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Martedì, 21 Maggio 2024
Cronaca

Tentata estorsione a un imprenditore, una condanna e un'assoluzione

Si è conclusa con una condanna a due anni e un'assoluzione la vicenda legata alla presunta tentata estorsione che vedeva come protagonisti Francesco Lipari, 45enne leccese, e Antonio Calò, 31enne originario di Nardò. La sentenza nè stata emessa dal gup Vincenzo Brancto

LECCE – Si è conclusa con una condanna a due anni e un’assoluzione la vicenda legata alla presunta tentata estorsione che vedeva come protagonisti Francesco Lipari, 45enne leccese, e Antonio Calò, 31enne originario di Nardò. La sentenza nel giudizio con rito abbreviato è stata emessa dal gup Vincenzo Brancato che ha condannato Lipari, per cui è caduta l’aggravante del metodo mafioso, a due anni (il minimo della pena) e ritenuto Calò estraneo ai fatti contestati. Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Alessandro Stomeo, Giancarlo Dei Lazzaretti e Paolo Cantelmo.

L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Carmen Ruggiero, aveva chiesto una condanna a 6 anni e quattro mesi per Lipari e 4 anni e quattro mesi. L’ipotesi accusatori è stata ridimensionata dalla tesi difensiva, che aveva chiesto e ottenuto che l’abbreviato fosse condizionato dall’ascolto di un teste. E’ emerso, tra l’altro, che presunta richiesta estorsiva sarebbe stata formulata non all’imprenditore che ha poi denunciato, ma a un custode. Un elemento importante da un punto di vista giuridico.

I due furono arrestati a dicembre dagli agenti della squadra mobile di Lecce nell’ambito dell’operazione “Sogliola”, così denominata per l’epiteto con il quale è conosciuto Lipari, già noto per reati di tipo associativo legati al traffico di stupefacenti. Erano accusati di aver chiesto il versamento di 5mila euro “per far mangiare gli amici” al titolare di un impresa che realizza opere per Acquedotto pugliese, ma la vittima delle minacce decise subito di sporgere denuncia.

Il 25 settembre scorso il titolare dell’azienda, un leccese, si presentò presso gli uffici della squadra mobile per raccontare quanto accaduto il giorno prima, quando un suo dipendente era stato avvicinato da Lipari, mentre il presunto complice era rimasto in auto. Nella circostanza il 45enne leccese si dimostrò molto informato sui precedenti cantieri allestiti dall’impresa, facendo capire come, in un certo senso, ci fosse un conto da saldare per la tranquillità con cui era stato possibile portare a termine le commissioni.

Saputo dell’inattesa visita, l’imprenditore si rivolse alla polizia, che subito avviò le procedure di identificazione. Il giorno dopo Lipari sarebbe tornato per sapere se, effettivamente, il dipendente avesse riferito della pretesa economica intimando al lavoratore di non parlarne per telefono. 

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