Sparatoria mortale nel bar, condanna all'ergastolo per Fabio Perrone

La parola ergastolo è risuonata per due volte nell'aula al quinto piano del Tribunale di Lecce. Una prima volta nella richiesta del pubblico ministero Francesca Miglietta, la seconda quando il giudice ha condannato al carcere a vita Fabio Antonio Perrone, il 41enne accusato delitto di Fatmir Makovic, 45enne, e del tentato omicidio di suo figlio 16enne, a Trepuzzi

LECCE – La parola ergastolo è risuonata per due volte nell’aula al quinto piano del Tribunale di Lecce. Una prima volta nella richiesta del pubblico ministero Francesca Miglietta, la seconda quando il giudice ha condannato al carcere a vita Fabio Antonio Perrone, il 41enne accusato delitto di Fatmir Makovic, 45enne, e del tentato omicidio di suo figlio 16enne, avvenuti la notte tra il 28 e il 29 marzo 2014 a Trepuzzi. La condanna è stata inflitta dal gup Simona Panzera. Perrone, accusato di omicidio volontario aggravato da futili motivi e tentato omicidio, è assistito dall’avvocato Antonio Savoia. Otto famigliari della vittima si sono costituiti parte civile con gli avvocati Christian Quarta e Federico Mazzarella. Nei loro confronti il giudice ha disposto un risarcimento da stabilire in separata sede, con una provvisionale di 80mila euro per figlio della vittima (coinvolto nella sparatoria) e 50mila euro per tutti gli altri. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra novanta giorni.

Quello di Makovic è un delitto per certi versi ancora misterioso. Perrone raccontò di aver trascorso la serata nel bar, dove sarebbe poi scoppiato, per motivi che seppe precisare, un litigio con alcuni cittadini residenti nel campo sosta Panareo, tra cui la vittima e due dei suoi figli. La discussione sarebbe poi proseguita all’esterno dell’esercizio commerciale, dove Perrone sarebbe stato affrontato e dove, strappata l’arma a uno degli aggressori (non ha saputo specificare se a estrarre la calibro 9 sia stata la vittima), sarebbe iniziata la sparatoria. Una tesi confutata, però, dalla perizia dattiloscopica eseguita sull’arma del delitto (una Crvena Zastava, una pistola calibro 9 semi automatica di fabbricazione serba, una delle tante armi arrivate sulle nostre coste dopo il conflitto che ha infiammato e disgregato l’ex Jugoslavia).

Fabio Antonio Perrone-2-2-2A suo dire il 41enne avrebbe sparato alla cieca, obnubilato da una sorta di furia mista a spirito di sopravvivenza. Sono ben sedici i colpi esplosi da Perrone (sette quelli che hanno colpito Fatmir Makovic, finito nel bagno dell’esercizio commerciale), che ha svuotato l’intero caricatore della pistola, corredata da caricatore da 15 proiettili (più uno in canna). Il bilancio di quel folle venerdì di sangue poteva dunque essere più tragico.

Non sembra aver convinto gli inquirenti l’ipotesi di un litigio sfociato in una spietata vendetta. Già al momento dell’arresto gli investigatori contestarono l’aggravante delle modalità mafiose, sintomo che dietro l’agguato di venerdì notte si nasconde qualcosa di più complesso e rilevante sotto il profilo criminologico. Aggravante che la Procura non ha però contestato.

Gli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri (guidati dal capitano Biagio Marro) hanno raccolto e messo insieme i tasselli di un’indagine complessa, finalizzata a stabilire quali interessi avessero riportato Perrone nella sua Trepuzzi (l’uomo da qualche tempo si era trasferito in Toscana) e cosa abbia portato “triglietta” (com’era conosciuto negli ambienti criminali) a scontrarsi con la vittima, persona molto conosciuta e rispettata nella comunità del campo sosta Panareo, dove risiedeva. Il 41enne, del resto, è ritenuto dagli investigatori un elemento di spessore della criminalità locale, che ha già scontato 18 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, armi e droga.

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Poco convincente, per gli inquirenti, anche il racconto della fuga. Perrone ha raccontato di aver fermato un passante e di averlo costretto ad accompagnarlo con la sua Fiat Panda. Dopo avrebbe incrociato un suo parente, che gli avrebbe consegnato l’auto per raggiungere l’abitazione dov’è stato poi arrestato nei pressi di Casalabate. 

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