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Piantagione di marijuana, l’arrestato: “Dovevo riscuotere un debito”

Resta in carcere Banaj, il 46enne montenegrino finito nei guai venerdì. Durante l’interrogatorio ha fornito retroscena sulla scoperta fatta in un giardino privato a Monteroni. Tornano in libertà, invece, gli altri due arrestati

MONTERONI - C’è un debito sotto la piantagione di marijuana scoperta venerdì scorso dai carabinieri della sezione radiomobile della compagnia di Lecce in un giardino privato a Monteroni. A dichiararlo sono stati sia il proprietario del terreno (indagato nello stesso procedimento), ai militari, durante un sopralluogo tenutosi due giorni prima del blitz, che uno dei tre arrestati durante l’interrogatorio che si è tenuto ieri con il giudice.

In particolare, quest’ultimo, Jusuf Banaj, montenegrino di 46 anni, domiciliato nel campo Panareo di Lecce, ha raccontato al gip Giovanni Gallo di aver maturato un credito di 700 euro in considerazione del quale il debitore si era proposto di estinguerlo offrendogli le piante essiccate di marijuana detenute in casa.

Banaj ha inoltre escluso il coinvolgimento nella vicenda degli altri due uomini finiti dietro le sbarre con lui, il nipote Senad Ahmetovic, di 27 anni, e Simeon Borisov, di 39: l’avrebbero accompagnato sul posto senza essere a conoscenza dell’esistenza della piantagione e delle piante già essiccate.

Gli stessi, durante i rispettivi interrogatori, (assistiti dagli avvocati Stefano Stefanelli e Benedetto Scippa) hanno negato ogni addebito e alla fine sono tornati in libertà perché per il giudice, allo stato, non sussistono gravi indizi di colpevolezza, anche alla luce del fatto che le dichiarazioni rilasciate ai carabinieri dal padrone dell’abitazione risultano vaghe in più punti, a partire dai nomi dei creditori, rispetto ai quali ha fatto ricadere ogni responsabilità, che non corrispondono a quello di nessuno dei tre indagati.

Riguardo il coinvolgimento di Banaj però non ci sono dubbi, sia per quanto ammesso dallo stesso nel confronto col gip, sia perché le chiavi della stanza dove c’era “l’erba” erano nella tasca dei suoi pantaloni. Per questo, è l’unico rimasto a “Borgo San Nicola”.

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