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Cronaca

Annullata la confisca del Lounge bar Gemi, per i giudici: “Non è un’attività mafiosa”

La Corte d’Appello ha annullato il provvedimento emesso un anno fa nei riguardi del locale, in via Benedetto Croce, a Lecce, ritenuto dall’accusa riconducibile a un personaggio di spicco dell’inchiesta “Final Blow”

LECCE - “Non è un’attività mafiosa, né sede di riciclaggio di denaro sporco”: sono queste in sintesi le conclusioni alla quali è giunta la Corte d’Appello, chiamata a valutare il ricorso presentato dalla società Gemi, titolare del lounge bar di via Benedetto Croce, nel rione Partigiani di Lecce, destinataria nel febbraio del 2022 di un provvedimento di confisca.

Il decreto è stata emesso ieri dal collegio, composto dal presidente Giovanni Surdo e dalle consigliere Adele Ferraro e Alessandra Ferraro, che ha accolto a pieno le argomentazioni sostenute dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Stefano Pati. Per l’accusa, l’attività commerciale sarebbe riconducibile ad Antonio Leto, 32 anni, di Caprarica, personaggio di spicco dell’inchiesta dell’Antimafia “Final Blow”. A suggerirlo, due colloqui captati (uno nel luglio del 2018 e l’altro, il 29 settembre del 2019) tra questo e la sua compagna, cugina di uno dei gestori del bar, in cui si faceva riferimento al progetto di aprire un locale. Ma secondo la Corte, il contenuto delle intercettazioni non appare sufficientemente preciso, anche in merito alla tipologia dell’attività.

“In secondo luogo, non è stato comprovato, né è comunque emerso alcun elemento circa l’apporto esterno di capitali di illecita, o soltanto dubbia provenienza, né è stata minimamente provata la sproporzione dei mezzi impiegati nell’attività economica rispetto alle disponibilità lecite dei soggetti che l’hanno costituita e che la gestivano”, hanno spiegato in un successivo passaggio i giudici, al vaglio dei quali il legale aveva posto la documentazione prevalentemente bancaria relativa alla costituzione dell’azienda. “Non vi è traccia di apporti in danaro o in natura provenienti da Leto o dalla compagna, né il solo rapporto di parentela di quest’ultima con uno dei gestori può costituire elemento idoneo per sostenere che i tre soci fossero in realtà dei prestanome, tanto più che risulta acclarato che questi lavorassero nell’azienda, occupandosi anche della gestione”, si legge nel provvedimento con il quale è stato inoltre disposto il dissequestro di una Volkswagen Polo del padre di Leto e confermata invece la confisca per un’altra vettura, una Mercedes GLC 200.

La sentenza ha inoltre confermato nei confronti di Leto anche la misura di prevenzione della sorveglianza speciale non appena avrà finito di scontare la pena. E di condanne nel tempo il 32enne ne ha collezionate due di rilievo: quella a nove anni e dieci mesi inflitta dalla Corte d’Appello di Lecce, il 1° luglio del 2020, nell’ambito dell’inchiesta “Federico II”, divenuta definitiva, e quella a 15 anni emessa l’11 luglio del 2021 nel processo abbreviato scaturito dall’operazione “Final Blow” che lo vede uomo di fiducia del sodalizio mafioso, al cui vertice ci sarebbero stati Antonio, detto “Totti”, Pepe e Marco Antonio Penza. Il provvedimento stabilisce l’obbligo di soggiorno nel comune di Melendugno per la durata di cinque anni e di non uscire di casa dalle 20 alle 6, in considerazione dell’elevata pericolosità sociale manifestata dal suo profilo criminale. Leto e i suoi familiari erano assistiti dall’avvocato Silvio Verri.
 

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