"Better call Saul" e "Breaking Bad": può l'allievo superare il maestro?

La prima serie, nata come spin-off della seconda che è stata acclamata per anni da critica e pubblico, vede come protagonista uno strepitoso Bob Odenkirk. Monta l'attesa per la sesta e ultima stagione

Bob Odenkirk e Reha Seehorn

LECCE - La mia fantastica prof di italiano delle scuole medie mi diceva sempre: “Chiara, mi raccomando, non iniziare mai un tema parlando in prima persona, tipo io penso, io sono, io faccio, quindi, per l’amore e il rispetto che ho sempre nutrito per lei mi sono sforzata tutta la vita di seguire questo suo consiglio. Altrimenti, avrei iniziato questo articolo scrivendo: Io ho amato molto “Breaking Bad”, ma ancora di più il suo spin-off “Better call Saul”. 

Ma riavvolgiamo un attimo il nastro. Breaking Bad è la serie capolavoro creata dal quel geniaccio di Vince Gilligan (già sceneggiatore di X-Files). Andata in onda dal 2008 al 2013, ha vinto tutto quello che poteva vincere, raggiungendo vette di gradimento di critica e pubblico mai viste prima, tutto questo perché risultano impeccabili sia la sceneggiatura, sia la regia, sia l’interpretazione degli attori principali. 

La storia è nota più o meno a tutti, ma eviterò comunque spoiler: un professore di chimica, Walter White, interpretato dall’indimenticato e indimenticabile Bryan Cranston, un giorno, com’è come non è, inizia a prendere delle decisioni sbagliate e “perde la retta via”, ritrovandosi a vivere un’evoluzione in senso negativo dal punto di vista morale ed etico, che coinvolgerà anche tutti quelli intorno a lui. Sì, perché la cosa pazzesca in questa serie è che l’evoluzione e l’apertura a una morale e a un’etica quanto meno discutibili tocca sostanzialmente tutti.

Tutti tranne uno: lo spregiudicato difensore della legge Saul Goodman, il quale arriva già cenato, nel senso che si capisce alla prima inquadratura che è un azzeccagarbugli di quelli che mentre Dio distribuiva la coscienza, lui era in fila per comprare un gratta e vinci. Onestamente non mi è mai stato simpatico in Breaking Bad, e mai avrei immaginato che lo stesso Gilligan, insieme a quell’altro mostro di Peter Gould, si sarebbe preso il fastidio di ideare uno spin-off proprio su questo personaggio.

E invece Better call Saul, fino ad oggi, è stata praticamente perfetta. Dico fino ad oggi perché la sesta ed ultima stagione sta per uscire, tenendoci con il fiato sospeso, come se non ci bastasse già la mascherina. Ambientata in Nebraska dopo i fatti narrati in Breaking Bad, parte restituendoci un Saul Goodman finito a lavorare come commesso in un centro commerciale sotto falsa identità, inseguito da fantasmi del passato, errori fatti e, probabilmente, da sicari al soldo dei cartelli messicani della droga.

Le scene che narrano il presente sono in bianco e nero, tornando invece a colori quando Saul rivive tutto ciò che lo ha condotto lì, dalle stelle di una vita da avvocato di successo, alle stalle di quella di un venditore di dolciumi in una catena commerciale. Parte quindi il racconto del suo passato, quello prima ancora dei fatti di Breaking Bad, e di quando ancora era James McGill, per gli amici Jimmy.

Jimmy è un uomo impacciato e imbarazzante sotto molti punti di vista. Avete presente quando i professori dicevano ai nostri genitori “guardi suo figlio è intelligente ma non si applica”? Ecco, qui è l’esatto opposto: Jimmy non è intelligente, ma si applica tantissimo. Per esempio fa di tutto per attirare l’attenzione della sua famiglia, dei suoi amici, delle ragazze, però sbaglia tutto lo sbagliabile, si veste come nemmeno noi negli anni ’80 ai veglioni di carnevale dell’oratorio e si ostina a portare un ciuffo tipo quelli che ti vengono dopo una settimana a letto con la febbre alta. Non essendo particolarmente brillante non sfonda in nessun campo e cerca di vivere di espedienti, così come di espedienti è fatta la sua ascesa nel campo forense, di cui invece è un vero e proprio faro il fratello secchione e malato immaginario Chuck.

Interpretato da un immenso Bob Odenkirk, Jimmy è talmente “loser” da farti tenerezza, da portarti subito a fare il tifo per lui e ad indurti a chiederti: ma come diavolo fa Kim Wexler (Reha Seehorn), una ingambissima avvocatessa che si è fatta da sola, sempre seguendo le regole e sempre impeccabile nel suo elegante tailleur e con il codino che termina in un riccio perfetto, a stare con questo omuncolo così mediocre?

E niente, questa cosa arriva piano, ma arriva: Jimmy non è affatto un idiota, ma un uomo cresciuto all’ombra di un fratello genio, e con nessuno che gli abbia mai dato due spicci di fiducia nella vita. È vero, spesso per arrivare all’obiettivo sceglie strade non esattamente segnalate sul codice deontologico, ma ci arriva con mosse da vero stratega e dimostrando comunque un cuore e un animo buoni. Tanto per dirne una: sceglie di cambiare il suo nome in Saul Goodman perché vuole che i suoi potenziali futuri clienti si sentano subito a loro agio e tranquilli con un “It’s all good man”. E se non è un genio questo!

A un certo punto, e suo malgrado, si trova immischiato nei litigi dai toni non esattamente pacati di alcuni narcotrafficanti messicani, e fa quello che tutte le persone intelligenti fanno quando si ritrovano imprigionate in un tunnel dal quale non riescono da uscire: invece di cercare invano di scappare, lo arreda. E tu continui a fare il tifo per lui, perché gli vuoi bene senza se e senza ma. Vedremo se nella sesta ed ultima stagione accadrà quello che in tanti sperano, ovvero il ritorno in scena del mitologico Heisenberg e del suo braccio destro Jesse, anche se Gould ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è quello di avere una storia che abbia un senso da sola e che non dipenda da questi riferimenti o da questi due personaggi”.

Un’altra cosa che la mia mitica prof mi rimproverava era di chiudere sempre i temi con un finale inutilmente travolgente. A distanza di tanti anni vorrei dirle: “Carissima prof, ho imparato a non iniziare a scrivere parlando in prima persona, ho letto, studiato e amato Pirandello e Dante, che tu ci dicevi essere imprescindibili per capire un po’ del mondo che ci avrebbe circondato nella nostra crescita, ho imparato che la verità non è una, ma questa cosa del finale travolgente no, proprio non riesco ad evitarla”.  

Per questo, e per tanto altro, vi consiglio vivamente di vedere Better call Saul, prequel, sequel e spin-off di Breaking Bad: perché alle volte capita che un allievo superi il suo maestro, e perché tante altre, invece, anche se non ci riesce, anche il solo mettercela tutta per farlo merita quei famosi due spicci di fiducia e incoraggiamento. 

*Chiara Melissano, classe 1981, mi occupo di comunicazione e marketing. Sono cresciuta a pane e Afterhours e Giovanni Lindo Ferretti, adesso invece studio, lavoro, guardo la tv, vado al cinema, faccio sport. E non sono fedele alla linea. Sono però fedele ai miei amori, ai miei amici, ai miei colleghi e, last but not least, alla mia parrucchiera.

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