Tentata truffa di una cliente, tre anni all’avvocato D’Agata

Riqualificato il reato di truffa nei riguardi del legale, accusato di aver tenuto per se la parte più consistente del risarcimento di oltre 600mila euro ottenuto dalla vittima di un sinistro stradale. Assolto il collega Garrisi

LECCE - Vittima di un terribile incidente stradale nel 2010, ottenne un risarcimento di 636mila euro, ma il suo legale le avrebbe lasciato credere, anche producendo una sentenza falsa, che l’importo fosse di 236mila, tenendo così per se la parte restante, transitata su un conto intestato alla cliente ma gestito dallo stesso. Era questa una delle accuse principali per la quale l’avvocato Francesco D’Agata, di 41 anni, finì in manette e poi al banco degli imputati. Ma il reato, di truffa, è stato riqualificato in quello di tentata truffa, e così ha rimediato una condanna a tre anni e un mese di reclusione.

Sott’accusa per ricettazione e uso indebito di carta, c’era anche il collega Graziano Garrisi, di 40. Per lui, il verdetto emesso in serata dal collegio presieduto dal giudice Maddalena Torelli è stato di assoluzione, "perché il fatto non costituisce reato".

Si chiude così il processo di primo grado nato dall’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Massimiliano Carducci (a sinistra, nella foto, con il procuratore Cataldo Motta e il colonnello Francesco Mazzotta) che il 12 marzo 2016 sfociò nell’arresto (su ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Cinzia Vergine) dei due imputati.

In mattinata, il magistrato aveva chiesto sei anni per il primo e due e mezzo per il secondo, al termine della requisitoria, durante la quale sono state ripercorse le tappe principali degli accertamenti svolti con gli uomini del Nucleo di polizia giudiziaria della guardia di finanza.

In aula, c’erano come parti civili, con l’avvocato Francesco De Iaco, le due clienti del legale ritenute vittime di raggiri. Fu proprio la denuncia sporta nel 2011 da una di queste, una donna di Torino, a mettere in moto l’inchiesta. In particolare, D’Agata avrebbe dovuto occuparsi di un ricorso in Cassazione che la riguardava, ricorso che non avrebbe presentato esibendo alla malcapitata una copia contraffatta. A insospettire la signora fu un codice Iban sul quale il legale avrebbe fatto transitare il suo bonifico che risultava intestato alla cittadina senegalese, la stessa che a sua volta, avrebbe aggiunto l'inchiesta, sarebbe stata truffata in merito all’incidente stradale.

Sin dal momento dell’arresto, gli imputati hanno respinto le accuse, attraverso gli avvocati Luigi e Roberto Rella, Alberto Russi e Giancarlo Dei Lazzaretti. Anche durante il processo, D’Agata ha sostenuto la tesi secondo la quale quei soldi gli spettavano secondo un accordo con la vittima del sinistro, il cosiddetto patto di quota lite (la convenzione fra il cliente e l’avvocato con la quale è fissata come compenso professionale, in caso di vittoria, una parte dei diritti che formano oggetto della lite o del procedimento, in questo caso il risarcimento). Non appena saranno depositate le motivazioni del dispositivo (entro novanta giorni), la difesa valuterà il ricorso in appello.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Fanno sesso, poi diffonde i video e affigge immagini: revenge porn, incastrato

  • “L’eredità”, il concorrente leccese batte il record di puntate da vincitore

  • Mauro Romano, chiuse le indagini sull’ex barbiere: sequestro di persona

  • Rapine con autovetture rubate anche durante il lockdown: in tre agli arresti

  • Scampato a un agguato con Kalashnikov, accoltella un uomo per motivi di viabilità

  • Debito di droga si trasforma in incubo: lo minacciano davanti al nipote, tre in manette

Torna su
LeccePrima è in caricamento