Estorsioni, truffe, il "massacro" di Porto Cesareo. E furti d'armi e di documenti

Il traffico di armi, di droga e le estorsioni rappresentano ancora l'involucro in cellophane della criminalità organizzata: esiste, è palpabile, ma si mimetizza bene. Ma le pagine di cronaca del 2014 hanno raccontato anche di episodi efferati e inediti

Gli investigatori sul luogo del duplice omicidio di Porto Cesareo

LECCE – La crisi. L’intorpidimento. E infine, si spera, la resilienza. Sono i tre cassetti della scatola nera in cui saranno riposte le pagine della cronaca del 2014. Un anno che si chiude ribandendo il protagonismo dei topi d’appartamento e di bande di ladri “professionisti”. Non soltanto abitazioni ripulite da preziosi di famiglia (quelle poche che ancora non li hanno rivenduti ai “compro oro”, o alle quali non sono già stati rubati), ma sono state presi di mira anche scuole, istituti universitari ed esercizi commerciali, e aree di servizio vittime di “spaccate”. Per non parlare dei furti di “oro rosso”, i cavi in rame, e di quelli all’interno degli impianti fotovoltaici. (Alcuni giorni prima di Natale, i carabinieri del comando provinciale hanno fatto scattare le manette ai polsi dei componenti di un “team” specializzato”).

Impennata preoccupante, e degna dello studio da  parte di agenzie specializzate sui fenomeni paranormali, ha riguardato invece il numero di episodi relativi alle “autocombustioni” delle autovetture (per non parlare degli incendi dolosi): in  tutto il Tacco, a partire dal primo gennaio dello scorso anno, sono andati in fumo oltre cento veicoli. Per “cause da accertare”. Nei mesi a venire si spera che il numero di roghi ai danni delle vetture possa calare: sia vista una più pregnante attenzione da parte delle agenzie assicurative e più scetticismo nel risarcire le vittime. E sia per i riflettori puntati da parte degli inquirenti anche sulle truffe alle stesse filiali, che costituiscono un altro clamoroso dato in crescita al quale si è assistito nell’anno ormai agli sgoccioli.

E sempre a proposito di raggiri, si è assistito anche alla quantità lievitata di truffe online. Con l’utilizzo sempre più frequente del web, è cresciuto proporzionalmente il rischio dei possibili “pacchi” rifilati sui siti di compravendita online: dagli smarphone in primis, fino ad altri elettrodomestici, passando persino da una piscina a un motore da barca, sono decine i salentini truffati che, dopo aver versato la somma richiesta dal venditore, non hanno mai ricevuto la merce richiesta.

La buona novella giunge dal fronte delle rapine che, tolto il periodo estivo, nel quale c'è stato un incremento percepibile, si è dimostrato non proprio clemente, ma forse meno costante rispetto al 2013. Il fenomeno si è subito a corrente alternata, a macchia di leopardo. Persiste ed è altrettanto preoccupante, ma ha mostrato anche un altro risvolto positivo. Anzi due. Il primo relativo alle ricerche repentine che, in molti casi, hanno portato all’arresto dei responsabili a stretto giro di posta. Il secondo, che ha favorito le indagini lampo, riguarda la collaborazione da parte dei cittadini e l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza. Ormai onnipresenti e installati anche all’esterno di attività commerciali dei paesi più periferici del Tacco.

Lascia ben sperare il calo degli omicidi nella penisola salentina. Sono soltanto due i casi balzati agli onori delle cronache. A parte il caso di Fabio Frisenda, il 33enne di Copertino, freddato in pieno giorno a colpi di una calibro 9x19 parabellum, nelle campagne della cittadina. Per il fatto di sangue fu arrestato, dopo poche ore, Luigi Margari, di 34 anni, ferito a sua volta gravemente durante una sparatoria avvenuta nel mese di agosto del 2014, sempre a Copertino.

Ma è il secondo, non in ordine di tempo poiché avvenuto alcuni giorni prima, ad aver acceso i riflettori nazionali sulla provincia di Lecce per uno dei casi più raccapriccianti degli ultimi anni. Resterà archiviato con il termine “massacro”, e il ricordo dei salentini andrà automaticamente a quel 24 giugno. Quando i residenti di Porto Cesareo, in una delle prime, torride giornate estive, sono stati svegliati dalla notizia dell’uccisione di due coniugi, Luigi Ferrari, di 54 anni, e di sua moglie Antonella Parente, anziana di un anno. La scena, aberrante, che si è presentata davanti agli occhi della figlia della coppi, ancor prima di quelli degli investigatori della Scientifica, ha aperto  squarci neri nella comprensione del livore umano. Sopresi nel sonno, i due coniugi sono stati colpiti con una violenza cieca, al capo e sul viso. Senza pietà. La metamorfosi di un furto che diviene rapina, è quanto è stato ipotizzato in un primo momento. Il denaro custodito nella cassaforte, risparmi di una vita, prelevato soltanto pochi giorni prima per essere impiegato nel matrimonio del figlio delle vittime. E qualcuno che, evidentemente, sapeva dell’esistenza di quella somma. E anche in quale angolo dell’abitazione di via Amerigo Vespucci andare a cercare i soldi. Per il duplice omicidio è stato fermato Vincenzo tarantino, un 51enne originario di Manduria, ma residente da tempo nel borgo ionico. Tarantino era un volto tutt’altro che estraneo alla famiglia: in passato aveva infatti convissuto con la nipote dei coniugi Ferrari, con i quali erano nati anche alcuni screzi di natura personale.

