Cronaca

Multe ai ciclisti indisciplinati, ma la sicurezza non può essere in funzione della auto

Dopo l'episodio, molto discusso, della multa comminata ad un ciclista che procedeva in controsenso e per giunta parlando al telefono, l'associazione Ruotando interviene con una riflessione generale sulle regole con riferimento anche alla cultura della mobilità di altre nazioni

LECCE – La multa comminata a un ciclista che percorreva viale De Pietro in contromano mentre parlava al telefono, ha rilanciato una discussione, in verità annosa, al cui ordine del giorno ci sono le regole, ma anche le iniziative che possano rendere più efficiente e coerente l’idea di mobilità leggera. L’associazione Ruotando, tra le principali protagoniste della cultura ciclistica leccese, ha inoltrato alla redazione una riflessione che volentieri pubblichiamo, dal titolo: “Di contromano e bicicletta: se le regole sono pensate per gli automobilisti sono realmente sicure?”

La cronaca locale ci ha raccontato, in alcuni casi anche con toni ilari paragonabili a uno sfottò, della vicenda che ha coinvolto un 34enne leccese, multato perché circolava in bicicletta su viale Michele De Pietro controsenso. Molti, tra gli altri, i commenti di chi quasi godeva del fatto che il mal capitato dovesse pagare una sanzione di 500 euro perché “i ciclisti leccesi sono indisciplinati” o ancora “noi automobilisti dobbiamo stare attenti perché ci spuntano da tutte le parti”, partendo da una categorizzazione che non riflette sull’assunto che un ciclista è anche un automobilista ed è anche un pedone, e che quindi la sua educazione e il suo rispetto del codice della strada non cambia in base al mezzo che sceglie di utilizzare.

Secondo il nostro punto di vista invece la vicenda non può essere trattata solo come una buona occasione colta dalla polizia municipale per colpire “i ciclisti ribelli”, ma ci offre la possibilità di riflettere su alcuni punti molto importanti che riguardano la mobilità sostenibile e il modo in cui si affronta la questione culturale, come quello dell’incentivare l’uso della bicicletta. Perché è vero che esistono delle regole e che quelle contenute nel codice stradale si applicano anche ai ciclisti. Ma è importante anche prendere in considerazione il fatto che questo tipo di regole sono spesso pensate mettendo al primo posto l’automobilista e che, sì, occorre senza dubbio essere rispettosi delle regole ma solo se queste regole sono sinonimo di sicurezza per tutti, i ciclisti, gli automobilisti e anche i pedoni.

Andare contromano sulle due ruote è permesso in Germania, Francia, Belgio, Svizzera e nei paesi del Nord Europa. Sono tante le realtà, La Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) o il movimento Salvaciclisti ad esempio, che in Italia chiedono una "liberalizzazione" che consenta il controsenso su alcune tipologie di strade, perché per i ciclisti sarebbe ancor più sicuro, proprio come quando si è a piedi: d’altra parte anche le mamme consigliano di camminare per strada nel senso opposto dei veicoli, per poter vedere chi arriva e per farsi meglio vedere da chi ci viene incontro. Sperimentazioni ce ne sono state anche in Italia, a Reggio Emilia, Lodi, Pesaro, Bolzano, nate sulla scia del favorevole parere ministeriale nel 2012, e all’inizio del 2014 il governo presentò la «rivoluzione della bicicletta»: oltre a prevedere l’istituzione di aree «a preferenza ciclabile», dove il codice della strada è derogabile e chi pedala è al primo posto, tra i punti principali spiccava proprio la possibilità di permettere alle bici di marciare in ambedue i sensi. La rivoluzione poi arrestata dall’allora Ministro dei trasporti Lupi contrario all'ipotesi delle biciclette escluse dal senso unico in città.

La discussione è ancora aperta e questo anche grazie ad un incremento dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto sia in Italia sia a Lecce. Ecco perché riteniamo che il problema debba essere affrontato, anche da parte dei mezzi di informazione, ascoltando e considerando tutte le parti in causa, automobilisti e ciclisti insieme, e mettendo al centro della notizia il reale problema e non la versione folklorista dell’accaduto. Così come è necessario che le amministrazioni coinvolte si facciano carico di utilizzare non solo metodi repressivi o punitivi ma anche educativi, favorendo ad esempio l’apprendimento del codice della strada sin dalla prima infanzia e fornendo ai ciclisti percorsi che siano realmente pensati per le due ruote e non marciapiedi adibiti a improbabili piste ciclabili che rendono insicuri sia i ciclisti che i pedoni.

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