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Il poeta ucraino Stanislav Bel’skij con “I versi migliori si sciolgono nell’aria”

La poesia di Bel’skij è testimonianza attenta del rinnovamento politico e culturale del suo paese

Stanislav Bel’skij è uno tra i più importanti e conosciuti poeti ucraini contemporanei russofoni e di certo il più attivo a tradurre in russo i poeti contemporanei suoi conterranei.

Quello di Bel’skij è un movimento funambolico tra poetica ucraina e lingua russa di cui è profondo conoscitore e in quell’equilibrio oggi dal sapore stridente, in quella frattura storica, trova la forza lirica di un verseggiare che unisce, crea ponti.

I versi migliori si sciolgono nell’aria (I Quaderni del Bardo Edizioni) è una silloge che si compone di quattro percorsi tematici: Versi sulla guerra, Prima della guerra, PIETRUZZE e poesie tratte dal già citato ciclo “Conversazioni amichevoli coi robot”, con la curatela e traduzione di Paolo Galvagni e la prefazione del critico letterario ed editore russo Dmitrij Kuz’min.

Haiku del coprifuoco da Versi sulla guerra

1

[…]

2

dormo così poco di notte

per i frequenti allarmi aerei

che di giorno mi sono assopito sotto il trapano del dentista

3

[…]

(pag.15)

Il poeta si confronta con l’insonnia procurata dalla paura, una veglia generata dalla minaccia che incombe dall’alto per i frequenti allarmi aerei, salvo poi addormentarsi di giorno durante una seduta dal dentista. Bel’skij manifesta il paradosso, l’assurdità della guerra con la sua narrativa violenta, ingiusta, fuori controllo tale da rendere il rumore del trapano odontoiatrico una ninna nanna che può cullare chi vive uno stato traumatico da stress a fortiori.

Nella silloge successiva Prima della guerra, in quel prima che precede la tragedia, il poeta affronta il tema dell’assenza della fede nell’ateo; un’assenza che ne anticipa altre: non solo manca Dio, ma anche una casa, un muro, un chiodo. All’ateo resta una corrente d'aria indagatrice e l'attesa infinita.

Da Prima della guerra

Compatiamo gli atei,

fanno fatica. Non solo non hanno Dio,

ma neanche una casa, un muro, un chiodo

(se sono davvero atei) –

solo una corrente d'aria indagatrice

e l'attesa infinita.

(pag. 45)

Tutto lascia già presagire l’incombenza della minaccia, una quiete artefatta, l’agguato possibile:

ho paura ad assopirmi

giungeranno i serpenti

oppure

cadrò da una roccia

oppure

un passante casuale

mi accoltellerà sul petto

(la mia postura

è così attraente

per i passanti coi coltelli)

(pag. 53)

Vite ridotte a semplici geometrie, una fretta atavica che annulla il gusto lento della vita, un bisogno randagio di riempire la pancia

La fretta a suo modo

è una medicina universale

non hai tempo per pensare

non hai tempo per lavorare

non hai tempo per innamorarti

La vita è ridotta

a semplici forme geometriche

sposti gli oggetti

togli la polvere

e riempi lo stomaco

(pag. 61)

Da PIETRUZZE

Il televisore è complice dei demoni:

Ha tramutato in Buddha

la mia grassa mamma

(pag.75)

Al netto dello strumento demoniaco che è la televisione capace di anestetizzare i sensi e trasformare i corpi, come quello della madre, il poeta intuisce che i versi migliori si sciolgono nell'aria/senza lasciar tracce sulla carta (pag. 76). Non sono pietruzze, sono elementi aerei, deperibili, incapaci di lasciare tracce tangibili. In quell’essenzialità invisibile all’occhio il poeta misura il mistero della vita in cui le cose belle sono inutili come le poesie e ciò che non si vede e dunque non c’è, è la vera poesia.

Dal ciclo “Conversazioni amichevoli coi robot”

Il robot Vadim apprende le novità della cultura

[…]

*

amo le conversazioni con i venti

la vela come vento e la vela come fumi

amo perfino il vento

della miseria e della polvere

ma intuisco: lei non si ricorda più di me

i suoi occhi sono appena dischiusi

e lei stessa è appena maliziosa.

(pag. 127)

Nell’interminabile ciclo poetico intitolato “Conversazioni amichevoli coi robot” non è l’autore né l’eroe lirico a conversare coi robot, sono i robot a parlare tra di essi, a scriversi lettere, a non nascondere le proprie emozioni. Il dialogo è possibile. Il dialogo di per sé è un valore, anche se non c’è nessuno che lo condurrà, né nessuno con cui condurlo afferma Dmitrij Kuz’min, celebre critico letterario ed editore russo, nella prefazione alla silloge.

Quella di  Bel’skij è una poesia che si fonda su paradossi surrealisti, assurdi. Una poesia permeata da uno stoicismo che solo una guerra di vaste proporzioni sa e può innescare.

Stanislav Bel’skij spicca per il suo stile inconfondibile, per l’ampiezza e la varietà della sua produzione, per l’introduzione dello haiku nella poetica ucraina e per l’uso della lingua russa.

In lui permane sempre quell’approccio lucido alla realtà, quella profonda capacità di leggere la complessità in maniera distaccata e di creare una lingua autentica, razionale, libera da qualsiasi ridondanza, capace di testimoniare il rinnovamento politico e culturale del suo paese nonostante la tragedia della guerra. Una lingua di parole a volte crude a volte profumate e sempre potenti.

L'autore

Stanislav Bel’skij è nato nel 1976 a Dnepropetrovsķ, importante città nell'Ucraina orientale. Laureato in matematica, lavora come programmatore. Abita a Kyïv. È poeta di lingua russa e traduttore letterario. Suoi versi sono apparsi sulle riviste “Vozduch”, “Dvoetočie”, “Volga”, “Arion”, “Neva”, “Novaja Junost'”, “Deti Ra”, “Futurum Art”, “Interpoezija”, “Homo legens”, “Zinziver”, nei siti “soloneba”, “Topos”, “polutona”, “Post(non)fiction”, “Syg.ma”. Ha pubblicato varie raccolte poetiche: Pticy suščestvujut [Gli uccelli esistono] (Moskva 2014), Stancija metro Zavodskaja [La stazione del metrò Zavodskaja] (Dnepropetrovsk 2015), Putešestvie načinaetsja [Il viaggio ha inizio] (Dnepropetrovsk 2016), Muzej imën [Il museo dei nomi] (Dnepr 2019), Ošibočnye teoremy [I teoremi errati] (Dnepr 2020), Kniga vozvraščenij [Il libro dei ritorni] (Dnepr 2021). Cura la serie poetica “Tonkie linii” [Linee esili]. Traduce in russo i poeti contemporanei di lingua ucraina. Suoi versi sono stati tradotti in polacco, greco, inglese, yiddish; in traduzione italiana sono apparsi nelle riviste “L'Immaginazione” e “Inkroci”.

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