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Sabato, 22 Giugno 2024
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“La Marescialla”, il Novecento raccontato attraverso la storia di una famiglia

Tra la Slovenia, Ustica e Bari, l’autrice ci fa conoscere i suoi nonni Zora e Pietro Del Buono

Ne L’ideologia tedesca, Karl Marx afferma che gli uomini fanno la propria storia, ma non lo fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni.

Zora Ostan e Pietro del Buono non fanno eccezione. Sono i fatti e le tradizioni di partenza di entrambi a determinare la loro storia e la penna della nipote a restituircela intrecciata con un pezzo di Storia del Novecento.

Quando Zora e Pietro si conoscono a Bovec, nel 1919, sono poco più che ragazzi: lei ha ventuno anni e lui ventitré. Pietro è il medico, l’italiano da cui Zora corre per curare le ferite che il fratello minore Nino si è procurato ritrovando dei bossoli, parte dei residuati bellici della prima guerra mondiale disseminati ovunque nella zona in cui abitano,

Zora sollevò Nino e lo portò attraverso la piazza del mercato fin su all’ambulatorio, la testa appoggiata alla sua spalla, le gambe penzoloni sopra il braccio destro; le sembrava che fosse svenuto. […] Li seguiva una frotta di bambini, che andava ingrossandosi[...]. Sguardi di curiosi dalle finestre, mezza Bovec stava a guardare Zora Ostan che incedeva per il villaggio, tenendo in braccio un bambino svenuto di otto anni […]. Attraverso il giardino si fece loro incontro un’infermiera, una vecchia furia, energica, che si vedeva passare spesso di corsa per il villaggio e si notava già soltanto per il camice bianco e la cuffia rigida sui capelli con la riga. «Qui», la furia indicò a Zora una barella accanto all’ingresso su cui doveva distendere Nino[…]. «Non è grave come sembra» disse, dopo aver esaminato la mano del ragazzo che, vigile, era disteso sulla barella e faceva il bravo, «ma il dottore dovrà mettere dei punti». Due uomini in divisa da campo venivano lungo il corridoio a passo svelto, […] «Ma quando arriva il medico?» domandò Zora all’infermiera, che stava dietro di loro, attenta come sanno essere le furie. «Sono io il medico!» rispose spavaldo l’occhialuto, e squadrò Zora senza soggezione. «Ah, sì? Chi vuol imbrogliare?!» le sfuggì. «È troppo giovane». «Ventitré anni» replicò il rosso, raggiante, in tono di trionfo, «il più giovane medico d’Italia!» Osservò il volto magro, pieno di lentiggini: «E come si chiama, il signor dottore?» «Del Buono» fu la risposta, «Pietro Del Buono». E aggiunse in tono solenne: «Siciliano». (pp.37/38)

Pietro si trasferisce poi a Berlino per specializzarsi in radiologia dove stringe legami d’amicizia con i colleghi Adelsberger, Blank e la signorina Bloch. Zora con cui è fidanzato lo seguirà prima nel suo trasferimento nella chiassosa Napoli e poi nella decisione mista ad ambizione di costruire la prima clinica di radiologia a sud di Roma e scegliere dunque Bari come destinazione per realizzare il sogno invece del Brasile, dove sarebbe stato possibile trasferirsi.

Siccome nel Meridione le signore della buona società non lavorano per soldi (Una Signora non lavora pag.105), Zora, a Bari, s’impegna in un progetto monumentale:la costruzione di una casa sul modello del Palazzo delle Poste di Palermo, città d’origine di Pietro, che al pianterreno ospiterà la clinica privata radiologica. Nel frattempo è diventata madre del primogenito Davide, ma la maternità si rivelerà un punto nevralgico della sua esistenza.

Si era aspettata che una volta diventata madre l’avrebbero pervasa stabilmente sentimenti profondi di felicità, una specie di corrente di calore che facesse ardere tutto. Non era stato così. Suo figlio la inteneriva perché era indifeso e perché le sue esigenze erano elementari. Durante la gravidanza erano stati una cosa sola, lei e l’esserino dentro di lei, sconosciuto eppure familiare. Già il giorno dopo la nascita, però, aveva percepito un distacco che l’aveva ferita. Non era lei che il bambino invocava strillando, ma una persona che lo nutrisse, che poi era lei. Non si faceva illusioni, avrebbe invocato anche una balia, se ce ne fosse stata una – e sarebbe stato ragionevole che ci fosse. Per di più, Davide si era incuneato fra lei e suo marito. Non che Pietro la considerasse di meno, il loro desiderio reciproco era forte e dormendo si intrecciavano sempre come prima; è che piuttosto aveva la sensazione che una parte di sé le fosse stata portata via e lasciata al bambino (o peggio: che le fosse stata rubata dal bambino), come se le mancasse un pezzo, come un panino addentato, pensava: la forma non era più quella giusta e lei non era più integra. (pag.60)

Zora sente dentro un piccolo buco nero impossibile da chiudere, anche con la migliore buona volontà. Le era estraneo un amore materno incondizionato, proprio non lo capiva. Sembrava che analizzasse i suoi figli, così come analizzava i suoi fratelli, quasi che avesse studiato personalmente con il professor Freud, e se lui rifletteva su quel buco nero, su che cosa fosse, gli veniva in mente una parola che una volta le aveva detto in faccia: diffidenza […] (p.131)

