Accusato di sei omicidi riusciti e tre tentati, 20 anni all’ex boss della Scu

Emessa la sentenza nel processo discusso col rito abbreviato nei riguardi di Dario Toma, il 51enne di Campi Salentina, oggi collaboratore di giustizia. I delitti risalgono alla fine degli anni Ottanta

LECCE - Fu tanto il sangue versato sulle strade del Salento alla fine degli anni Ottanta, quando i clan della Sacra Corona Unita non esitavano a “eliminare” il rivale per vendetta o per imporre la propria supremazia sul territorio. A riportare alla memoria quegli anni bui sono ancora i processi come quello che oggi vedeva al banco degli imputati l’ex boss Dario Toma, il 51enne di Campi Salentina diventato poi, nel 2001, collaboratore di giustizia.

Sono venti gli anni che gli sono stati inflitti oggi nel processo discusso con rito abbreviato, in cui (difeso dall'avvocato Sergio Luceri) era accusato di sei omicidi, la maggior parte dei quali avvenuti nel 1989, e anche di tre omicidi tentati, per uno dei quali è stato assolto mentre per gli altri due è intervenuta la prescrizione.

La sentenza contempla anche una provvisionale di 50mila euro (25 a testa) a due familiari di una delle vittime che, nell’udienza preliminare, si erano costituiti parte civile con l’avvocato Giuseppe Romano.

Il primo omicidio, contestato dalla Direzione distrettuale antimafia che aveva invocato per l’imputato 15 anni di reclusione, è quello avvenuto il 19 gennaio del 1989, tra Lecce e Campi Salentina. La vittima fu Luigi Scalinci, il cui corpo non fu mai ritrovato, assassinato a colpi di pistola da una “squadra” che sarebbe composta da Toma, Sandro Angelelli e Ivo De Tommasi (entrambi deceduti) perché avrebbe messo in dubbio la supremazia dell’organizzazione mafiosa. E, proprio per vendicare la morte di Ivo De Tommasi, che stando alle carte dell’inchiesta, Toma avrebbe commissionato l’omicidio di Francesco Polito, nel marzo 1998 a Lecce, non portato a termine solo perché i sicari dopo aver esploso contro di lui diversi colpi di kalasnikhov si allontanarono credendo fosse morto. Ma da quest’accusa, il pentito è stato assolto “perché il fatto non sussiste”, mentre è stato riconosciuto responsabile dell’omicidio di Valerio Colazzo.

Quest’ultimo, il 3 settembre del 1989, non ebbe scampo ai proiettili partiti da una pistola 7.65 e da un fucile, mentre la donna che era con lui, Cristina Fema, rimase ferita ma riuscì a salvarsi. La stessa sorte, per le stesse ragioni, toccò un mese dopo (l’11 ottobre) a Giuseppe Quarta, freddato a colpi d’arma da fuoco da un gruppo composto oltre che da Toma, da Gianni De Tommasi, Francesco Taurino e Antonio Domenico Calabrese (già condannati dalla Corte d’Assise nel 1997 con sentenza diventata irrevocabile).

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Ma non finisce qui. Secondo le indagini, Toma avrebbe dato man forte anche nell’omicidio di Giovanni Corigliano, il 5 novembre 1989 (per il quale sono già stati condannati in via definitiva Tonio e Antonio D’Agostino), a causa della sua appartenenza al clan rivale dei Tornese, di cui avrebbero fatto parte anche un altro uomo scelto poi come vittima. Si tratta di Giuseppe Martina che però riuscì a salvarsi nell’agguato che gli fu teso la notte del 25 novembre dell’89 a Copertino, mentre era con la fidanzata, Ornella Greco, per la quale, invece, non ci fu nulla da fare. Non ebbe scampo neppure Francesco Calcagnile, freddato il 10 febbraio del 1989, a Galatone, perché ritenuto responsabile di aver aiutato il sodalizio di Monteroni.

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