Mercoledì, 23 Giugno 2021
Cronaca

Traffico di droga, soldi nel turismo e nella ristorazione: la Scu come l’araba fenice

Come ripeteva Giovanni Falcone, bisogna seguire il flusso finanziario per risalire alla provenienza illecita dei capitali. Nelle operazioni condotte nel 2014 delle forze dell'ordine emergono con forza le strategie della criminalità organizzata

LECCE – “Bisogna seguire il denaro” amava ripetere il giudice Giovanni Falcone. Seguire il flusso finanziario per risalire alla provenienza illecita dei capitali, anche se reinvestiti o “ripuliti” in attività finanziarie. Un fiume di denaro che ha nella droga, le estorsioni e il gioco d’azzardo, le tre teste economiche di uno stesso mostro chiamato criminalità organizzata. Canali classici di approvvigionamento anche della Sacra corona unita, la quarta mafia pugliese, che da sempre ha nel traffico di sostanze stupefacenti (anche per la posizione geografica) il settore nevralgico della propria holding criminale.

Terra di frontiera, sospesa tra Oriente e Occidente, il Salento è da sempre luogo di transiti e di traffici. Negli anni Ottanta e Novanta erano gli scafi blu dei contrabbandieri a solcare il “mare di mezzo” con i loro carichi di merce: sigarette, armi e droga. Oggi, oltre dieci anni dopo l’operazione "Primavera", che assestò un colpo letale al contrabbando, il mercato delle sostanze stupefacenti è tornato il grande affare delle organizzazioni criminali che trovano terreno fertile nei paesi al di là del canale d’Otranto e ramificazioni nel territorio pugliese. Un mercato da milioni di euro che dalla Turchia e dall’Albania trova facile approdo nel Salento. Le recenti inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Lecce dimostrano come il “Paese delle aquile” sia uno dei canali principali per l’approvvigionamento di eroina (di provenienza turca e afghana) e marijuana.

Non solo droga, però, per la Scu salentina, come dimostrato dalle recenti operazioni “Network” e “Tam tam”, condotte da carabinieri e polizia, che hanno dimostrato come la criminalità organizzata abbia spostato i propri interessi nel settore turistico, uno dei pochi a sopravvivere alla crisi economica, specie negli ultimi anni in cui il tacco d’Italia si è rivelato una delle mete più  ambite e gettonate dai vacanzieri italiani ed europei. Le estorsioni ai lidi balneari, i servizi legati ai parcheggi e alla sicurezza, sono le varie facce di un business che fa gola ai vari clan.

Le indagini e le analisi di studio (come quella condotta da Transcrime, il centro sul crimine transnazionale dell'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Trento) dimostrano come la criminalità organizzata abbia attuato una strategia di estensione delle proprie attività economiche all’estero piuttosto imponente. Sul fronte orientale, in particolare, a farla da padrone è proprio la Sacra corona unita, che in Albania ha investito nei settori alberghiero e della ristorazione, in particolare a Valona. Più complessa la mappa criminale in Spagna, dove le mafie italiane ci sono tutte. Camorra e ‘ndrangheta sono attive nei settori della ristorazione, nel turismo, nell’edilizia ed energetico.

Meno importante, soprattutto per la mancanza di grandi capitali da investire, la Sacra corona unita, che utilizza la penisola iberica come base logistica (un po’ come in passato l’Olanda). Un assioma dimostrato e confermato dal collaboratore di giustizia Alessandro Verardi, che agli inquirenti ha raccontato come sia stato proprio lui, nel periodo di latitanza in Spagna, a fare da testa di ponte per gli acquisti di partite di droga, in particolare hascisc e cocaina. Carichi di sostanza stupefacente che dalla penisola iberica raggiungevano il Salento attraverso i corrieri della droga. Anche il Regno Unito, specie nel settore alberghiero e turistico, offrirebbe terreno fertile all’espansione economico-criminale della criminalità locale.

Era il febbraio scorso quando scattò l’operazione denominata “Network”, in un blitz congiunto, al termine di due filoni di indagine condotte dai carabinieri del Ros, il Reparto operativo speciale dell'Arma, e dalla Squadra mobile della questura leccese, guidati rispettivamente dal colonnello Paolo Vincenzoni e dal vicequestore aggiunto Sabrina Manzone. Denominata “Alta marea” la prima, condotta dal mese di agosto del 2012, fino  a maggio 2013, e “Terra d’Acaia”, da aprile 2010 al mese di settembre del 2011, la seconda, le due attività sono confluite in un’unica operazione. Una “rete” che non si riferisce esclusivamente alla collaborazione fra forze dell’ordine, bensì a quella sorta di holding criminale creata dagli indagati, appartenenti in alcuni casi a vari gruppi mafiosi della frangia leccese della Sacra corona unita.

Un’indagine che è stata una sorta di continuum con le precedenti attività, anche recenti, che hanno infiacchito i gruppi criminali dediti all’estorsione dei titolari di stabilimenti balneari nel basso Ionio. I principali locali sul litorale tra Torre Specchia e San Foca – tra cui i lidi “Caciulara”, “Punta Arenas”, “San Basilio”, “Mediterraneo” e “Kale Cora”, il cui proprietario è stato accusato di favoreggiamento – erano tenuti a versare il pagamento del 25 per cento sui ricavi, oltre a concedere l’esclusiva sulla gestione dei parcheggi delle zone circostanti. E non è tutto. Attività di guardiania e servizi di vigilanza non erano lasciati al libero arbitrio, ma imposti. Una zona, quella, balzata agli onori delle cronache anche per una serie di incendi di natura dolosa, che si verificarono sia nella stagione stiva del 2012, sia in quella dell'anno scorso, ai danni di autovetture e locali.

