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Lunedì, 27 Maggio 2024
Cronaca

"Operazione Paco", come la quarta mafia si rigenera tra alleanze e tradimenti

L'operazione Paco dimostra come alleanze, tradimenti, faide e lotte intestine caratterizzino la storia recente della Scu dopo un breve periodo di calma apparente e presunta "pax mafiosa". Gli unici punti fermi rimangono denaro e potere (inteso come controllo del territorio), due chimere da inseguire a ogni costo

LECCE – “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La legge della conservazione della massa, pronunciata dal chimico, biologo e filosofo del ‘700 Antoine-Laurent Lavoisier, può trovare facilmente applicazione anche nelle logiche della criminalità organizzata. L’operazione "Paco" (condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, diretti dal capitano Biagio Marro; i colleghi del Reparto operativo, sotto la guida del colonnello Saverio Lombardi; della compagnia di Campi Salentina, coordinati del maggiore Nicola Fasciano; e del Reparto investigazioni scientifiche, al comando del luogotenente Vito Angelelli) dimostra come alleanze, tradimenti, faide e lotte intestine caratterizzino la storia recente della Scu dopo un breve periodo di calma apparente e presunta “pax mafiosa”.

Gli unici punti fermi rimangono denaro e potere (inteso come controllo del territorio), due chimere da inseguire a ogni costo. Un ruolo fondamentale lo gioca anche la mancanza di figure carismatiche come in passato, quando gruppi, clan, alleanze e contrapposizioni erano ben definiti.

L’operazione coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Capoccia (magistrato che vanta una lunghissima esperienza nella lotta alla quarta mafia pugliese sin dai suoi albori) è partita, come quella denominata “Déjà vu” (che ha delineato movimenti e dinamiche di un traffico di sostanze stupefacenti che dalla penisola salentina conduce sino alla Francia) dal duplice tentato omicidio di Luca Greco e Marino Manca, avvenuto nel pomeriggio dell'8 settembre del 2012 (18 anni di reclusione la condanna inflitta a Salvatore Milito in primo grado).

Milito avrebbe estratto una pistola, cercando di colpire Manca, ma invano, perché l'arma si sarebbe inceppata, permettendo a questi di fuggire. Più sfortunato sarebbe stato Greco, intrappolato in casa e impossibilitato a fuggire: l’arrestato lo avrebbe prima colpito con il calcio della pistola e poi con un coltello, ferendolo gravemente. L’agguato sarebbe maturato, secondo l’ipotesi accusatoria, proprio nell’ambito di contrasti legati alla supremazia territoriale di gruppi criminali operanti nel comune di Squinzano e nelle zone limitrofe. Un regolamento di conti commissionato, secondo l’ipotesi accusatoria, da Sergio Notaro e Cyril Cedric Savary (ancora latitante).

E’ proprio la figura di Daniele Sergio Notaro, 54 anni, noto nell’ambiente della criminalità con il soprannome di “Panzetta”, al centro del blitz scattato all’alba di oggi. Notaro ha un lunghissimo curriculum criminale, fatto di precedenti per furto, violazione obblighi da misure di prevenzione, rapina, sequestro di persona, porto abusivo di armi, detenzione di sostanze stupefacenti, oltre ad altri reati minori. Soprattutto, però, per la condanna subita nel 1992 per associazione per delinquere di tipo mafioso per aver fatto parte della Sacra corona unita, nel clan che faceva capo a Giovanni De Tommasi (nome storico della Scu e “capo bastone” di Campi Salentina). Notaro è considerato un punto di riferimento per le dinamiche malavitose a Squinzano e zone limitrofe, ancora in grado di infondere timore anche solo con il proprio nome.

L’ordinanza di custodia cautelare gli è stata notificata in carcere. Il 54enne, infatti, è stato arrestato il promo dicembre scorso dopo un breve periodo di latitanza dopo essere sfuggito al blitz denominato “Vortice-Déjà vu” con una rocambolesca e precipitosa fuga dai tetti della sua masseria a Squinzano. I carabinieri lo scovarono in una villa a Cellino San Marco, in via Madonna dell'Alto, una strada periferica da cui si può raggiungere Squinzano. In una zona al confine con la provincia di Brindisi, da sempre un punto di riferimento costante per i fuggitivi leccesi, spesso protagonisti di traffici e rapporti “a cavallo” delle due province come dimostrato in decenni di vicende processuali. Una figura importante secondo gli inquirenti, al centro del mosaico criminale del nord Salento.

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