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Accoltellata dall’ex per gelosia, il giudice: “L’assassino potrebbe uccidere anche il fidanzato”

Annunciavano la morte i messaggi inviati da Salvatore Carfora a Sonia di Maggio e al nuovo convivente: “Due morti che camminano”. Per il giudice: “Sconvolgente la sua lucida freddezza”.

MINERVINO - “Due morti che camminano” aveva scritto Salvatore Carfora, 38enne di Torre Annunziata, in uno degli sms di minacce rivolti alla ex Sonia Di Maggio e al nuovo fidanzato Francesco Antonio Damiano, prima di partire da Napoli e raggiungere Minervino di Lecce per assassinare con almeno venticinque coltellate la ragazza che non voleva più saperne di lui.

“E’ quindi altamente probabile che, se lasciato in libertà, l’assassino possa uccidere anche il “rivale”, colui il quale, nella sua mente, l’avrebbe ostacolato nei numerosi tentativi di impossessarsi di quella che evidentemente considerava roba sua: e se non poteva essere sua, Sonia non doveva essere di nessun altro”: lo sostiene il giudice per le indagini preliminari (gip) Giulia Proto nell’ordinanza con la quale venerdì ha convalidato il fermo e applicato la misura di custodia cautelare in carcere nei riguardi del 38enne.

Sono diversi gli elementi a sostegno di questa tesi considerati dal gip: non solo l’enorme quantità di messaggi di minacce in stile mafioso spediti a Damiano per invitarlo a cessare la convivenza, altrimenti  avrebbe fatto “una brutta fine” (“e meglio che rinuc a Sonia si no ti fac fa na brutta fin decid bene”; “nn sai contro chi ti 6 messo), ma anche i trascorsi giudiziari dell’indagato con precedenti per rapina, lesione personale aggravata, furto con strappo.

Carfora aveva conosciuto la 29enne di Rimini proprio nel giugno del 2020, subito dopo essere uscito dalla casa circondariale di Aversa, dove era finito per aver aggredito un parcheggiatore abusivo, e le si presentò con un’altra identità. Solo a distanza di tempo, la ragazza che nel frattempo era andata a vivere con lui, scoprì la verità, rovistando in un borsello.

Per il gip, questa circostanza, insieme all’assenza di punti di riferimento nella vita del 38enne (senza fissa dimora, senza un lavoro stabile e senza contatti con la famiglia d’origine) denotano la sua volontà di non essere identificato e quindi rintracciato e dunque rendono concreto e attuale il pericolo di fuga.  

Ma per il giudice Proto quello che è sconvolgente più di ogni cosa è stata la lucida freddezza di Carfora nel raccontare l’omicidio: “(…) senza scomporsi, senza un’emozione, senza un minimo di pentimento. Le sue parole avevano come fine ultimo quello di evidenziare che Sonia “se l’era cercata”: era inaccettabile che fino al 27 dicembre erano stati insieme e che già due giorni dopo avesse un nuovo compagno, conosciuto a sua insaputa sui social; era inaccettabile che la donna non volesse stare più con lui, nonostante negli ultimi due mesi non l'avesse più percossa. Ed era normale per lui pretendere che la sua compagna non lavorasse perché, essendo una bella ragazza, gli uomini la guardavano. Sonia non doveva lavorare e non doveva uscire senza di lui, ma soprattutto non doveva permettersi di rifarsi una vita con un altro uomo”. E di quest’ultimo sarebbe arrivato a dire che non l’amava quanto lui perché non l’aveva difesa dalla sua furia.

Durante l’interrogatorio (assistito dall’avvocato Cristiano Solinas), Carfora avrebbe dichiarato di aver fermato per strada Sonia e di aver perso le staffe dopo il suo rifiuto di riallacciare la relazione: racconto smentito dai testimoni (tra questi il nuovo convivente) che invece sostengono di averlo visto scendere dall’autobus per raggiungere la vittima e scatenare contro di lei la lama del coltello, tenuto fino a quel momento nella cintola dei pantaloni, soprattutto in direzione della gola e del volto.

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