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Viola Davis, protagonista di How to get away with a murder

Viola Davis, protagonista di How to get away with a murder

Ferie fa rima con serie (tv). Si tratta di una coincidenza? Difficile da credere

Nel pieno di agosto buona parte del Paese si ferma per le vacanze, ma questo non significa rinunciare alle abitudini. Anzi, è il tempo di colmare qualche lacuna

LECCE - Per tanti è finalmente arrivato il momento fatidico del meritato (quest’anno più che mai) break estivo. Una cosa è certa: qualunque sarà la vostra latitudine, avrete a disposizione un po’ di tempo in più da dedicare all’ozio, cosa che inevitabilmente fa rima con divano +  Netflix, PrimeVideo, NowTv, TimVision, eccetera eccetera. 

Di solito, in questi periodi, spero sempre di scovare qualche serie fatta bene, sì, ma anche lunga più di una sola stagione, in modo da avere compagnia durante tutto il periodo di vacation. E questo perché, come ad esempio capita con i libri che ti coinvolgono particolarmente, quando segui una bella serie è come se avessi sempre un appuntamento con qualcuno che ti piace, con il plus che rimane lì a portata di invio, in ogni momento della giornata. Ve ne consiglio due in particolare, non nuove ma da recuperare assolutamente se vi piacciono il brivido, gli intrighi amorosi e politici, il molto discusso common law.

The Good Wife

Legal drama statunitense, ideato dai coniugi Michelle e Robert King e prodotto nientepopodimeno che da Ridley Scott. The Good Wife dura per ben 7 stagioni, 156 episodi, 56 tradimenti, 890 “Obiezione Vostro Onore”, 723 outfit pazzeschi dell’attrice protagonista: la bella e brava Julianna Margulies (nella foto), che sul comò ha un Golden Globe, tre Premi Emmy e otto Screen Actors Guild Awards, lì dove io custodisco gelosamente una collezione introvabile di sorrisini findus degli anni ’90.

La serie si apre con uno scandalo politico che investe il marito di Alicia, Peter Florrick, governatore dell’Illinois non esattamente casa e chiesa. Vi ricordate Mister Big di Sex and the city? Ecco, è lui, quindi dopo tre minuti e mezzo dall’inizio della prima puntata hai già capito da che parte starai fino alla fine.

110131876_283082156452012_211967646712090210_n-2Alicia, lasciato il marito al fresco, si ritrova a doversi rimboccare le griffatissime maniche per poter continuare a mandare avanti una casa, due figli e una suocera che non auguri nemmeno al compagno di banco che non ti faceva copiare le versioni di latino.

Dato che ha studiato legge, si riavvicina ai banchi del tribunale con l’aiuto del suo vecchio compagno di studi Will, e nello studio di quest’ultimo inizia ad inanellare un successo dopo l’altro, perché ha un talento innato, perché è di uno stoicismo e una dedizione rari, e perché si sa: women do it better.

Pian piano conquisterà la fiducia di tutti, ma soprattutto quella dell’altro personaggio femminile molto forte e sempre ben vestito: la socia di Will, Diane Lockhart, interpretata dalla bravissima Christine Baranski, protagonista dello spin off The Good Fight (altrettanto godibile e consigliato).

Accadono, dunque, le solite cose che accadono nei legal drama a stelle e strisce, ovvero patteggiamenti di milioni di dollari, compravendita di giurati, corruzione di giudici, ma anche cause pro bono e assistenza legale top level per chi non può permettersela, in nome del mai sopito sogno americano.

Alicia, a suon di un outfit più bello dell’altro, rimane lì, a fare la cosa giusta, a mediare, a dedicarsi a tutti e addirittura a cercare di perdonare il marito fedifrago e antipatico come la sabbia tra le dita dei piedi.

Ce la farà?

Due anni fa ero ad un concerto di Antonello Venditti, a un certo punto lui si girò e disse: “Allora, alzi la mano chi di voi ha perdonato un tradimento nella sua vita”. Alzarono le mani in pochissimi, e allora lui rispose: “Ma come? 4 Mani alzate su più di 4.000 persone? E io che cazzo ho cantato a fare tutti questi anni?!” Per scoprire se Alicia accoglie questo appello non vi resta che recuperare la visione di The Good Wife.

How to get away with a murder (o Le regole del delitto perfetto)

Anche questa è una serie statunitense, con un taglio più thriller della precedente, ma sempre legata a vicende giudiziarie, nello specifico riguardanti la vita di una carismatica avvocatessa e docente di Diritto Penale, Annalise Keating, e della sua cricca di studenti.

Creata da Peter Nowalk e prodotta da Shonda Rhimes, già produttrice di Grey's Anatomy e Scandal, la serie piace e coinvolge fin dall’inizio, subendo a mio parere qualche battuta di arresto nella quarta serie, ma riprendendosi alla grande nella quinta e nella sesta. 

Annalise è magistralmente interpretata dall’attrice Viola Davis, premio oscar come Migliore attrice non protagonista in Barriere nel 2017, e già Emmy come Migliore attrice protagonista in una serie drammatica proprio per How to get away with murder nel 2015.

Come Alicia, Annalise ha un marito che ti sta antipatico al primo “Hi Honey”, e come lei sfoggia mise da urlo, classe innata, dedizione al lavoro che stakanov spostati.

Le differenzia tuttavia il loro passato perché, diversamente da Alicia, Annalise ha patito qualcosa di molto simile alle pene dell’inferno per arrivare a ricoprire il ruolo che ha, essendo donna, nera, di umili origini e bisessuale.

Tutto ha inizio nell’aula di un’università di Philadelphia dove insegna penale ai suoi studenti, i quali, nemmeno il tempo di ritirare i libretti in segreteria, vengono immediatamente coinvolti nei casi che lei segue realmente in tribunale, e che devono aiutarla a risolvere pena un pubblico invito a darsi all’ippica.

Va da sé che i ragazzi faranno veramente di tutto per arrivare a qualche possibile soluzione dei vari casi prima degli altri, e lo fanno con ogni mezzo, lecito e meno lecito, perché sanno benissimo che un buon voto con Annalise val bene qualche sgomitata, tanti ricatti e addirittura delle pallottole.

Quando frequentavo io (eoni fa) l’università di Economia e il prof ci sottoponeva qualche caso di aziende in crisi, esortandoci a proporgli qualche soluzione per risollevarne le sorti, la risposta da dare era sempre la stessa: taglio dei costi fissi (quelli del lavoro), spostando la produzione in paesi dove posso spendere meno, tipo la Cina. Ai contemporanei l’ardua sentenza.

Buone vacanze urbi et orbi. Continuate ad indossare la mascherina, a lavarvi spesso le mani e a pagare gli abbonamenti alle Pay Tv.

*Chiara Melissano, classe 1981, mi occupo di comunicazione e marketing. Sono cresciuta a pane e Afterhours e Giovanni Lindo Ferretti, adesso invece studio, lavoro, guardo la tv, vado al cinema, faccio sport. E non sono fedele alla linea. Sono però fedele ai miei amori, ai miei amici, ai miei colleghi e, last but not least, alla mia parrucchiera.

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