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Brigadiere insultato su facebook, "non luogo a procedere" per il figlio del boss di Parabita e altri 22

Per un difetto di querela cade l’accusa di diffamazione nei riguardi di Marco Giannelli e degli utenti che sei anni fa interagirono con lui sul social in merito al sequestro di una moto non assicurata

LECCE - Condannato in appello a vent’anni di reclusione nell’ambito dell’inchiesta “Coltura”, Marco Antonio Giannelli, il 33enne di Parabita figlio del boss ergastolano Luigi, in tribunale c’era tornato per una vicenda molto diversa che si è chiusa per lui in modo favorevole. Era accusato di aver diffamato con un post su facebook un brigadiere dell’Arma che sei anni fa gli sequestrò la moto sulla quale viaggiava perché sprovvista di assicurazione. Insieme a lui, al banco degli imputati, erano finiti altri 22 utenti che (tra il 17 novembre e il 9 dicembre del 2013) interagirono con quel post, corredato di foto di un momento del sequestro e di insulti del tipo “morirà tra atroci sofferenze”. Ma per tutti gli imputati oggi il giudice della prima sezione del Tribunale di Lecce Domenico Greco ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per difetto di querela.

Proprio su questo avevano puntato gli avvocati difensori (Stefano Stefanelli, Luca Laterza, Luca Puce, Giuseppe Presicce, Stefano Palma, Mario Ingrosso, Maria Greco, Marco Costantino), associandosi all'eccezione sollevata in aula dalla collega Claudia Strafella, seondo la quale, essendo stata stata ritirata la querela per alcuni degli imputati, la remissione fosse estendibile anche a tutti gli altri come stabilito dall’articolo 155 del codice penale.

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