E' accusato di aver incendiato l'auto del carabiniere: per Cassazione resta libero

L'ipotesi di reato, secondo la difesa, deve essere danneggiamento seguito da pericolo d'incendio e non tentato rogo. Su questi presupposti il Riesame aveva scarcerato Antonio Cucurachi per la Skoda del luogotenente Carmine Schirinzi, a Vernole. La tesi ha retto anche di fronte alla Corte di cassazione

L'auto privata del comandante fu completamente distrutta.

LECCE – La prima sezione della Corte di Cassazione ha respinto l’articolato ricorso con cui la Procura della Repubblica di Lecce aveva impugnato il provvedimento del Tribunale del riesame, che a maggio scorso aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare (degli arresti domiciliari) nei confronti di Antonio Cucurachi, 34enne originario di Caprarica di Lecce ma residente a Vernole, arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver incendiato l’auto del comandante della stazione dei carabinieri di Vernole, il luogotenente Carmine Schirinzi. Il Tribunale del riesame aveva annullato la misura, accogliendo l’istanza del legale del 34enne, assistito dall’avvocato Silvio Verri.

Ieri i giudici della Suprema Corte, dopo aver ascoltato la richiesta del procuratore generale (che ha chiesto il ripristino della misura) e la discussione dell’avvocato Verri, hanno dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo il provvedimento del Riesame logico e congruente. Cucurachi resta dunque in libertà.

La richiesta di scarcerazione presentata al Riesame si era basata sulla responsabilità dei fatti (Cucurachi nega ogni addebito) e la qualificazione giuridica. L’ipotesi di reato, secondo la tesi difensiva, dev’essere danneggiamento seguito da pericolo d’incendio e non tentato incendio. Le pene, in questo caso, sono assai inferiori (da sei mesi a due anni) e non è prevista la custodia cautelare. Una tesi che l’avvocato Verri aveva argomentato e dimostrato in sede di discussione e che il collegio del Riesame aveva condiviso in pieno.

Su Cucurachi, sin dalle prime battute, si erano concentrati i sospetti degli inquirenti (coordinati dal sostituto procuratore Roberta Licci) quale autore dell’incendio che la notte tra il 26 e il 27 febbraio scorso, poco prima dell’una, aveva distrutto l’autovettura privata del comandante, una Skoda Octavia. L’auto era stata cosparsa di liquido infiammabile ed era poi stato appiccato il fuoco. Il militare dipendente dalla compagnia di Lecce l'aveva parcheggiata nei pressi di un'abitazione non lontana dalla sua, in via Enrico Toti. Le fiamme avevano anche annerito parte della facciata della palazzina di un cittadino.

Secondo gli inquirenti nel mettere a segno l'attentato, Cucurachi, di mestiere barista, avrebbe commesso molte leggerezze che gli erano valse l'arresto. Il 34enne non si sarebbe accorto che una telecamera di sorveglianza stava registrando i suoi movimenti: dall’ingresso in via Enrico Toti, con un contenitore in mano, fino alla fuga, poco dopo, mentre il bagliore delle fiamme testimonia il divampare dell’incendio.

Dalla visione di quelle immagini i carabinieri hanno riconosciuto Cucurachi, perché già noto alle forze dell’ordine: nell’agosto del 2013 avrebbe tentato di dar fuoco all’abitazione di un uomo per ragioni passionali. Un'ipotesi che, come evidenziato dal legale di Cucurachi, non ha avuto sviluppi investigativi.

Quando, nella stessa notte del 27 febbraio, i carabinieri hanno bussato alla sua porta, il 34enne era intento a giocare alla Playstation con tre amici, tutti del posto, di cui uno minorenne. I tre sono stati denunciati a piede libero per favoreggiamento personale.

Il gruppo avrebbe concordato un alibi, che sarebbe crollato durante gli interrogatori singoli: se in un primo momento era stato unanimemente dichiarato dai quattro di aver trascorso le ore precedenti al rogo in un locale, poco distante, e poi in un altro, nella frazione di Pisignano, in seconda battuta i militari avrebbero rilevato ampie discordanze su orari, mezzi usati per lo spostamento, e persino sugli abiti indossati.

Anzi, proprio gli indumenti hanno contribuito a incastrare Cucurachi: durante le ricerche nella sua abitazione, infatti, i militari notarono un paio di jeans e un giubbotto bianco appena lavati e distesi per asciugare, del tutto simili a quelli visti nei frammenti del video. Un fatto insolito, quello di fare il bucato a quell’ora in pieno inverno.

Altre immagini, acquisite poco dopo dai militari, avrebbero dimostrato che il 34enne aveva acquistato della benzina, versata in una tanica, giusto dieci minuti prima dell’incendio. Subito dopo la sosta presso l’impianto di carburanti, l’uomo sarebbe transitato dall’abitazione del luogotenente con la propria vettura, come se stesse effettuando un sopralluogo. E al bar di Pisignano, l’autore del rogo si era effettivamente recato, ma solo dopo aver scatenato l’incendio: lì, ad attenderlo, ci sarebbero stati i suoi amici.

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I riscontri oggettivi delle immagini e tutte le conclusioni investigative avevano spinto il pubblico ministero Roberta Licci a richiedere l’arresto, perché dalla condotta del 34enne sarebbe emersa non solo la volontà del danneggiamento, ma quella di dar luogo a un incendio di vaste proporzioni, posta la vicinanza dell’auto a un’abitazione, a dei contatori del gas, di fatto danneggiati e ad altre vetture.

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