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Cronaca Galatina

Antonio Coluccia davanti al giudice: “Solo vittima di un pregiudizio”

Interrogatori fiume oggi nei riguardi degli arrestati coinvolti nell'inchiesta sulla nuova "vita" del clan Coluccia. Uno dei presunti boss ha negato le accuse, l'altro invece si è avvalso della facoltà di non rispondere

LECCE - Si sono tenuti oggi gli interrogatori di garanzia nell'ambito dell'inchiesta che avrebbe attestato la rinascita del clan Coluccia, avviata in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Antonio Cianci.

Michele Coluccia, 63enne di Noha, (assistito dall’avvocato Francesco Vergine) si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre il fratello Antonio, 65enne di Noha, ritenuto anche lui ai vertici del sodalizio, non si è sottratto alle domande del giudice Sergio Tosi. In particolare (affiancato dagli avvocati Ladislao Massari e Luigi Greco), si è difeso spiegando di essere solo vittima di un pregiudizio legato al suo nome, perché avrebbe procacciato nuovi clienti per la sottoscrizione di contratti assicurativi o di fornitura di energia elettrica, solo per aiutare i figli nello svolgimento delle loro attività, e alcuni clienti avrebbero assecondato le proposte solo perché più vantaggiose, non certo sotto minacce.

E sulla liceità delle operazioni commerciali ha riferito anche il figlio di quest’ultimo Pasquale Anthoni, 29enne, (ai domiciliari nell’ambito dello stesso procedimento), raccontando di aver intrapreso l’attività quando il padre era ancora in carcere e di essersi limitato a suggerire, non disponendo di un call center, contratti all’utenza, ma senza fare mai alcuna pressione.

Luigi Di Gesù, detto “Pica”, 51enne di Cutrofiano (difeso dagli avvocati Luigi Greco e Pantaleo Cannoletta) ha riferito di conoscere Michele Coluccia da sempre, ma di non aver mai svolto usura. Cosimo Tarantini, 55enne di Neviano (assistito dagli avvocati Greco ed Enrico D’Ospina) ha negato di essere referente dell’associazione, dichiarando di aver chiuso con il passato, dopo l’ultima condanna per estorsione, e di avere messo la testa a posto: ha un lavoro che lo gratifica (gestisce un circolo) e una famiglia con un figlio piccolo.

Ha parlato, per respingere gli addebiti, anche Gerardo Dino Coluccia, 49enne di Noha (assistito dall’avvocato Vergine), e in merito al suo coinvolgimento, finalizzato secondo l’accusa al recupero di tre cavalli rubati da un circolo ippico, ha dichiarato fosse dovuto solo al fatto che, lavorando nel mondo dell’equitazione, è un conoscitore del settore.

Ha cercato di smontare la ricostruzione dell’accusa (di concorso esterno in associazione mafiosa) pure Vitangelo Campeggio conosciuto come “Diego”, 49enne residente a Lecce, (difeso dall’avvocato Pantaleo Cannoletta).

Lo stesso ha cercato di fare l’avvocato Antonio Megha, 61 anni, già sindaco del Comune di Neviano, e assessore alla cultura fino a ieri (giorno in cui ha rassegnato le dimissioni) in un lungo interrogatorio di cui si riportano i dettagli in un precedente articolo.

Marco Calò, detto “Uzzaru”, 47enne di Aradeo (difeso dall’avvocato Rita Ciccarese), invece, ha ammesso gli addebiti, confessando di essere un usuraio di professione, ma ha negato di svolgere l’attività illecita per conto dei Coluccia. Nel confronto, durato circa un’ora, l’indagato ha precisato inoltre che il tasso d’interesse applicato sui prestiti fosse inferiore a quello individuato dagli inquirenti.

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere: Silvio Coluccia, 51enne di Aradeo (con l’avvocato Angelo Vetrugno); Antonio Bianco detto “Stella” o “Biondo”, 49enne di Aradeo ma domiciliato a Neviano (con l’avvocato Giuseppe Fabio Mariano); Nicola Giangreco, 53enne di Aradeo, e Ali Farhangi, 60enne di origini iraniane e residente a Giorgilorio di Surbo (assistiti dall’avvocato Francesco Vergine, il secondo anche dal collega Andrea Starace).

La stessa linea è stata adottata anche da Sergio Taurino, 56enne di Lecce, (difeso dall’avvocato Raffaele Benfatto), accusato di usura ai danni di un imprenditore, ma ha rilasciato dichiarazioni spontanee, per chiarire che la somma ritenuta dagli inquirenti un prestito fosse in realtà un vecchio credito legato alla compravendita di un’auto.

Anche Renato Puce, 44enne di Corigliano d’Otranto, (difeso dall’avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti) si è avvalso, in attesa di valutare meglio le contestazioni contenute nella copiosa ordinanza di custodia cautelare, ma ha tenuto a precisare di essere un campione di kick boxing e che all’epoca dei fatti lavorava regolarmente in palestra, percependo introiti tali da non aver alcun bisogno di svolgere attività illecite per tirare avanti.

Al termine degli interrogatori, alcuni degli indagati hanno già presentato istanza di revoca della misura cautelare al tribunale del Riesame.

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