Morì a 35 anni, verdetto ribaltato per il medico: assolto in appello

Giovanni D’Agostino, all’epoca dei fatti di turno nel pronto soccorso di Gallipoli, era stato condannato in primo grado. Daniele Campo, di Tuglie, fu dimesso e spirò poco dopo. La difesa ai giudici: "Non si sarebbe comunque salvato"

LECCE – Condannato in primo grado a un anno e sei mesi, con l’interdizione alla professione medica per la durata della pena principale, ma riabilitato in appello. Dove il verdetto è stato del tutto ribaltato. Assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste”.

Il caso riguarda il medico Giovanni D’Agostino, all’epoca dei fatti di turno nel pronto soccorso dell’ospedale “Sacro Cuore di Gesù” di Gallipoli, ritenuto nel giugno del 2016 responsabile di omicidio colposo, per la morte di Daniele Campo, un giovane piazzaiolo di Tuglie. Campo spirò a soli 35 anni alle prime ore del 18 febbraio del 2011 per un infarto, dopo essere passato prima dalla guardia medica del suo paese e, dopo, dall’ospedale a Gallipoli, per poi fare rientro in casa della sorella, una volta dimesso. E fu proprio la donna, con una denuncia, a innescare il procedimento giudiziario, terminato con la condanna in primo grado che aveva previsto anche il pagamento di una provvisionale nel termine di sessanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza, oltre al risarcimento del danno in solido per il responsabile civile, l’Asl di Lecce.

Di tutt’altro avviso è stata la Corte d’appello (presidente Errico, relatore Toscani, a latere Martalò), che deve quindi aver accolto le tesi dell’avvocato Paolo Vinci del Foro di Milano, secondo cui non vi sarebbe stato un nesso causale tra l’evento e il danno, e quindi la morte non sarebbe da attribuire alle omissioni del medico. 

"Campo sarebbe morto comunque"

In buona sostanza, secondo la difesa di D’Agostino, non ci sarebbe stata possibilità di salvare Campo, che sarebbe deceduto comunque, mancando il tempo materiale per raggiungere il “Vito Fazzi” di Lecce, struttura unica, nel Salento, oltre a Tricase, idonea agli esami strumentali (Utic e altro) per il trattamento necessario. Non solo. L’avvocato Vinci ha anche puntualizzato che qualunque trattamento non avrebbe comunque offerto “la certezza oltre ogni ragionevole dubbio” che il povero pizzaiolo si sarebbe salvato.

Nel procedimento originale, oltre a D’Agostino, era stato rinviato a giudizio anche Sergio Barone, il professionista che si trovava quella notte in servizio nella guardia medica e che per primo visitò il 35enne di Tuglie. Tuttavia, a differenza di D’Agostino, che ha dovuto ingaggiare un secondo round in appello, Barone venne assolto subito.

Cos'avvenne quella notte

Stando alle ricostruzioni, il pizzaiolo si presentò a mezzanotte e 20 minuti circa del 18 febbraio 2011 presso il presidio di guardia medica di Tuglie, lamentando dolore al collo irradiato alle spalle e a entrambe le braccia. Il dottor Barone, orientò la diagnosi su cause di natura muscolo-scheletriche, somministrando al giovane pizzaiolo una fiala intramuscolo di Bentelan 4 mg e una compressa di Tralodie 150 mg. Gli diede però anche un consiglio, quello di  recarsi al pronto soccorso, qualora vi fosse stata una persistenza del dolore. E così fece, perché verso l’una di quella stessa notte, Campo decise di raggiungere il pronto soccorso di Gallipoli. Ma qui, anche il dottor D’Agostino trasse la stessa conclusione, ovvero origine muscolo-scheletrica del dolore. Il 35enne fu dimesso, ma, poco dopo, arrivato in casa della sorella, morì.

La prima consulenza e la superperizia

Il pubblico ministero Paola Guglielmi affidò il compito di effettuare l’esame autoptico al medico legale Roberto Vaglio, cui si affiancò un altro specialista, Giacinto Pettinati. E, nell’ambito del procedimento di primo grado, il giudice Silvia Minerva basò il proprio convincimento solo sulle considerazioni dei consulenti del pubblico ministero e delle parti civili, senza disporre una perizia.

I consulenti, dunque, individuarono un errore da parte di D’Agostino nel non aver correttamente inquadrato il dolore lamentato dal giovane pizzaiolo, riducendo in questo modo le sue chance di sopravvivenza. Una sentenza, quella condanna, che Giovanni D'Agostino non ha accettato e che per questo motivo ha impugnato con l’avvocato Vinci, specializzato in casi di malasanità, il quale ha richiesto la riforma integrale sulla base dei presupposti già elencati.

Lungo è stato, ieri sera, il dibattimento, nel corso del quale sono stati ascoltati gli esperti che hanno effettuato in appello la cosiddetta superperizia, il professor Pietrantonio Ricci e lo specialista cardiologo Gaetano Serviddio, dell'Università di Foggia. Altrettanto lunga la camera di consiglio, al termine della quale i giudici ne sono usciti con una sentenza di assoluzione per D’Agostino.

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