Accusata d'infanticidio, accolta la messa alla prova per un anno e due mesi

La 18enne di Squinzano al centro di una vicenda complessa dovrà nel contempo lavorare e prestare servizio di volontariato

Il Tribunale dei minori di Lecce.

LECCE – Per un anno e due mesi dovrà lavorare e contemporaneamente svolgere attività di volontariato presso un’associazione. Se il percorso si chiuderà in modo soddisfacente, arriverà una sentenza di non luogo a procedere.

E’ stata dunque accolta, in maniera definitiva, la richiesta di messa alla prova riguardante la ragazza di Squinzano, oggi 18enne (minore all’epoca), accusata di infanticidio e occultamento di cadavere in concorso con la sorella e il cognato. Nella scorsa udienza, il giudice del Tribunale dei minori di Lecce, Aristodemo Ingusci, aveva già dato il suo consenso, ma si era ancora in ballo perché bisognava presentare un piano (cosa fatta oggi) sul quale il pubblico ministero Anna Carbonara si era peraltro riservata di prestare il proprio assenso.

E, caduto anche l’ultimo nulla osta, s’intravede la luce per la giovane protagonista di una storia triste, maturata in un contesto difficile, ma in cui tutti gli attori in campo hanno manifestato, pur nel rigore della macchina giudiziaria, il doveroso tatto per arrivare a una soluzione improntata al recupero, evitando ulteriori traumi. Per una questione di sensibilità e, ovviamente, di riservatezza rispetto alla ragazza, omettiamo quali saranno i luoghi in cui dovrà lavorare e svolgere attività.

Era il 9 febbraio del 2017 quando la giovane, con un’emorragia in corso, fu costretta a recarsi in ospedale. Al “San Giuseppe di Copertino” i medici capirono subito che era reduce da un parto. Informati i carabinieri della stazione di Squinzano, nell’abitazione che condivideva con sorella e cognato, fu trovato il feto. Era stato chiuso in una busta di plastica e nascosto in un armadio.

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L’inchiesta ha riguardato non solo la giovane, allora 17enne, ma anche la sorella e il compagno di quest’ultima. Secondo quanto emerso dopo l’autopsia, il neonato sarebbe venuto al mondo già privo di vita, poiché soffocato dal cordone ombelicale, di lunghezza anomala. Il capo d’imputazione d’infanticidio, tuttavia, ha resistito fino all’ultimo passo. Ora, per la ragazza, difesa in tutto questo tempo dall’avvocato Fabrizio Tommasi, c’è un percorso riabilitativo da affrontare.

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