Cronaca

Appalti per lo smaltimento dei rifiuti in odor di tangenti, arriva la prescrizione

Non scioglie i dubbi la sentenza emessa questa mattina nel processo che vedeva imputate sei persone accusate, a vario titolo, di corruzione e falsità ideologica.

LECCE - E' passato troppo tempo e i reati sono “scaduti”. E' questo il finale del processo sulle presunte tangenti riscosse sugli appalti milionari per lo smaltimento dei rifiuti. “Non luogo a procedere per intervenuta prescrizione”, così si è pronunciato in mattinata il collegio della prima sezione penale (presiduto da Francesca Mariano) nei riguardi di sei persone accusate a vario titolo di corruzione e falsità ideologica.

Stiamo parlando di: Francesco Causo, 43 anni, di Racale, componente del nucleo tecnico operativo (dal 22 dicembre 2003 al 28 febbraio 2008) e poi, responsabile tecnico dell’Ato Le3 , Lara Lopez, 45, di Racale, sua parente e socia nello studio Dat ingegneria, Maria Domenica Rizzello, 52, di Taurisano, Antonella Bianco, 55, di Nardò, Martino Lacatena, 51, di Melissano, e Giovanni Polimeno, 64, di Porto Cesareo, rispettivamente amministratori delle ditte Armando Nuccio, Bianco igiene ambientale, Gial Plast ed Ecotecnica.

Per il pubblico ministero Giovanni Gagliotta, titolare delle indagini svolte con la guardia difFinanza, l’ingegnere Causo avrebbe pilotato le gare in questo modo: partecipando alla fase preliminare, quindi preparando atti tecnici e amministrativi sui bandi sia della Ato Le/3 sia dei Comuni che facevano parte dello stesso consorzio, e a quella successiva di valutazione e aggiudicazione dei contratti, avvantaggiando le imprese degli altri imputati, anche riunite nell'Ati (Associazione temporanea di imprese). Non solo. Secondo l'accusa, ci sarebbe stato anche conflitto d'interesse, perché Causo, insieme a Lopez avrebbero svolto attività professionale per conto delle stesse imprese pur di favorirle.

Sono tre gli appalti finiti sotto la lente della Procura: quello dell'Unione dei Comuni Terra di Leuca da 12 milioni e 700mila euro, assegnato all'Ati nel giugno 2005; quello da quasi 5 milioni deliberato nell'aprile 2006 dal Comune di Taviano, e quello da 4 milioni del 2004 del Comune di Racale. Ma non finisce qui, perché l'inchiesta racconta che Causo avrebbe fatto in modo che a pagare i costi delle attività di progettazione tecnica e amministrativa di competenza dell'Ati fossero gli enti pubblici.

Le ditte avrebbero così ottenuto ulteriori benefici, 96mila euro per il primo appalto, 51.500 per il secondo e 46mila per il terzo, per ciascuno dei quali Causo e Lopez sarebbero stati ricompensati con le seguenti somme: 64mila euro, 11.500 e 16mila. Sulla carta le cifre erano giustificate come compensi per il lavoro della Dat ingegneria, ma per il pm erano mazzette. Causo che, insieme a Polimeno, rispondeva anche di falsità ideologica, si è sempre proclamato innocente.

Gli imputati erano difesi dagli avvocati Giuseppe e Michele Bonsegna, Viola Messa e Massimo Fasano. Erano parti civili al processo,  il Comune di Racale con l’avvocato Biagio Palamà, e l’Ato, con l’avvocato Francesco Fasano.

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