“Dirty Slot”, il “gioco” raccontato dai collaboratori di giustizia

Prezioso il contributo dato da Ercole Penna, Sandro Campana e Vincenzo Antonio Cianci nelle indagini sull’organizzazione che avrebbe fatto affari illeciti con slot e giochi per le scommesse sportive

GALATINA - “I  fratelli Marra, Alberto e Massimiliano, operano da tempo con il benestare delle organizzazioni mafiose egemoni nei territori dove esercitano le proprie attività commerciali, concordando ed elargendo loro cospicue somme di denaro, sfruttando, altresì, la loro risaputa vicinanza al clan "Coluccia" di Noha – Galatina”, è quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita in mattinata con l’operazione “Dirty Slot”. A svelare questo sistema, sarebbero stati alcuni collaboratori di giustizia: Ercole Penna, Sandro Campana e Vincenzo Antonio Cianci. Ed è proprio sulle loro dichiarazioni che il giudice Edoardo D’Ambrosio, firmatario del provvedimento di  479 pagine eseguito in mattinata, ha dedicato un intero capitolo.

In particolare, Penna, personaggio di spicco della Scu mesagnese, negli interrogatori del 28 marzo e del 30 marzo del 2011, affermò di aver ricevuto nel 2007 la richiesta di Massimiliano Marra di poter accedere con i suoi dispositivi elettronici nel territorio di Mesagne e nelle zone vicine, ottenendo in cambio la somma di duemila euro, e di aver appreso, inoltre, dallo stesso Marra che la capacità espansiva delle sue aziende nel mercato del gaming era dovuta al fatto di essere "espressione" del clan Coluccia e che Michele Coluccia deteneva una quota occulta nelle società della sua famiglia.

Stando, a quanto riferito da Campana, nel 2010, i Marra gli chiesero di essere supportati dal suo clan per introdursi nel settore dei videogiochi su Brindisi e gli riferirono di corrispondere "il pensiero " ai fratelli Gigetto e Michele detto Michelino Coluccia di Noha" ogni mese e che il clan da lui diretto aveva supportato Marra, impedendo la penetrazione di altri imprenditori dei giochi nella provincia di Brindisi in cambio della somma di 5mila euro al mese. Campana dichiarò inoltre di essere venuto al corrente per vie traverse che Salvatore De Lorenzis (uno degli imputati principali nel processo, nato dall’inchiesta “Clean Game”) avrebbe voluto parlargli per piazzare le sue macchinette nel brindisino, estromettendo così i Marra, suoi concorrenti.

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Quanto al collaboratore Cianci, lo scorso aprile, raccontò ai magistrati delle attività economiche del sodalizio di cui aveva fatto parte e dei singoli ruoli. In particolare, riferì che: “I paesi che ricadevano nel controllo del clan Coluccia, anche con riferimento al mercato dei videogiochi, erano Sogliano Cavour, Galatina, Noha, Aradeo, Neviano, Seclì, Corigliano d'Otranto, Cutrofiano, Castrignano de' Greci e Soleto. In questi territori i dispositivi elettronici erano forniti dai fratelli Marra con il benestare dei Coluccia che come detto prima pagavano me e tutti gli altri partecipi al clan per la nostra opera di imposizione della macchinette. Quando qualche esercente si rifiutava come accaduto in una sala giochi e nel bar di cui ho già detto, intervenivo io con i miei ragazzi su ordine e nell’interesse dei Coluccia con atti di danneggiamento intimidatori. In alcuni casi come per la sala giochi sono a conoscenza del fatto che sono rimaste le macchinette dei De Lorenzis in cambio del pagamento di una somma tra i 3000 e i 5000 euro che il titolare corrispondeva mensilmente, come riferitomi da Gabriele De Paolis (genero di Luigi Otello Coluccia, ndr). Era stato proprio lui a ordinarci l’atto intimidatorio ai danni della sala giochi per cui noi posizionammo i proiettili sulla porta d'ingresso. Il giorno successivo dopo due giorni, non ricordo, Gabriele De Paolis mi riferì che la minaccia era andata a buon fine perché aveva raggiunto un accordo con il titolare della sala giochi in relazione al pagamento, appunto, di una somma di denaro mensile per poter mantenere le macchinette dei fratelli De Lorenzis”.

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