In casa per proteggersi dal virus, ma “soffocate” dal mostro al loro fianco

Diminuiscono le richieste di aiuto di donne maltrattate dai conviventi. In un mese, scendono dell’80 percento quelle raccolte dal Centro Antiviolenza “Renata Fonte”. La presidente: “Contattateci. Non perdete la speranza”

LECCE - Non tutti i mostri sono invisibili. Mentre siamo barricati nelle nostre case per proteggerci dal Covid-19, c’è chi tra le mura domestiche vive al fianco di un mostro dalle sembianze umane. Quel partner violento contro il quale oggi è ancor più difficile opporsi a causa della convivenza forzata e della difficoltà di chiedere aiuto all’esterno. Proprio per facilitare le vittime che, nei giorni scorsi, la polizia di Stato ha messo a disposizione YouPol, l’app per smartphone per segnalare anche questo genere di abusi.

Da più di vent’anni il centro antiviolenza Renata Fonte è stato un luogo di speranza per numerose donne, “una casa della liberazione”, è così che ama definirla la sua presidente e fondatrice Maria Luisa Toto: “Quando apriamo la nostra porta a donne prigioniere, noi le prendiamo per mano e non le abbandoniamo mai, le accompagniamo nel loro percorso di rinascita, offriamo loro sostegno psicologico, assistenza legale, nel civile come nel penale, e anche in ambito minorile qualora siano coinvolti figli minorenni, le sosteniamo nei tribunali, e le aiutiamo a trovare un lavoro, nel caso in cui siano disoccupate”.

Solo nel 2019, la struttura ha raccolto 239 denunce, secondo i dati diffusi lo scorso gennaio; mediamente riceve almeno due richieste di aiuto al giorno. Ma dall’inizio di marzo le chiamate sono state solo dieci. Un dato questo sintomatico dell’impossibilità delle vittime di dar spazio alla voce per paura di essere scoperte, avendo il fiato sul collo dei loro aguzzini. La presidente, però, è fiduciosa: “Trovate il modo di contattarci. Il numero 338.2518901 è attivo 24 ore su 24 e lo è da sempre. Noi siamo ancora qui e troveremo la soluzione”.

“C’è stato un calo esponenziale delle richieste di aiuto. Per quelle donne che già avevano avviato il percorso non abbiamo avuto problemi. Il Centro ha continuato e continua a garantire ogni servizio. La nostra equipe (composta da cinque avvocatesse, tre psicologhe, un’assistente sociale e da una progettista) si è organizzata con colloqui telefonici, videochiamate, skype, whatsap I primi giorni sono stati uno choc anche per noi. Poi però queste modalità, col passar del tempo, sono diventate la normalità. Il problema è nei nuovi accessi, per chi dovrebbe chiamare per la prima volta e che al momento vive in casa, a causa dell’emergenza, con il loro maltrattante”.

Quante richieste avete ricevuto nell’ultimo mese?

“Dal 9 marzo, solo dieci donne hanno trovato il coraggio, il momento di farlo, quando in condizioni normali, riceviamo mediamente due telefonate al giorno. A una di queste siamo anche riuscite a far sporgere denuncia grazie alla collaborazione con i carabinieri.”

Come sono riuscite a contattarvi?

La presidente Maria Luisa Toto-2“Approfittando dell’assenza del compagno uscito per fare la spesa o per andare in farmacia, o nascondendosi in una stanza in casa. Non nego che la prima richiesta per me sia stata traumatica. Dalla stessa utenza, dalla quale ero stata contattata poco prima, ho ricevuto una telefonata in cui si sentiva lei piangere e chiedere aiuto e il marito sbraitare: “Fai parlare me con questa, ci devo parlare io!”. Per fortuna la situazione è poi rientrata grazie all’intervento della figlia perché io avevo le mani legate non conoscendo neppure il nome della signora.

Le vittime, in questo momento, sono talmente impaurite che alla prima chiamata  non vogliono neppure fornirci l’ identità. Dopo questa esperienza, però, abbiamo cambiato metodo, sollecitandola a fornirci quantomeno l’indirizzo.”

Cosa ne è stato poi di questa signora?

“Ci ha scritto che da quel giorno lui si è tranquillizzato. Quindi non c’è stato bisogno di allontanarla da casa”.

Voi offrite delle strutture di accoglienza…

“Certo, in caso di pericolo, dopo valutazione del rischio, si organizza la fuga. Purtroppo, per la pandemia, non è possibile utilizzare le case rifugio dove ci sono già altre ospiti: non potremmo garantire la sicurezza sanitaria. Esistono però, quelle di “seconda accoglienza”, dov’è possibile garantire il distanziamento sociale e vivere la quarantena, al termine della quale disporre il trasferimento nella normale casa rifugio. Stiamo lavorando così.

Anche se io continuo a lanciare l’appello alle Procure: nei casi di violenza segnalati dalle forze dell’ordine, facciano in modo di emanare provvedimenti d’urgenza per allontanare lui dalla casa coniugale, invece della donna e dei bambini, in un momento così drammatico.”

Cosa accadrà quando finirà l’emergenza Covid?

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“Il fenomeno esploderà. Ma sia chiaro, non è il Covid-19 ad averlo provocato, piuttosto sta contribuendo a renderlo più sommerso oggi. Quindi il messaggio che tengo a lanciare è: donne non temete, trovate il modo e il coraggio di chiamarci, tutto sarà più “leggero” e la soluzione arriverà. Ce la possiamo fare insieme anche in tempo di coronavirus. Non perdete la speranza. Non restate schiacciate dall’ “oramai ogni cosa è perduta”. Sconfiggeremo il virus, anche quello che state vivendo in casa”.

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