di fuga dal se stesso terreno e ambire così alla sua versione ideale, scevra da ogni contatto fisico. Un atto doloroso e deludente quando scopre dalla bocca del suo confessore che i suoi problemi sono comuni a molti (pag. 143), cosa che né gradisce né lo consola:

Confessarsi, mi aveva detto il prete, confessarsi è come salire tre gradini: il primo è di marmo riflettente ed è la contrizione del cuore che, specchiandosi, si rende conto di avere peccato e di non poter più andare avanti così; il secondo è ruvido, nero, ed è la confessione delle labbra le quali, ammettendo i peccati commessi, li purificano; il terzo è macchiato di scarlatto ed è la soddisfazione delle opere, con la successiva penitenza, e occhio che questa penitenza non è l’Ave Maria che biascicherai subito dopo l’assoluzione ma l’impegno a una preghiera più intensa, la rinuncia a qualcosa di cui pensi di non poter fare a meno, il sacrificio di ciò che serve agli altri più che a te, insomma cessare i dolciumi o le sigarette o assistere un parente malato, se proprio vuoi strafare. Regolare la tua vita sulla sua, aveva continuato il prete, farti piccolo e servo anziché padrone megalomane è l’unica cosa che ridimensiona i peccati in una nuova scala: perché smettono di essere un’esigenza o una necessità ma si trasformano in un intralcio di cui liberarsi sbrigativamente per correre a fare qualcosa di bello e di grande a cui si tiene veramente. Poi aggiunse che avrei trovato da me la cosa da fare per la soddisfazione delle opere, perché ognuno ha la propria penitenza pendente che solo il cuore conosce; mentre le preghiere che si recitano dopo l’assoluzione non sono quasi niente, sono solo la caparra. Ragion per cui mi assegnava un Padre Nostro e tre Ave Maria da dirsi davanti alle spoglie di san Giuseppe Moscati aggiungendo Se posso permettermi un consiglio, vedrai che ti basta trovare una brava ragazza e tutto si sistema.

(pag. 145)

La sua è la storia di una redenzione in fieri, ha già nel cognome (nomen omen) il tentativo di ottenerla; eppure la redenzione mai si compie, neanche dopo la confessione succitata. Giustino non riesce infatti a portarla a termine perché il vicario avvinazzato che gliela somministra dimentica di assolverlo rendendola inservibile.

Il suo è un desiderio profondo di tornare alle origini, alla fonte battesimale per operare la remissione del peccato originale. Il tema centrale sembra perciò essere la questione del male al di là della morale.

La terza parte è molto breve, si apre con un necrologio; è lo scrittore Antonio Gurrado a “uccidere” lo scrittore Antonio Guarrado e a lasciare i suoi averi culturali a una donna che decide di...

Atto di dolore è un romanzo gemellare eterozigote; è un romanzo sull’autofiction - non di auto fiction - con cui Gurrado sembra voler affermare che omnia vincit illusio. Siamo tutti impossibilitati infatti anche raccontandoci a mantenere la verità assoluta, siamo il frutto dell’editing estemporaneo della nostra mente.

Atto di dolore è il racconto di un narciSisifo sessuomane e integralista cattolico che continua a lavarsi pene e coscienza.

Atto di dolore (Wojtek – Collana Orso Bruno) è un romanzo inusuale, ramingo, overflowtico e la lingua di Antonio Gurrado è bulimica, alta e colloquiale; guarda al lettore con malìa per coinvolgerlo, disorientarlo e sorprenderlo.

L'autore

Antonio Gurrado (1980) scrive su «Il Foglio», dove cura anche la rubrica quotidiana online Bandiera bianca. I suoi ultimi libri si intitolano Ho visto Maradona (Ediciclo, 2014), La religione dominante. Voltaire e le implicazioni politiche della teocrazia ebraica (Rubbettino, 2018) e Il romanzo del Giro 1909 (Bolis, 2020). La sua biografia si trova sparpagliata all’interno di Atto di dolore (Wojtek – Collana Orsobruno, 2023).

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