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La strage degli ulivi millenari

Edito per Meltemi, "La morte dei giganti" è un libro di Stefano Martella che indaga, dopo l'epidemia di xylella, il rapporto tra il territorio e la pianta che più lo caratterizza

LECCE - Può la morte di un albero generare una psicosi e un dramma collettivo? È quanto sta accadendo nel sud della Puglia, in Salento, in seguito all’epidemia provocata dal batterio xylella fastidiosa, che sta distruggendo ettari ed ettari di uliveti. Contro il suo attacco sembra non esserci una cura. A memoria d’uomo, l’ulivo non ha mai subito una minaccia simile. Riflettere sul passare del tempo, sui secoli che quest’albero ha vissuto e pensare che stia morendo proprio nella nostra epoca, restituisce l’importanza storica di quanto oggi sta accadendo in Puglia, che ospita distese immense di ulivi secolari e millenari. Viaggiare oggi lungo le strade del Salento è come lo scorrere di una pellicola post-apocalittica: estensioni infinite di alberi secchi e camion carichi di grandi tronchi tagliati, destinati a legna da ardere, che percorrono le superstrade dove, sotto i viadotti, campeggia sui muri la scritta a caratteri cubitali: “XYLELLA MAFIA”.

Questa pianta si staglia al centro dello stemma regionale, su questa pianta è stata costruita la narrazione di un territorio accogliente, florido, denso di storia, una narrazione che ha portato la Puglia nei mercati internazionali e che ora, inesorabilmente, si sta sgretolando. La moria degli ulivi ha aperto un solco nella popolazione, rivelando isterie collettive e conflitti, e creando un mosaico umano in cui si muovono personaggi che incarnano psicosi, rassegnazione, strenui tentativi di salvare le piante e voglia di ricostruzione. L’arrivo del batterio ha creato un clima di sospetto che ricorda le peggiori faide familiari, in cui ognuno rinfaccia all’altro i suoi interessi come disonesti. Ed è proprio in questo sottobosco emozionale che ha iniziato a serpeggiare la teoria del complotto, della cospirazione.

Una reazione che non si può comprendere se non si analizza il rapporto simbiotico tra questa pianta e la popolazione pugliese, un rapporto che valica i confini dell’agricoltura e si addentra nelle profondità culturali e antropologiche. Il Gigante, 2.000 anni. Il Faraone, 900 anni. Il Grande Vecchio, 400 anni. La Cascata, 800 anni. Il Piede di San Biagio, 500 anni. La Regina, 1.000 anni. La Baronessa, 600 anni. La Torre, 1.000 anni. Questi sono alcuni nomi dei patriarchi, gli alberi plurisecolari, battezzati dai contadini locali in segno di rispetto. Sono stati loro i primi a morire. Il batterio, in pochi mesi, ha cancellato secoli di esistenza e di paesaggio.

L’umanizzazione dell’ulivo non è solo il frutto del substrato arcaico, denso di retaggi religiosi e pagani, di cui ancora è impregnata questa terra. La storia di questa pianta è la storia di questa gente. Il sacrificio delle madri e delle nonne raccoglitrici di olive, le loro lotte per l’emancipazione. I frantoi scavati nelle viscere della terra, le navi cariche di olio e le narrazioni mitiche di questo mondo lontano. Gli sforzi per il sostentamento della famiglia, i figli mandati a scuola con i proventi dell’olio. Le feste nei campi. I primi baci all’ombra delle chiome. Gli scrittori e i poeti che hanno versato litri di inchiostro in onore di questa pianta. La tradizione orale che ha vissuto nel suo mito. Non esiste una famiglia salentina che non abbia ricordi legati all’albero di ulivo.

Dunque, l’intento del libro è quello di approfondire il rapporto tra una pianta e il territorio in cui è insediata, attraverso un reportage giornalistico in cui si alternano personaggi eterogenei: contadini e imprenditori, scienziati e sciamani convinti di avere la pozione magica per curare l’albero. Attraverso quest’umanità variegata si ripercorrono le varie fasi che hanno portato alla quasi desertificazione del Salento e le motivazioni che hanno spinto la magistratura a indagare gli scienziati che per primi hanno individuato il batterio e la popolazione a spaccarsi in due fazioni contrapposte, fra chi è convinto che la pianta si può salvare e chi crede che sia spacciata. Fra chi crede che il batterio sia arrivato secondo le tesi spiegate dalla scienza e chi crede che sia stato ordito un complotto diabolico ai danni del Salento.

Il libro è strutturato in sei capitoli, in cui si racconta la scomparsa dei più antichi ulivi della Puglia e la disperazione in cui sono sprofondati i loro proprietari. Si spiega come xylella è stata scoperta e come è arrivata in Italia, indagando sul traffico internazionale di piante ornamentali e sulle falle di un sistema, quello dell’Unione Europea, che dovrebbe controllare e prevenire l’introduzione di nuovi patogeni sul territorio comunitario. Si entra nel cuore della teoria del complotto. Si traccia il filo della storia che ha portato la popolazione a creare una fusione con l’ulivo: le lotte sociali delle raccoglitrici di olive nei primi del Novecento, che diedero vita a uno dei primi scioperi femministi d’Italia; i fasti di Gallipoli, città diventata sontuosa grazie all’esportazione dell’olio lampante in tutto il mondo. Infine ci si interroga sull’epilogo della vicenda.

Il domani è un quadro fosco. Speranze fragili e grandi aspettative sono poggiate su due cultivar, il Leccino e la Favolosa, che sembrano resistenti al batterio. Mentre la scienza dibatte e la popolazione litiga, proprio in questi mesi sono in corso le operazioni di eradicazione di milioni di secolari: le grandi distese di ulivi non ci sono più, i patriarchi vengono sradicati e in pochi secondi trasformati in trucioli. Intanto il batterio continua a salire indisturbato verso nord, nella sua marcia di distruzione. Ora è nel cuore della Terra di Bari e preme a ovest verso i confini con la Basilicata. Xylella minaccia non solo i Paesi mediterranei ma la maggior parte del territorio dell’Unione Europea.

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