Meno efferato, ma non per questo privo di conseguenza, il reato di stalking nei confronti delle donne e delle violenze domestiche. Diverse decine i casi di percosse e lesioni all’interno delle mura di casa alle quali si è dovuto assistere durante il 2014. Non soltanto quelle perpetrate verso ex moglie e compagne, quasi sempre dopo una relazione ormai al termine, ma anche lesioni da parte di figli nei confronti dei genitori. Nella maggior parte degli episodi dettati da situazioni al limite e da continue richieste di somme per acquistare sostanze stupefacenti.

Fiumi di droga, peraltro, sono stati posti sotto sequestro durante una delle operazioni più importanti del 2014. Quella scattata all’alba del 18 febbraio e denominata "Tam Tam" dagli agenti di polizia della squadra mobile, in collaborazione con i colleghi del commissariato di Taurisano. Un blitz antimafia che ha confermato l’incessante attività “col silenziatore” da parte di quindici individui, ritenuti responsabile di spaccio di droga ed estorsione ai danni degli stabilimenti balneari del basso Ionio. Da Ugento fino a Santa Maria di Leuca, i presunti affiliati erano soliti agire con un metodo mafioso, che è stato poi loro contestato dalla Procura della Repubblica. L’associazione, riconducibile al clan “Vernel” dei fratelli Antonio e Andrea Leo, ha visto tra i componenti anche altri nomi di spicco della criminalità locale, tra cui quello di Tommaso Montedoro, che avrebbe intessuto contatti con il terzo fratello Leo, Gregorio.

Una dozzina di giorni dopo, alle prime luci dell’alba del 26 febbraio, due maxi blitz hanno concluso il continuum investigativo partito dal “tam tam” degli arrestati precedenti.  Le indagini, condotte rispettivamente da i carabinieri del Ros e dal personale della questura leccese. La prima inchiesta denominata “Torre d’Acaia” , la seconda ribattezzata invece “Alta marea”, ha fatto saltare le attività dei capi clan e dei gregari  della frangia leccese della Scu.

Una vera e propria “s.p.a”, dedita , a vario titolo, ad associazione finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di  droga, calunnia, favoreggiamento personale, rapina, estorsione, ricettazione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia e violenza, porto e detenzione illegale di armi, tutti aggravati dalle modalità e finalità mafiose. Misure cautelari sono scattate per 43 indagati, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo salentino. Diversi altri arresti hanno cercato di infiacchire il mostro della Sacra corona unita, ritornata con prepotenza sulle pagine dei giornali e a spadroneggiare su un territorio già piegato da una crisi economica.

Fino a quando nel mese di novembre, ulteriori due blitz, rispettivamente nel giorno di San Martino, e un altro a una settimana di distanza, hanno inferto ancora un colpo all’organizzazione. Il primo, “spuntato” assieme ai raggi del sole dell’11 novembre, ha visto all’opera i militari dell’Arma del Ros, nell’ambito dell’operazione “Vortice” e dei colleghi del Nucleo investigativo con un’altra indagine, la “Deja-vu” nelle mani, poi convogliate in un’attività congiunta. Un gruppo di 26 individui è stato arrestato perché ritenuto responsabile di associazione mafioso. Droga, usura, estorsione: l’attività investigativa dei militari  ha passato al setaccio le dinamiche criminali dei clan leccesi della Sacra Corona Unita nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e nella vessazione degli imprenditori del posto. Documentate dai carabinieri anche collusioni con amministratori locali, tra cui alcuni di Squinzano. Tra gli indagati a piede libero, anche nomi “celebri” della cittadina del nord Salento. Tra questi il comandante della polizia municipale, Roberto Schipa,  l’ex sindaco Giovanni Marra, e l’ex assessore provinciale e madre di uno degli arrestati, Fernanda Metrangolo.

