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Borgo San Nicola: diminuiscono i detenuti, ma ancora in pochi lavorano e seguono corsi

Le osservatrici dell’associazione Antigone tornano nel penitenziario per verificare le condizioni di vita carceraria. Rispetto al 2014 meno persone recluse e segnali di miglioramento della vita carceraria, ma restano alcune criticità strutturali

LECCE – A distanza di quasi un anno dall’ultima visita, gli osservatori dell’associazione Antigone tornare a visitare il carcere di Borgo San Nicola.

Attualmente vi sono 930 detenuti rispetto ai 1130 registrati nel 2014, di cui 73 donne e 152 stranieri. Il penitenziario leccese è stato tra i primi nel Meridione ad applicare la cosiddetta sorveglianza dinamica che consente ad una sezione con reclusi condannati a meno di cinque anni di pena di avere le celle aperte per tutto il giorno e di stazionare in corridoio senza la presenza di agenti di polizia penitenziaria.

Da tempo, sottolinea l’associazione si batte su tutto il territorio nazionale per i diritti e le garanzie nel sistema penale, la direzione di Borgo San Nicola è impegnata in un dialogo con quella parte di società civile interessata al miglioramento delle condizioni della vita carceraria. Ma ci sono delle criticità piuttosto evidenti: una riguarda il numero, ancora troppo basso, di detenuti che lavorano: 250 lo fanno con mansioni di basso profilo per l’amministrazione penitenziaria, sono solo 12 i detenuti che lavorano all’esterno e 9 le persone soggette alla semilibertà.

Un altro problema è quello relativo alla formazione: ci sono ancora delle sezioni escluse dai progetti perché non raggiungono al proprio interno il numero necessario per l’accesso ai corsi.

Gli osservatori di Antigone, nella fattispecie Maria Pia Scarciglia e Ilaria Piccinno, sono autorizzati dal ministero della Giustizia ad entrare nei penitenziari, a fare domande, a raccogliere dati e informazioni. Da più di quindici anni l’osservatorio detenzione, che pubblica on line i propri report, racconta all’esterno la realtà della vita carceraria.

Uno dei temi principali è naturalmente il sovraffollamento che determina condizioni di vita molto difficili. Nel gennaio del 2013, con una sentenza pilota, la Corte europea di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 (trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel caso denominato Torreggiani, dal nome di uno dei ricorrenti detenuti a Piacenza e Busto Arsizio (per ciascuno un risarcimento di 100mila euro).

Ma già nel 2011 il Tribunale di sorveglianza di Lecce aveva condannato l’amministrazione penitenziaria a risarcire un detenuto tunisino (con 220 euro) ritenendo che la violazione dell’articolo 3 comportasse un obbligo risarcitorio.

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