Il tentativo di ascesa e di conquista del settore turistico è stata documentata da un’altra operazione “Baia Verde” (a luglio scorso), condotta dai carabinieri del Ros di Lecce, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, con l'ausilio dei colleghi del comando provinciale e della compagnia di Gallipoli (guidata dal capitano Michele Maselli), ha svelato e sgominato le infiltrazioni del clan Padovano nelle attività del settore turistico, soprattutto attraverso il monopolio delle agenzie di security nelle discoteche e nei lidi balneari.

La Scu dunque, proprio come l’araba fenice, muore e risorge. Emblematiche, in tal senso, le carte dell’inchiesta denominata “Eclissi”, che ha tracciato crolli e rinascite della Scu leccese. In particolare le strategie criminali dei clan che per decenni hanno governato su capoluogo e dintorni. I fratelli Nisi e poi i “Vernel”. Un’indagine lunga e articolata quella compiuta dalla polizia (in particolare dalla squadra mobile di Lecce sotto la direzione del vicequestore aggiunto Sabrina Manzone) per un lavoro di ricostruzione dei nuovi assetti molto complesso, vista la vastità della materia, eppure svolto con rapidità insolita, rispetto ai tempi soliti occorrenti per chiudere il cerchio su gruppi tanto vasti. Alcuni fra gli episodi contestati sono molto recenti, nel clima di terrore crescente in città. Molti fra gli attentati a mano armata degli ultimi tempi, infatti, sarebbero da ricollegare alle battaglie campali fra gruppi per il predominio del territorio.

Sul fronte della lotta al traffico delle sostanze stupefacenti spicca l’operazione denominata “Déjà vu”, che ha delineato movimenti e dinamiche di un commercio di droga che dalla penisola salentina conduce sino alla Francia. Un’inchiesta che sembra portare indietro le lancette del tempo, agli anni settanta e l’epopea criminale del “clan dei marsigliesi”. Così come allora, sono alcuni pregiudicati francesi, capeggiati secondo gli inquirenti da Cyril Cedric Savary, a gestire i contatti con la criminalità locale e a fare da intermediari con i trafficanti di droga, non più tunisini ma colombiani e spagnoli.

Tra arresti e sequestri di droga l’indagine ha subito una nuova impennata nel duplice tentato omicidio di Luca Greco e Marino Manca, avvenuto nel pomeriggio dell'8 settembre del 2012 (18 anni di reclusione la condanna inflitta a Salvatore Milito in primo grado). Milito avrebbe estratto una pistola, cercando di colpire Manca, ma invano, perché l'arma si sarebbe inceppata, permettendo a questi di fuggire. Più sfortunato sarebbe stato Greco, intrappolato in casa e impossibilitato a fuggire: l’arrestato lo avrebbe prima colpito con il calcio della pistola e poi con un coltello, ferendolo gravemente. L’agguato sarebbe maturato, secondo l’ipotesi accusatoria, proprio nell’ambito di contrasti legati alla supremazia territoriale di gruppi criminali operanti nel comune di Squinzano e nelle zone limitrofe.

Un regolamento di conti commissionato, secondo quanto emerso nell’operazione odierna, proprio da Sergio Notaro e Cyril Cedric Savary. L’indagine “Déjà vu”, cui è poi seguita quella denominata “Vortice” e condotta dai carabinieri del Ros, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, ha delineato le nuove rotte del traffico di sostanze stupefacenti. Un mercato fiorente destinato a rifornire le piazze del nord Salento, fino a Lecce, Brindisi e Taranto. Un mercato redditizio capace di portare a una nuova fase della Scu salentina: la pax mafiosa. Una nuova strategia dell’appianamento dei contrasti e dell’abiura della guerra, capace di fornire un nuovo terreno fertile alle strategie criminali che, seppur in forma molto più sommersa rispetto al passato, tendono alla conquista del territorio e degli interessi economici. Accordi e interessi capaci di appianare i contrasti, dopo quasi un quarto di secolo, tra due clan storici: i Tornese e i De Tommasi. Una rottura e una guerra scoppiata con l’omicidio di Ivo de Tommasi (fratello di Gianni, “capo bastone” di Campi Salentina), assassinato nel lontano 1989.

Un’esecuzione che aveva, di fatto, scatenato la guerra tra i due clan, un tempo alleati, lastricando di sangue e proiettili le strade del Salento). Franco Santolla, condannato all’ergastolo per quell’omicidio, aveva pagato a caro prezzo la sanguinosa lotta tra sodalizi criminali. Nel maggio del 1996 un commando armato di quattro persone aveva assassinato il figlio Romualdo, appena 18enne. Una vendetta trasversale che aveva spezzato la vita di chi con la mafia salentina non c'entrava assolutamente nulla. Lui non aveva altra colpa che essere il figlio del presunto boss, estraneo per il resto a qualunque gioco di potere della criminalità organizzata nel Salento.

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