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Giovedì, 23 Maggio 2024

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A cura di Redazione

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“Le Streghe di Lenzavacche”, candidato al Premio Strega nel 2016, conferma la sua attualità

Dopo le infelici esternazioni sulle classi differenziali per i disabili dei giorni scorsi oggi su TerzaPagina il libro di Simona Lo Iacono

Le Streghe di Lenzavacche sono donne vissute ai margini, delle outcast della rigida società seicentesca della Sicilia. Mogli spaiate dall’abbandono dei mariti, signorine con figli, reiette. Un universo femminile riunito in una casa fuori dall’abitato, un solidale co-housing ante litteram, dove condividevano la medesima passione per la letteratura.

Una necessità di sopravvivenza trasformata in risorsa mal vista e mal accetta dalla normalità dell’agglomerato urbano e umano confinante. Lo stesso che le bolla demoniache, folli e corruttrici.

In esergo si può leggere:

«Dichiaro che tra le molte donne che io condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei potuto dire con sicurezza che fosse una strega. Trattate i superiori ecclesiastici, i giudici e me stesso come quelle povere infelici, sottoponeteci agli stessi martiri e scoprirete in noi tutti dei maghi». FRIEDRICH SPEE, confessore delle streghe condannate al rogo in Würzburg, 1631.

Secoli dopo, precisamente durante il fascismo, Simona Lo Iacono ci presenta una famiglia composta da un bambino di nome Felice, sua madre e sua nonna che vanta una diretta discendenza dalle streghe.

Tema importante del romanzo è la disabilità di Felice:

Quando sei nato una striscia ovattosa ti cerchiava la testa, facendoti simile a quegli uccelli che bucano l’uovo, e ne escono bagnati e disorientati. La forma del viso, poi, è di Tilde, motivo per il quale tua nonna ha immediatamente deciso con orgoglio che, perfetto o imperfetto, le somigliavi, e che questo era un motivo sufficiente per proteggerti dal male del mondo. Per il resto non hai la mia malinconia né la mia paura del futuro. Pur così inadatto a vivere, sei come certi nostromi coraggiosi che impugnano il timone e vanno contro le onde guardando dritto. Non hai titubanze e non interpreti il destino, stai semplicemente a guardare che piega prenda e adatti la tua barca, sia che tiri maestrale sia che l’acqua si appiattisca in bonaccia. Tutto sommato, pur con le fragilità della tua condizione, sei impiantato e forte, quasi quanto quel noce secolare sotto il quale tua nonna ha sepolto i resti del parto. (pag. 18)

Felice è erede della persecuzione delle streghe e chiave di un possibile riscatto:

La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: «Maria Santissima abbi pietà di lui», affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte. Non lo avevo fatto. D’altra parte eri un imprevisto, e con gli imprevisti non si allestiscono scongiuri e preparativi. Al più qualche rimedio per i tuoi occhi allungati, la fronte bitorzoluta, il broncio spellato dalle troppe spinte. Nonna Tilde ti ha guardato scettica ed è corsa a chiamare un sacerdote pontificando che solo gli esorcismi ti avrebbero salvato dalla malasorte. Poi ti ha sciacquato dal sangue del parto, ti ha sistemato sul mio seno ed è sparita per andare a seppellire la placenta sotto il vecchio noce. In silenzio, ha invocato i nomi degli antenati. Ma la luna calava invece che alzarsi, non era tempo di marea né di santi, i fantasmi tacevano e non una stella brillava nella notte. Tutti cattivi presagi, figlio mio, ma tu eri nato, e pur squadernato da un vento di sfortuna, ti chiamai Felice, e decretai che quello era il primo passo per ribaltare il destino. (pag. 13)

Felice è l’incarnazione della meta diversità, dell’amore per i libri, sua madre Rosalba del coraggio, della tenacia e dell’amore materno che tutto può e Tilde, la nonna, della mitezza forzuta della saggezza. La famiglia si allarga con il farmacista del paese, il Dott. Mussumeli (dutturi Mussumeli, amico leggendario di Tilde ed erborista attempato), che ha il ruolo di padre, amico e mentore del ragazzo, e Alfredo Mancuso, giovane maestro della scuola del paese. Il maestro, dominato da un dolore lontano, in aperto contrasto con il regime dell’epoca, non accetta i luoghi comuni sull’insegnamento e aiuta anche lui il piccolo Felice.

Madre, nonna, medico e maestro, tutti insieme lottano per Felice, per esorcizzare la sua sfortuna, per compensarla con il dono di un’opportunità meritata dalla sua vivace intelligenza, tra le ostilità di un contingente oscurantismo di regime insofferente alla diversità e propenso a forgiare leve con il mito della perfezione fisica.

Le Streghe di Lenzavacche è un romanzo coraggioso, potente, ricco di incastri perfetti e svelamenti inattesi. Non è mai ammiccante, mai edulcorato, pur mantenendo un’altissima densità lirica. La scrittura di Simona Lo Iacono è evocativa, commovente e asciutta perciò efficace, incisiva.

Per leggere un estratto del romanzo basta cliccare il titolo di seguito: Le Streghe di Lenzavacche

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso la corte d’appello di Catania, sezione minori e famiglia. Tra i suoi romanzi, Le streghe di Lenzavacche (E/O Edizioni, 2016), vincitore del Premio Chianti e selezionato tra i dodici ­finalisti del Premio Strega 2016. Con Neri Pozza ha pubblicato Il morso (2017), L’albatro (2019), La tigre di Noto (2021), vincitore del Premio Letterario Città di Erice 2022, e Il mistero di Anna (2022). Virdimura (Guanda, 2024) è il suo ultimo romanzo.

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