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A cura di Redazione

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“E c’erano gerani rossi dappertutto”, antologia di voci femminili della diaspora letteraria italiana in Nord America

Un collage di autrici contemporanee tradotte in italiano da Valentina Di Cesare e Michela Valmori

E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America insieme a Michela Valmori per Radici Edizioni – Collana Strade Dorate. Postfazione a cura di Ilaria Serra ed Emanuele Pettener.

I racconti contenuti nell’antologia: Domenica italiana di Rita Ciresi, Crescere a Pine Barrens nel New Jersey di Gail Reitano, La domanda perpetua attraverso la lente del geranio: chi ti credi di essere? di Kathy Curto, Come sono contenta! di Nadina LaSpina, La mia storia d’amore italiana di Marianne Leone, Papà, era tutta una questione di parole di Jean Feraca, La temperatura dell’acqua. Memoria, cibo e tempo di Chiara Montalto-Giannini, Siamo arrivate di Joanna Clapps Herman, Filomatri di Annie Rachele Lanzillotto, Non parlo italiano di Mary Saracino, Un piede qui, un piede lì. Un cuore diviso di Karen Tintori, Parole di Maria Laurino, Radici tra le pietre di Jennifer Romanello, Un piccolo piatto alla volta di Rosanna Staffa, Nel dubbio o nella disperazione, migra, di Loretta D’Orsogna e Migrazione e figlie senza madri. Il perdurare dei traumi di Luisa Del Giudice.

INTERVISTA A VALENTINA DI CESARE e MICHELA VALMORI

1. Come nasce il progetto “Strade Dorate. Osservatorio di Letteratura e Cultura della diaspora italiana e italofona”? Di cosa si occupa il progetto?

V.D.C. Il nostro Osservatorio è nato per molti motivi che chiaramente non riusciremo a elencare nella loro totalità, ma uno dei principali è quello di raccontare la produzione letteraria e artistica della diaspora italiana, tentando di colmare il vuoto che continua a imperversare in tal senso nel nostro paese. In Italia ignoriamo quasi tutta la produzione artistica del passato e del presente a opera di donne e uomini di origini italiane.  Ci concentriamo sulla produzione letteraria, artistica e culturale degli emigrati e degli oriundi italiani nel mondo non con l'intento di celebrare l'italianità vera o presunta, ma col desiderio di capire quanto e come questa componente abbia inciso su autori e artisti, nel fare i conti con la propria identità. Allo stesso modo ci interessiamo ai medesimi meccanismi presenti nella diaspora italofona e nelle cosiddette seconde generazioni.

M.V. Il progetto dell’Osservatorio Strade Dorate nasce con Valentina Di Cesare. In agosto del 2020, in piena pandemia, Valentina mi ha contattata attraverso un amico comune, Emanuele (Pettener, che collabora a SD e che, insieme a sua moglie Ilaria Serra, insegna Lingua e Cultura Italiana alla Florida Atlantic University) che a sua volta mi ha proposto di prendere parte al progetto. La volontà di procedere nasce dall’entusiasmo che ci accomuna per l’italo-migrante, di partenza e di arrivo.

2. Avete curato l’antologia di racconti E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America per Radici Edizioni – Collana Strade Dorate, collana che prende il nome dall’Osservatorio. Lei e Valmori, nella prefazione, definite il progetto “un collage di voci”, cosa ci può raccontare di questo collage? E che immagine ne deriva una volta composto?

V.D.C.  Le autrici che hanno accettato l'invito a prendere parte alla nostra antologia hanno un background migratorio differente e storie migratorie familiari molto diverse tra loro, nonché esperienze di elaborazione identitaria altrettanto distinte. Molte abitano in città dove la presenza italiana (soprattutto storica, per intenderci quella delle Little Italy) non è per nulla rilevante. Alcune di loro hanno vissuto come un peso le proprie origini, altre con fierezza. Alcune parlano e comprendono l'italiano e lo hanno studiato all'Università. Altre non hanno affatto confidenza con la nostra lingua (ma ce l'hanno col dialetto di provenienza dei loro familiari) poiché i loro parenti ne hanno volutamente abbandonato l'uso a favore di una maggiore integrazione nel paese d'accoglienza. Tutti meccanismi che ritroviamo ancora oggi nella diaspora che investe il nostro paese, seppur con tutte le differenze del caso.

M.V. Il collage riesce a far coesistere identità multiple e diversità; i racconti della nostra antologia, proprio come il collage, non devono incastrarsi l’un l’altro, ma arricchirsi vicendevolmente e contribuire alla rappresentazione di aspetti differenti della diaspora nord-americana, percepita attraverso occhi diversi

3. Il titolo della raccolta immagino derivi dal racconto La domanda perpetua attraverso la lente del geranio: chi ti credi di essere? di Kathy Curto. L’incipit recita Ciò che credo di essere, dopotutto, è un geranio rosso. Potete spiegare perché proprio un geranio rosso?

V.D.C. I preadolescenti e gli adolescenti vivono per antonomasia un momento catartico perché, d'un tratto, danno le spalle all'infanzia e cominciano l'avventurosa scalata verso la costruzione della propria identità. Se definire se stessi è già una grossa impresa, credo lo sia ancora di più per chi vive nella terra di mezzo sospeso/a tra due o più culture di provenienza. Uno sdoppiamento di valori e abitudini che può creare disorientamento o rifiuto di una delle due culture. I gerani di Kathy Curto stanno lì a dirci che non possiamo nasconderci da noi stessi, da ciò che siamo, da ciò che vorremmo essere, e da ciò che siamo stati.

M.V. Perché il geranio rosso di Kathy (Curto) rappresenta quel momento di frattura in cui l’italianità si faceva fardello e miraggio, in cui si desiderava ‘guidare una Cadillac” ma si rimaneva rapiti dai gerani rossi, tozzi, spessi che si muovevano al vento senza grazia, ma dimostravano di amare le proprie radici. Ci è parsa, quella di Kathy, una metafora interessante che racchiudeva il senso di italianità espresso in ogni racconto.

4. Perché, citando una frase del racconto Un piccolo piatto alla volta di Staffa, per queste autrici l’Italia è piena di trappole emotive e l’America no?

V.D.C. Credo sia da imputare al fatto che il paese di provenienza è sempre carico di narrazioni (positive o negative che siano) e al contempo colmo di silenzi, di non detti. È un paese di cui si fa per forza carico maggiormente l'immaginazione, la suggestione; è il luogo del "nostos", della vita non accaduta e ogni emozione è nel bene e nel male, amplificata.

M.V.  Perché come dice Rosanna (Staffa), quando si va in Italia si sente ‘l’eco di mio padre e di mia madre nelle voci. L’Italia rappresenta per queste scrittrici una sorta di resa dei conti emotiva, di ricordi e nostalgie. Come per Barolini (Helen), che nel suo Umbertina, ha dato forma a un’Italia transgenerazionale che diventa punto di partenza materiale ed emotivo, e punto di arrivo, così, allo stesso modo per Rosanna e le altre scrittrici, l’Italia costringe a un complesso momento di verità con sé stessi e con la propria identità.

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