Zora vive con disagio la maternità perché ha avuto un rapporto difficile con la madre che ha lasciato il marito per un altro uomo di cui poi è rimasta incinta per poi tornare a casa. Dei tre figli, in particolare, Zora non riesce a legare con il primo, Davide, a cui preferisce gli altri due: Greco e Manfredi. Forse l’allontanamento della madre l’ha resa madre precoce dei suoi fratelli e con loro, eccetto Nino che sceglie di arruolarsi e combattere per Mussolini, mantiene una buona relazione; soprattutto con Ljubko, colui che è stato la sua fonte di conoscenza del mondo (p. 202). Nel corso del racconto Ljubko che era forte, era bello, era davvero vanitoso, a Bovec si faceva notare, come un’orchidea nel giardino di un contadino (p.138) conosce Michele e scopre la lussuria omosessuale

[…] continuava a essere confuso. Al tempo stesso il suo desiderio era così chiaro, così lineare: voleva amare gli uomini, e ora voleva amare quel solo uomo, che fra i sessi sembrava muoversi come percorrendo dei meandri. Ed era questo che faceva somigliare Ljubko a un fauno; era come se Michele fosse tutto, uomo, donna, ragazzo, tutto. Ljubko poteva dirsi fortunato per aver sentito parlare di quel medico tedesco con l’animale nel cognome che, senza conoscerlo, sembrava capirlo, che non pensava che fosse insano o malato, che in parole povere gli aveva spalancato possibilità che non c’erano prima: il terzo sesso. (p.143)

In questa parte del romanzo Zora Del Buono, nipote de La Marescialla, racconta del confino degli omosessuali alle Isole Tremiti, in particolare a San Domino, in cui è stato confinato anche Michele durante il periodo fascista[1]

A San Domino però non si facevano esperimenti, Mussolini non arrivava a questo, a San Domino si tenevano gli omosessuali affinché non provocassero disordine e non adescassero giovani ignari, appunto: tutela del sacro corpo della nazione. Era una minuscola isola nel Mare Adriatico, di soli due chilometri quadrati […] prima non l’aveva mai sentita nominare. (p.153)

[…]a San Domino gli uomini se ne stavano fra loro, quasi indisturbati. E sembrava che si divertissero anche, volavano battute da ogni parte, con parole cifrate che non aveva capito.(p.161)

Zora si reca sull’isola incontra Cinzia la capricciosa che la conduce da M. Zannoni, così firma le lettere che riceve il fratello Ljubko. A Cinzia chiede di Marianna Zannoni e scopre essere Michele

Per questa omosessualità, non ci sarebbe stato motivo di inquietarsi, viste le cose da un punto di vista fisico, lo sapeva. Da un punto di vista psichico, invece, si domandava come fosse stato possibile. Perché Ljubko? E sarebbe potuto accadere a uno dei suoi figli? Era ereditario? Forse Davide…? In fin dei conti la colpa era di sua madre, naturalmente; forse Ljubko provava una insondabile repulsione per le donne, né c’era da meravigliarsi, del resto Marija, sconsiderata com’era, lo aveva abbandonato nell’età più delicata. Insomma era logico che proprio lui, fra i quattro fratelli, fosse diventato sodomita.(p.156)

Nella vita di Zora la prima ambizione resta la politica; il suo mito è il maresciallo Tito, da cui il titolo del romanzo, ed è felice che sia suo proprio marito Pietro a curarlo in una sua permanenza in Italia. Oltre ad adorare Tito, Zora e suo marito Pietro Del Buono hanno una profonda ammirazione per Gramsci e Bordiga; Zora e Pietro sono una coppia facoltosa, ma credono nel socialismo, nell’uguaglianza. Il loro è un Salon Kommunism, un comunismo teorico praticato in salotto, con una visione parziale della Storia in quanto ne sono protagonisti e non possono avere della giusta distanza di sicurezza critica. Zora del Buono, anche se non aveva studiato come il marito, aveva grandi ambizioni, voleva essere destinata a grandi cose e la dimensione locale e periferica la viveva come un limite. La stima e l’infatuazione politica per Tito è tale che Zora matura infatti l’idea di lasciare tutto e seguire il Maresciallo, ma Pietro riesce a scoprire il suo proposito e per sapere cosa succede bisogna leggere questo romanzo denso ed emozionante.

La Marescialla (Keller) di Zora Del Buono è davvero una grandiosa esperienza di lettura come afferma anche Eva Menasse su “Die Zeit”. Il libro è infatti tradotto magnificamente dal tedesco da Domenico Mugnolo per la casa editrice Keller, gemma preziosa nel panorama editoriale italiano, le cui pubblicazioni e la scelta delle stesse sono sempre curatissime.

Zora del Buono è nata a Zurigo nel 1962. Vive tra Berlino e Zurigo. Ha studiato Architettura al Politecnico federale di Zurigo ed è stata direttrice di cantiere a Berlino negli anni post-Riunificazione. In seguito è stata membro fondatore della rivista «Mare». Tra le sue opere letterarie si annoverano la novella Gotthard, i romanzi Hinter Büschen, an eine Hauswand gelehnt e il reportage Vite di alberi straordinari. Viaggio tra le piante più antiche del mondo (Aboca Edizioni, 2020). La Marescialla è il suo nuovo romanzo (Keller, 2022).

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