Presunti illeciti per "L'Approdo di Enea", due condanne e confisca

Due anni e mezzo a testa per il gestore Fruni e il geometra Tondo, nelle vesti di responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Otranto. Assoluzione per l’ingegnere Maggiulli, anche lui imputato nel ruolo di responsabile comunale

OTRANTO - Due condanne, un’assoluzione, più la confisca della struttura: è questo l’esito del processo sui presunti illeciti commessi per il bar-ristorante “L’approdo di Enea” a Porto Badisco, a Otranto. C’è stato anche un “non luogo a procedere”, quello per Salvatore Fruni, il titolare dell’omonima ditta che aveva gestito l’esercizio fino al 2009 e in seguito lo aveva concesso in locazione come ramo d’azienda, poiché nel frattempo è deceduto.  Il figlio Luigi, di 33 anni, di Porto Badisco, gestore dal 2009 attraverso la società “L’Approdo di Enea”, è stato invece condannato a due anni e mezzo. Stessa pena anche per il geometra Giuseppe Tondo, 65 anni, del posto, mentre è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”, l’ingegnere Emanuele Maria Maggiulli, di Muro Leccese, entrambi imputati nel ruolo di responsabili dell’ufficio tecnico del Comune idruntino. Quest’ultimo rispondeva di un solo atto: il rinnovo del certificato di agibilità per l’anno 2013.

Il dispositivo, le cui motivazioni saranno depositate entro 30 giorni, letto questa mattina dal presidente del collegio della seconda sezione penale Pietro Baffa, contempla anche il risarcimento delle parti civili da liquidarsi in separata sede e una provvisionale di cinquemila euro.

Si chiude così il processo nato dall’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone che lo scorso febbraio era riuscita a ottenere dal giudice Cinzia Vergine il rinvio a giudizio dei quattro imputati, accusati di abuso d’ufficio e falsità commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

In particolare, stando alle indagini, padre e figlio avrebbero attestato falsamente nelle richieste al Comune di voler realizzare opere “precarie e rimovibili”, riuscendo così a completare una struttura che invece avrebbe deturpato irreversibilmente la bellezza della cala. Sono diciotto, gli atti, fra autorizzazioni e certificati di agibilità, che Tondo avrebbe rilasciato, consentendo così alla struttura di assumere dimensioni sempre più ampie, con attività di ristorazione, bar, pizzeria e parcheggi, violando gli strumenti urbanistici in zona imposti entro i 300 metri dal mare, senza i nulla osta sui vincoli paesaggistici e idrogeologici delle Autorità competenti.

Non solo. Nonostante le numerose sentenze che accertavano il carattere abusivo dell’opera, e nonostante lo stesso dirigente fosse stato diffidato il 27 luglio 2009 dalla società proprietaria dei terreni limitrofi ad adottare provvedimenti necessari al ripristino della “legittimità amministrativa violata”, non sarebbe stata mai adottata alcuna misura. Né fu mai data comunicazione alla Prefettura che l’opera faceva parte di quelle non sanabili.

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Gli imputati erano difesi dagli avvocati Luigi Corvaglia e Antonio Quinto.

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