Ad appena una settimana di distanza, inoltre, anche la Polizia di Stato ha sgretolato una organizzazione dedita alle img-20140731-wa0008-2-2-3estorsioni, alla droga e agli attentati. L’operazione “Eclisse” ha scoperchiato nuovamente il nome di Pasquale Briganti, secondo gli inquirenti all’apice di una piramide dalla base sempre più estesa e ramificata. Sono 35 gli arresti scattati dopo un’indagine di portata monumentale, alla quale sono emersi i soliti clan che per decenni hanno tenuto sotto scacco commercianti e cittadini, con le “mani sulla città”. I fratelli Nisi (il boss finì in manette del 2012), i fratelli Leo, poi i loro luogotenenti e le giovani leve. Ammaestrate a dovere.  Proprio a causa della spartizione dei “feudi” in cui smerciare cocaina e dalle lotte di successione,  si è assistito nel 2013 a vere e proprie lotte di successione con sparatorie, gambizzazioni, attentati e minacce. Un’inchiesta che si è mossa all’interno del solco di un’altra indagine. Quella denominata “Cinemastore”, per la quale nel mese di luglio sono fioccate condanne in appello per oltre un secolo di carcere.

E il traffico di armi resta il ventre molle della cronaca locale, come ha dimostrato il furto di munizioni, giubbotti antiproiettile e M12, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 luglio scorso, all’interno della caserma del Corpo forestale dello stato di San Cataldo. Fu un episodio-madre che inaugurò una serie di altri avvenimenti analoghi. I quali nulla avevano , fortunatamente a che vedere con il furto. In tre sono stati arrestati per aver messo a segno il colpo: nel gruppo, l’uomo talpa. Un ex impiegato della Forestale, e poi guardiano dell’Isola dei Conigli, avrebbe ricoperto il ruolo di basista per mettere a segno il colpo. Dalle intercettazioni, che hanno portato all’arresto dei tre il 29 novembre, è emerso che le intenzioni fossero quelle di vendere la refurtiva  a individui vicini al clan Tornese.

Dopo quella giornata, il furto di armi e di documenti di identità, ha tenuto sotto pressione il Salento per intere settimane estive. Si sono temute azioni terroristiche, e sono stati nutriti i sospetti di “ingerenze” della camorra nella malavita locale. Ipotesi poi confermata dal rinvenimento di una delle 12 pistole rubate dal comando di polizia locale di Gallipoli il 31 luglio (assieme a mille documenti in bianco, in foto), durante un blitz anticamorra nel cuore partenopeo. Poi è toccato anche all’Ufficio anagrafe del Comune di Lecce, a quello di Parabita (nel quale i malviventi hanno agito con la fiamma ossidrica, scardinando la cassaforte a muro).

Sono sempre più numerosi gli sbarchi di migranti sulle coste del Salento, e il 2014 ne ha mostrato forse un lato migliore: centinaia di cittadini di nazionalità siriana hanno sfidato impietose raffiche di vento, la furia del mare e anche le temperature gelide, terminando le traversate della speranza sulle coste salentine. Ma nessun grave incidente ha provocato conseguenze degne di essere ricordate nel diario nero degli ultimi dodici mesi.  E non è andata diversamente per gli incidenti stradali. E’ un anno in cui i sinistri mortali hanno ridimensionato le statistiche impazzite degli ultimi anni.

Idem per gli infortuni e per gli incidenti sui luoghi di lavoro, in un dato contraddittorio: oltre  al fenomeno della manodopera irregolare,  in aumento di pochi punti percentuali, ma pur sempre in aumento, la piaga della mancata sicurezza  sui cantieri si è raggrinzita e fa ancora più male. Eppure non sono state registrate tragedie come, al contrario, è accaduto lo scorso anno (come avvenne nel salumificio Scarlino di Taurisano, quando un operaio perse la vita ingoiato da un macchinario).

Spia del fatto che una manciata di belle notizie, a capovolgere la rassegnazione, giungono sempre. E quelle salentine arrivano dai litorali e dal terreno. Dove ormai da mesi, è in corso una vera e propria lotta tra il Davide della legalità. E il Golia di un abusivismo che, come in uno stillicidio di mattoni, in un “tetris” dell’orrido, ha realizzato un patchwork di immobili e lidi senza concessioni edilizie, su aree sottoposte a vincolo paesaggistico, su zone protette.

E dall’acqua alla terra il passo è breve. Lastre di amianto e falde inquinate. Cumuli di rifiuti depositati da decenni nelle cave e in campagna rappresentano quella criminalità “ipogea”, che è la metafora di tutto ciò che muove strisciando, rasentando la terra per non essere notato.  Che ha fatto del territorio una pattumiera a cielo aperto lontana dagli sguardi istituzionali, con il placet di portatori di interesse locali.

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Ma, a già partire dallo scorso anno, la macchina della giustizia è stata lanciata in folle corsa contro ecomostri e stabilimenti balneari “anarchici”, così come è avvenuto a Porto Cesareo e diverse altri punti del Tacco. Una folata fresca tra le raffiche di Scirocco, per ricordare che non tutto è perduto. Per rammentare che resilienza e una reazione energica sono la possibilità di riprendersi da una crisi che non è soltanto finanziaria, ma mancata fiducia nella legalità.  Per scalzare quel dormiente fatalismo tipico del posto, più immobile e monolitico di un olivo secolare.

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