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Apre profilo della ex su facebook e pubblica foto porno: condannato

E’ di due anni e otto mesi la condanna inflitta a un 53enne, accusato di aver messo sul social immagini dei rapporti sessuali avuti con una donna residente in un paesino del Basso Salento. I fatti, nel 2014

LECCE - Non era registrata su facebook, ma qualcuno le aveva aperto un profilo sul social, a sua insaputa, pubblicando immagini di lei durante i rapporti intimi avuti con l’ex.

L’artefice sarebbe stato proprio quest’ultimo, V. V., 53 anni, di Pompei, animato dal desiderio di vendetta per la fine della relazione voluta dalla donna, una 56enne residente in un comune del Basso Salento. Lo ha stabilito la giudice Fernanda Iannone del Tribunale di Torre Annunziata (dove fu trasferito il processo per competenza territoriale partito da Lecce) con la sentenza di condanna a due anni e otto mesi di reclusione.

Le accuse contestate all’uomo per questa vicenda iniziata nell’ottobre del 2014, quindi antecedente all’entrata in vigore della legge che ha introdotto il cosiddetto “revenge porn” nel codice penale, erano quelle di sostituzione di persona, diffamazione aggravata e pubblicazioni oscene.

L’account aperto con l’identità della malcapitata, che all’epoca dei fatti non aveva neppure un pc, era pubblico con la possibilità di visualizzazione dei contenuti da parte degli utenti non solo di facebook Italia ma di tutto il mondo. Furono proprio alcuni conoscenti della donna a informarla della presenza in rete di immagini pornografiche in cui era visibile il suo volto, perché proprio da quel profilo erano partite numerose richieste di amicizia indirizzate a numerosi concittadini.

Le foto, diventate presto oggetto di pettegolezzi, ebbero conseguenze drammatiche per la vittima: “Come ho proceduto? Praticamente prima sono morta, per molti giorni… perché io sono molto conosciuta nel mio paesino… mi conoscono tutti e la mia reputazione nel paese fino a quel momento era distinta, ottima”. Anche in famiglia, la risonanza dell’episodio ebbe effetti traumatici: “Le mie figlie non mi hanno più parlato, i miei genitori non mi volevano ascoltare… Ho avuto dei problemi. E’ stato uno shock”.

Le immagini furono rimosse dalla polizia postale, in seguito alla denuncia sporta dalla 56enne attraverso l’avvocato Giancarlo Sparascio, e il profilo sul social fu oscurato, ma questo fu nuovamente riaperto nel 2016, con l’uso delle stesse credenziali.

Per il giudice che ha emesso il verdetto, non c’è modo di dubitare riguardo la responsabilità dell’imputato così come emersa attraverso le indagini svolte dalla Procura di Lecce, in cui ebbe un peso decisivo la relazione svolta dal consulente tecnico Claudio Leone, e dal dibattimento.

“Confido che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata, dove è pendente un secondo procedimento, voglia rompere ogni indugio e procedere definitivamente anche nei riguardi dei vertici aziendali di facebook per l’Europa nonché dello stesso Mark Zuckerberg, a titolo di concorso mediante omissione nella realizzazione (in Italia) del reato commissivo dell’imputato odiernamente condannato, dacché, sulla scorta di quanto incidentalmente stabilito in sentenza e come da noi più volte denunciato, le indagini hanno consentito di rilevare una carenza di controllo nell’apparato facebook Italia, tanto che i contenuti restarono pubblici fino al gennaio 2017”, ha dichiarato l'avvocato Sparascio.

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