Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

Omicidio Basile, i legali di Colitti jr chiede mezzo milione di risarcimento

A tanto ammonta la richiesta dei legali del 23enne, riconosciuto innocente per l'omicidio di Giuseppe Basile, consigliere dell'Idv assassinato a Ugento nel 2008: è stato detenuto per 14 mesi sviluppando disturbi cronici. Viaggio a ritroso in un Salento arcaico

@TM News/Infophoto

LECCE – Era innocente, ma ha trascorso oltre quattordici mesi in carcere per un omicidio che non ha mai commesso. Ora presenta il conto per l’ingiusta detenzione e chiede (attraverso il suo legale, l’avvocato Francesca Conte) un risarcimento da oltre 500mila euro (non inferiore a euro 516.456). Protagonista dell’incredibile vicenda Vittorio Luigi Colitti, 23 anni, accusato (in concorso con il nonno, Vittorio) dell’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere dell’Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Vittorio Luigi Colitti è stato assolto per ben due volte. La sentenza è diventata definitiva irrevocabile il 28 maggio 2013.

Quel ragazzone dalla faccia buona, all'epoca dei fatti minorenne, è stato travolto da una storia sembrata molto più grande di lui, con due processi e quattordici lunghissimi mesi di detenzione presso l'istituto penale minorile di Bari prima di vedere riconosciuta la propria innocenza (avvocati Francesca Conte e Roberto Bray). Il nonno, invece, sta affrontando ancora il giudizio di primo grado, in un processo pieno di dubbi e poche certezze. Rimangono, infatti, molti interrogativi attorno alla ricostruzione fatta dall’accusa. Innanzitutto sul movente, quello dei contrasti tra vicini, apparso subito fragile e che non ha mai avuto riscontri. Così come la ricostruzione dell’omicidio e il ruolo dei presunti assassini, che continuano ad apparire piuttosto complessi. Labile e poco credibile anche la figura della presunta baby testimone del delitto, già smentita dai giudici.

La lunghissima vicenda ha segnato, forse per sempre, la vita del 23enne e della sua famiglia. Vittorio, un ragazzo come tanti, ha visto sgretolarsi nei mesi i suoi affetti, gli studi, il lavoro e i legami più cari. Ha sviluppato, come accertato dai consulenti, “un disturbo post traumatico da stress di grado severo, attualmente in fase cronica, e con sopraggiunti attacchi di panico senza agorafobia, con un danno biologico residuo pari al 35 per cento”. Quel risarcimento potrebbe ricompensare, almeno in parte, una giovane vita travolta da una detenzione che ha portato a “conseguenze personali, familiari, patrimoniali, morali, irreparabili”.

Al di là di ogni sentenza e ogni verdetto, restano le verità nascoste di chi ha visto e ha taciuto, di chi pur sapendo non ha parlato, di chi ancora considera la legge come una rete fastidiosa in cui è troppo facile  e scomodo rimanere impigliati. L’omicidio Basile ricalca alla perfezione il più classico dei copioni di quella provincia addormentata, dove il delitto sembra la più semplice delle cose. Quelle coltellate e quel sangue rimangono, però, una ferita aperta nella voglia di giustizia e verità di tanta altra gente che non vuole dimenticare.

Quella dell’omicidio di Giuseppe Basile, infatti, è divenuta prima un’inchiesta e poi un processo che, come spesso accade, ha proiettato sul palcoscenico di un’aula di Tribunale, la storia, i vizi e le virtù di un’intera collettività. La morte di Peppino Basile, il muratore divenuto politico, metà Masaniello e metà Don Chisciotte, uomo dalle mille battaglie, osteggiato e spesso deriso, è sembrata quasi un peso fastidioso per la comunità ugentina e non solo.

Quello sull’omicidio di Peppino Basile è diventato, udienza dopo udienza, molto più di un processo. Un viaggio attraverso il substrato sociale di un Sud profondo e pieno di contraddizioni, in cui la verità sembra cambiar forma in ogni istante. Un viaggio alla scoperta della vita di un piccolo paese del basso Salento, pieno di silenzi e verità sospese a metà. Non sono bastati due processi, centinaia di ore di dibattimento e decine di testimonianze per squarciare il velo di silenzi e omertà che da subito è calato sull’omicidio. Un processo che si è trasformato nel viaggio a ritroso dentro il ventre di un Salento arcaico e di una terra che Sciascia avrebbe descritto proprio come la sua Sicilia. Un delitto ancora senza colpevoli, molto più complesso di quello che si è immaginato. Peppino, forse, ha pagato a caro prezzo le sue battaglie e la voglia di non fare mai un passo indietro.

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